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Un omaggio circense all’opera di Čechov

di Teresa Vio 5G

Giochi e ombre introducono una serie incalzante di maestrie acrobatiche e circensi – esercizi al trapezio, giocoleria, contorsionismo – collegate dal racconto di un clown e dal suono di una fisarmonica. Questo e altro è “Donka, una lettera a Cechov”, spettacolo nato nel 2010 dalla creatività di Daniele Finzi Pasca, su richiesta del Cechov International Theatre Festival per i 150 anni dalla nascita del drammaturgo russo e inserito nella stagione 2011-12 del Teatro Toniolo di Mestre . Uno spettacolo basato non su testi di Cechov ma su alcuni dettagli della sua personalità che il regista svizzero ha scoperto leggendone i diari, dove abbozzava caratteri dei personaggi e sviluppi delle vicende.

Finzi Pasca, che cerca di costruire ogni suo allestimento privilegiando punti di vista inusuali questa volta ha focalizzato la sua attenzione su tre aspetti di Cechov: la professione-passione di medico, l’interesse per la pesca e l’amore per i clown.

Sul palcoscenico, in un numero di contorsionismo un medico cerca di curare un paziente manipolandolo e costringendolo a pose improbabili: all’epoca di Cechov non erano ancora stati scoperti gli esami strumentali cui si ricorre oggi a fini diagnostici e per i medici era, quindi, indispensabile ascoltare a lungo il malato per compiere un’accurata anamnesi. Questa necessità diventa un bisogno quasi fisiologico per il medico- drammaturgo, che soddisfa in questo modo la sua esigenza di approfondire la conoscenza dell’animo umano . Così prendono corpo i personaggi delle commedie cecoviane , sospesi in un’atmosfera d’attesa e mai mossi da passioni spinte all’eccesso: sono legati fra loro da relazioni in apparenza destinate a durare in eterno, che all’improvviso inspiegabilmente si incrinano e di lì a poco si rompono. Il regista rappresenta metaforicamente sulla scena questa condizione esistenziale con blocchi di ghiaccio, immutabili e perfetti, che a temperatura ambiente fatalmente si sciolgono e crepano fino a rompersi.

Sulla pesca , altro filone della rilettura di Cechov operata da Finzi Pasca, già il titolo ci fornisce uno spunto di riflessione: donka infatti in russo vuol dire campanellino, quello che, appeso alle canne da pesca, suona quando un pesce abbocca all’amo. Metaforicamente, quel campanellino suona anche nella testa di un artista quando riesce a “pescare” un’idea.

Quanto ai linguaggi impiegati, quelli teatrale e circense non sono gli unici utilizzati da Finzi Pasca, che ama dare al suo pubblico illusioni sempre nuove e disarmanti, anche con i mezzi del cinema. Su una tenda appesa sul proscenio, ad esempio, ad un certo punto vengono proiettate le immagini di due persone che sembrano camminare in aria prive di peso, sollevarsi a vicenda e saltare; in realtà quelle persone sono distese a terra sul palco poco più in là , riprese dall’alto da una videocamera. Anche dopo aver preso consapevolezza dell’inganno, tuttavia, lo spettatore non ne è meno estasiato: la magia del teatro, infatti, sta anche nel sapere di essere ingannati, nel cedere volontariamente alla finzione, nel preferire una magica illusione ad una razionale verità. È per questo che la morte, sul palco, diventa più vera con spruzzi di pomodoro – o addirittura, in questo caso, semplice acqua – che non con un uomo che cessa di respirare in mezzo a qualche debole lamento: secondo Finzi Pasca, non abbiamo bisogno di realismo nel teatro, abbiamo ,invece, bisogno che ciò che accade sia finto come, del resto, sono finte le scenografie nelle quali ha luogo la rappresentazione, per poter immaginare una realtà diversa dalla nostra, ma coerente con se stessa.

“Alcuni elementi del mio spettacolo possono riportare a Fellini – dice ancora Finzi Pasca – perché guardiamo entrambi nella stessa direzione: lui era attratto dall’ambiente dei circhi e dai suoi personaggi, primi fra tutti i clown..io sono un clown”. Un’altra caratteristica che accomuna i due registi è il legame con le musiche dei loro spettacoli. Il Rota della situazione è Maria Bonzanigo, le cui musiche accompagnano da oltre vent’anni, un po’ tutte le creazioni di Pasca.

“Donka, una lettera a Cechov” ha già toccato quasi tutti i continenti ma, ci dice il regista, nè il gran numero di repliche nè le continue traduzioni hanno impoverito o messo in difficoltà lo spettacolo. Indiscussa protagonista infatti, è l’arte visiva, che non necessita di traduzioni, con le grandissime performance acrobatiche dei componenti, tutti di altissimo livello, della “Compagnia Finzi Pasca” Ci sono attori, contorsionisti, trapeziste, giocolieri e ovviamente clown, veri professionisti che insieme, più simili ad una grande famiglia che ad una compagnia, rinunciano al ruolo di protagonisti per privilegiare la coralità, di cui è espressione quel gioco di corpi e movimento che solo artisti circensi sono in grado di creare. Ed è proprio per questo che, a differenza di quanto accade con altri allestimenti, le oltre duecento repliche non hanno logorato questo spettacolo: è un lavoro di progressivo perfezionamento, un continuo labor limae che rende la performance sempre più eterea e leggera.

Nella scenografia sono poi presenti macchie di diversi tipi: in particolare macchie di luce e di sangue, simbolo della malattia dell’artista, sotto forma di petali rossi. Anche i clown sono, dicono nello spettacolo, delle macchie. Queste “chiavi di lettura” sono ricomposte in una convincente sintesi nell’ultima scena che, presentando Cechov, sul letto di morte, coperto da un costume da clown bianco e rosso, chiudono lo spettacolo. Uno spettacolo multiforme ed emozionante, complesso forse, ma che arriva al cuore per la sua magia e leggerezza.