Spettacoli

Giardino dei Ciliegi al teatro Goldoni del 21/01/2012

di Teresa Vio 5G

È un Giardino dei Ciliegi agitato quello messo in scena da Paolo Magelli: i personaggi vanno e vengono senza pace, e il solo elemento di quiete sembra essere il vecchio maggiordomo che nella lentezza e nella saggezza della sua età, non può far altro che cercare di far ragionare i suoi affezionati padroni irrequieti e impulsivi.
Solo i cenni storici e i nomi dei personaggi permettono di collocare temporalmente e geograficamente l’azione, che si svolge diversi anni dopo l’Emancipazione dei servi voluta in Russia dallo Zar Alessandro II – lo sappiamo perchè Firs, il maggiordomo, accenna più volte alla sua scelta di rimanere con i padroni mentre i suoi pari, felici, avevano preferito la libertà. La scenografia è, invece, essenziale: solo una balaustra divide il palcoscenico, e delle corde che salgono e scendono muovono lo spazio; per il resto, ciò che si vede sono estintori, tubi, cavi e altri “pezzi” di teatro.
In questa sua rappresentazione, Magelli ha scelto di mettere in luce sentimenti e stati d’animo dei personaggi, che cambiano umore in un batter d’occhio passando dalla felicità di ritrovarsi nella casa natale alla disperazione per la perdita dell’amato giardino, dall’amore all’odio, al punto che è difficile stabilire i rapporti che intercorrono tra di loro: Petr, l’eterno studente, è davvero così ostile ai sentimenti, o è capace di ricambiare l’amore di Anja? E Lopachin, un figlio di servi in cerca di riscatto, aspira solo a diventare padrone del Giardino in cui suo padre un tempo era costretto a ricevere ordini o riuscirà, prima o poi, a mostrare a Varja, innamorata di lui, i suoi sentimenti?
Tuttavia, il movimento e l’agitazione dei padroni di casa cozzano con la loro incapacità di agire, contro l’impossibilità di fare qualcosa di reale ed efficace per pagare i propri debiti e salvare il giardino, preservando così il loro paradiso d’infanzia, nonché l’unica ricchezza rimasta. E a causa di ciò, alla fine, non riusciranno a comprare la loro proprietà, che finirà nelle mani di Lopachin, instancabile accumulatore di ricchezze, l’unico che ha lottato per ottenere quello che voleva; al contrario, Petr tornerà ai suoi studi, le ragazze rinunceranno al loro amore, Ljuba – la loro madre, impetuosa e devota all’amore più che ad ogni altra cosa – tornerà in Francia dal suo vecchio amante, che già in passato l’ha derubata di tutti i suoi averi, condannando sé stessa ad una vita infelice; suo fratello Leonid troverà un lavoro per sopravvivere. E Firs, il fedele maggiordomo, nella confusione verrà dimenticato nella casa da solo, e lì si preparerà a morire, chiudendo così lo spettacolo con un’efficace immagine della solitudine, salutando il pubblico con amarezza, ed evidenziando ulteriormente la tragicità della vita, che ha raramente un lieto fine.
Una mise en scène innovativa, che si discosta tanto dal progetto del drammaturgo russo quanto dalla trasposizione di Stanislavskij (regista che ne ha messo in scena le opere): Magelli infatti punta più alla drammaticità Stanislavskiana che alla commedia Cechoviana, ma a tratti si discosta anche da essa inserendo nel teatro acrobazie circensi inaspettate.