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Caro Lucio ti scrivo…

Non avevo mai scritto di musica in questi termini. Questa è una lettera d’amore.

Una notizia come un fulimine a ciel sereno: “E’ morto Lucio Dalla”. Di coccodrilli non ce ne sono perché “Lucio no”. Vuoi per l’età, vuoi perché stava bene e vuoi perché sorrideva. E vuoi ancora perché sul palco dell’Ariston, qualche giorno fa, s’era preso pure parecchi insulti per il suo duetto con Pierdavide Carone in “Nanì”. Lucio era vivo più che mai.

Ora restano i ricordi dei colleghi e restano le sue canzoni. E poi le lacrime della gente che lo amava, o della gente che conosceva soltanto “L’anno che verrà” e “Caruso”, ma che vedeva in lui un pezzo imprescindibile della musica d’autore italiana. Quella bolognese, quella delle osterie, quella che anche se non abbiamo mai vissuto ci immaginiamo con un Dalla e un Guccini seduti fianco a fianco davanti ai loro bicchieri di rosso. Un artista vero, Lucio Dalla. Cantante, clarinettista, sassofonista, pianista. E una voce portentosa. Ci lascia i suoi capolavori, ci lascia “Com’è profondo il mare”. Ci lascia il suo genio espresso in tutta la sua potenza a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Ma ci lascia anche molta amarezza e incredulità.

Non sono mai riuscita a vedere un tuo concerto, Lucio. Un grande rimpianto, ma non lo dico perché tu non sei più qui. Due anni fa ci sarei dovuta essere all’Arena di Verona, quando ci suonasti con De Gregori, ma alla fine ho dovuto rinunciare, pensando che comunque ci sarebbe stata un’altra occasione. E invece no.

Adesso, però, non perdiamoci in inutili divagazioni pseudo-filosofiche sulla fugacità della vita. Non posso né voglio dire che ora Lucio ci sta guardando e sta ridendo. Queste sono le solite frasi fatte, trite e ritrite. Lucio se n’è andato lasciando veramente un grande vuoto. Se n’è andato sorprendendo tutti. Alla sua maniera? Non lo so.

Quel che è certo è che oggi voglio pensare a lui e voglio farlo con le sue canzoni.

Non c’è tempo per altro.

Grazie, genio.
Ci mancherai.

Laura Berlinghieri 5G