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Quella che sembrava una buona idea

di Filippo Dianese 5A PNI

L’idea di edificare Porto Marghera nasce nel 1917 e prevede la costruzione iniziale di un porto commerciale, un’area industriale e un quartiere residenziale. Questo complesso doveva essere quindi un’unica soluzione ai problemi demografici di Venezia (sovraffollamento, scarse condizioni igieniche) e alla necessità di un porto commerciale che potesse donare alla città una nuova fioritura economica, per riconferirle il ruolo di rilievo che aveva occupato al tempo delle repubbliche marinare. Il porto di Venezia, dopo la costruzione del porto ferroviario che la collegava alla terraferma, era diventato insufficiente alle necessità della città che, ricevuta l’approvazione dello Stato e del sindaco, avviò un’immane opera di bonifica e scavo. Sulla scia delle grandi potenze Europee, anche in Italia si era sviluppata la cosiddetta “fede nel progresso” e ben presto il numero di industrie presenti nel sito di Marghera aumentò a tal punto da rendere necessari vasti ampliamenti della zona inizialmente pensata dalla società Porto industriale di Venezia e in particolare dalla persona che ne era a capo, Giuseppe Volpi. Ciò che spinse le grandi industrie a stabilirsi a Marghera fu principalmente la possibilità di lavorare sul posto le merci ricevute e poter caricare il prodotto finito nuovamente sulle navi senza bisogno di ulteriori mezzi di trasporto. Questo fatto unito alla necessità crescente di beni (metalli, vetro, fertilizzanti) e alla grande richiesta di petrolio raffinato, soprattutto per scopi bellici, consentono un grande sviluppo economico e i dati storici rivelano nel 1965 la presenza di oltre 33.000 operai impiegati nelle industrie locali. Ben presto però questo trend di sviluppo si interruppe a causa delle problematiche legate ai materiali prodotti dalle industrie chimiche. Appartengono infatti a questo periodo degli studi medici eseguiti in America che attestano la correlazione tra le malattie che colpivano gli operai (tumori al cervello, al fegato e polmonari) e il cloruro di vinile monomero (cvm) e polivinilcloruro (pvc). Queste due sostanze erano sintetizzate a Porto Marghera da Montedison e Enichem in grande quantità poichè il prodotto finito era simile alla plastica, dunque un materiale versatile e duraturo, molto richiesto sul mercato. Nel 1973 queste conoscenze si diffusero anche tra i lavoratori addetti alla produzione di questi materiali, assieme alla consapevolezza di essere stati volutamente tenuti all’oscuro dei rischi che correvano per non interrompere la produzione. Questo diede vita alle molte proteste operaie e in seguito ai processi contro i dirigenti delle aziende coinvolte che dovevano rispondere di migliaia di morti. Tutto ciò non avveniva ovviamente solo in Italia e con il passare degli anni alla fiducia nel progresso di inizio secolo si sostituì la comprensione del fatto che ogni tecnologia produce assieme benefici e danni. In quest’ottica vanno inquadrate anche le rigide leggi anti inquinamento che furono applicate in Italia a partire dagli anni 70 per regolare le emissioni di sostanze nocive nell’atmosfera. In particolare a Marghera vennero applicate molte normative per impedire anche lo scarico di materiale tossico nella laguna e molte delle fabbriche che non disponevano dei fondi per garantire l’efficienza anche dal punto di vista del rispetto ambientale, chiusero. Attualmente quindi le fabbriche in attività sono una piccola parte rispetto alla metà del secolo scorso e la quantità di operai impiegati è pari a circa un terzo rispetto a quel periodo. Tuttavia esistono ancora alcune società, come ad esempio la centrale termoelettrica Volpi, che sono riuscite a modernizzare i propri impianti riuscendo a garantire una produzione di energia elettrica ricavata dal carbone dal 1926 a oggi. Purtroppo le emissioni inquinanti, seppur monitorate da Legambiente, non potranno mai essere ridotte a zero e sussiste il problema del riscaldamento globale. In Italia infatti solo un 15% della produzione totale di energia elettrica deriva dal carbone (fonte di energia dal tasso di inquinamento molto elevato), ma negli Stati Uniti e negli stati emergenti questa quota supera il 50% e rende vano ogni tentativo di utilizzo di energie rinnovabili che non potranno mai sopperire alla sempre crescente richiesta di energia. In questo modo è forte il rischio di ricadere nel consueto errore di lasciare da pagare il debito dei nostri errori alle generazioni future. La dimostrazione di questo fatto sta davanti agli occhi di noi cittadini, anzi dietro casa nostra. A Porto Marghera infatti si stanno spendendo centinaia di milioni per bonificare i terreni e le acque inquinati da anni di produzione orientata solo al profitto e, nonostante gli sforzi compiuti anche nell’ambito dela ricerca tecnologica, ad oggi è stata risanata meno della centesima parte di tutto il territorio risultato inquinato.

[Progetto La città ConTemporanea Liceo Scientifico Statale G.Bruno]