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«La semplicità ingannata» di Marta Cuscunà

di Di Chiara Poloni 5G

Marta Cuscunà - La semplicità ingannata

Nata a Monfalcone, Marta Cuscunà entra nella spirale del teatro grazie a un laboratorio condotto da Luisa Vermiglio promosso dal Comune per legare la ricerca teatrale al territorio e alla riflessione su di esso;  è all’estero, però, che Marta arricchisce il suo serbatoio formativo. Dopo aver incontrato figure importanti del teatro contemporaneo come Joan Baixas, con il quale approfondisce il teatro visuale e Josè Sanchis Sinisterra, che la porta a studiare drammaturgia. Debutta nel 2006 alla Tate Modern Gallery di Londra come attrice professionista in Merma Neverdies utillizzando i pupazzi di Joan Mirò.

Nel 2007 è in Italia con Le Indemoniate di Giuliana Musso e Carlo Tolazzi; nel 2009 torna all’estero, questa volta in Spagna con lo spettacolo Zoè, incocencia criminal; in questo stesso anno scrive e interpreta É bello vivere liberi!, ispirato alla biografia della sopravvissuta ad Auschwitz, Ondina Peteani, per il quale vince il Primo Scenario per Ustica. Pochi mesi fa riceve la menzione d’onore come artista emergente della 27^ edizione del Premio Eleonora Duse, dedicato all’attrice che maggiormente ha saputo distinguersi nella stragione di prosa.

Continuando il percorso iniziato con É bello vivere liberi!  sul tema delle resistenze femminili in Italia, Marta propone un nuovo spettacolo, La semplicità ingannata, con il quale vuole dare voce alle donne che a partire dal Cinquecento lottarono per rivendicare i proprio diritti.

Ispirato alle opere letterarie di Arcangela Tarabotti, a Lo Spazio del silenzio di Giovanna Paolin e alla vicenda delle Clarisse di Udine, lo spettacolo inizia con l’elencare le varie possibilità che le ragazze del Cinquecento avevano una volta cresciute: c’era chi veniva data in sposa, ma occorreva pagare una dote; c’era chi diventava prostituta essendo a sua volta figlia di una prostituta; c’era chi infine, avendo un corpo esile e poco attraente o appartenendo a una famiglia che non poteva permettersi di pagare una dote per maritarla, veniva mandata in convento. È sul tema della monacazione forzata che si sviluppa il resto del racconto presentando le vicende dell Clarisse del convento di Udine che trasformano il monastero in un luogo di libero pensiero, di cultura aperta, fino a trovarsi faccia a faccia con l’Inquisizione.

Sola protaganista del palcoscenico, Marta dimostra di saper spaziare con naturalezza e disinvoltura tra i personaggi che interpreta, dai padri di famiglia, alle sei monache-pupazze, al vescovo; mimetizzandosi attraverso le voci e le identità dei vari “attori-fantasma”, l’autrice dimostra, oltre al fatto di aver appreso al meglio le lezioni dei suoi maestri, lucidità nella costruzione della storia e del suo concatenarsi di eventi.