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AZZURRO — Racconto breve

Dopo il ricordo, in poesia, della prof.ssa Isabella Sordi sulla tragedia di Lampedusa (3 ottobre 2013) pubblichiamo un racconto breve sul tema dell’immigrazione scritto, e pubblicato, da una studentessa del liceo Franchetti, Valentina Giuliano. Lo abbiamo scelto per la sua forza drammatica e la capacità di evocare la condizione che questi uomini e donne si trovano ad affrontare.


AZZURRO

Valentina Giuliano

ViaggiFatima amava l’azzurro.

Era il suo colore preferito fin da quand’era piccola; azzurro come un cielo terso, azzurro come la sua voglia di volare.

A sette anni aveva avuto un pesciolino, trovato quasi morto dentro il secchio per l’acqua del pozzo.

Gli aveva dato da mangiare pezzettini sminuzzati di insalata, perché la sua amica Sasha aveva sentito dire che i pesci mangiavano una strana erba che cresceva nel mare, e l’insalata era l’unico cibo verde che conosceva.

Lo aveva chiamato Azzurro, anche se Sasha sosteneva che doveva chiamarlo Verde.

Era morto dopo quattro giorni, ma erano stati i quattro giorni più belli della sua vita.

Così adesso, schiacciata tra mare e cielo, l’azzurro l’avvolgeva teneramente come una coperta, e tutto sembrava migliore.

“Dove finisce il mare, Fatima?”

Le labbra di Amir erano aride e secche, piene di tagli. Suo padre gli aveva proibito di bere l’acqua di mare – rendeva pazzi, diceva – ma anche se avesse voluto, il bruciore a causa del sale sarebbe stato insopportabile.

“Il mare si estende per chilometri e chilometri, bagna tutte le terre e rispecchia tutti i cieli, finché non si trasforma in un’enorme cascata ai confini del mondo.”

Suo fratello alzò quanto poté la testa dal suo grembo, sporgendosi un poco oltre il bordo scrostato della barca. L’acqua era così limpida e cristallina sotto di loro.

Nessun pericolo, nessun inganno.

Sembrava quasi impossibile che potesse portare morte.

“E dove finisce la cascata, Fatima?”

Accarezzò i ricci morbidi di suo fratello, arrotolandone alcuni in corte spirali sulle dita. In quella barca erano rimaste solo pelli secche, cuori aridi e occhi vuoti, ma i capelli di Amir erano ancora lucidi e setosi come quando giocava con i suoi soldatini di legno nella strada davanti casa.

“L’acqua cade nello spazio, sempre più giù, finché non arriva su altre galassie, altri pianeti.”

Fatima da grande avrebbe voluto fare l’astronauta.

Gliene aveva parlato per la prima volta una di quelle giovani donne con la croce rossa sul petto, quella più bella, con tutti quei ricci dorati pendenti sulla fronte.

“Voli dentro una navicella dove puoi camminare sul soffitto e saltare senza fatica, e una volta superata la terra non rimani altro che te ed il cielo. Dicono che finché sei lassù, sei tu il padrone dell’universo.”

Quando lo aveva confessato a sua nonna, i suoi occhi lattiginosi l’avevano sgridata con disprezzo.

“Non devi provare desiderio per qualcosa che non potrai mai fare, o il Diavolo si vendicherà per la tua arroganza.”

Fatima pensò a sua nonna e al suo corpo spezzato sotto le macerie della sua stessa casa; alla fine, nessun Dio l’aveva premiata per non aver sognato un futuro migliore.

“Nessuno verrà a prenderci, è troppo tardi ormai.”

L’uomo che aveva parlato fissava con sguardo sereno il mare, ma le sue mani grattavo incontrollate sui bordi di legno della nave.

“Non interessiamo a nessuno, siamo solo carne in più da far respirare e mangiare.”

Fatima accolse Amir nell’incavo del collo e ne nascose il viso con i capelli.

“Non dire così, Hamisi.”

Una donna gli circondò la vita con le braccia e si lasciò cadere sulla sua spalla.

“Spero solo che facciano presto; quando Atsu si sveglierà avrà di sicuro fame.”

L’uomo massaggiò i lunghi capelli color ebano di sua moglie, le passò le dita sotto le occhiaie nere come la notte.

La guardava come si guarda un giocattolo rotto.

“Atsu non avrà più fame.”

“Ma cosa dici? Certo che avrà fame, non mangia da due giorni ormai! Ma tuo cugino ha detto che lì sulla terra hanno latte caldo e biscotti e strani frutti dolci, potrà mangiare quanto vuole.”

Scostò leggermente la coperta marrone che circondava come un bozzolo il suo piccolo bambino, raggomitolato sul legno bagnato della barca.

Gli accarezzò le guance pallide come se fosse fatto di cristallo.

“Manca poco amore mio, e sarà tutto finito.”

Il bambino non si mosse, ma la sua risposta silenziosa era ben visibile nella piega innaturale delle gambe, nell’immobilità del petto; era già tutto finito.

Fatima strinse Amir ancora più forte al petto e avvicinò l’orecchio alla sua bocca, assicurandosi che il respiro fosse ancora regolare.

Nulla di quello che era successo era come le aveva detto sua madre.

Lei le aveva raccontato di grandi palazzi grigi e rossastri in cui avrebbero vissuto tutti assieme, pezzi infiniti d’erba verde dove avrebbe potuto correre, carne cotta e formaggi morbidi come pane.

Suo padre avrebbe trovato un nuovo lavoro, mentre lei avrebbe finalmente imparato a leggere quei grandi quaderni pieni di figure e scritte, quelli che le facevano vedere le infermiere con la croce.

E Fatima ci aveva anche creduto, aveva davvero creduto che la vita avesse deciso di essere buona con lei.

L’immagine luminosa di un nuovo, meraviglioso, sconosciuto futuro l’aveva accompagnata lungo tutto il viaggio attraverso il villaggio, e quando aveva intravisto in lontananza la barca rossa e bianca galleggiare speranzosa sopra l’acqua, l’immagine era diventata così vivida, pulsante e vera che le era sembrato d’ avere un sole cocente che le camminava affianco.

In un certo senso, sarebbe stata la sua prima esperienza da astronauta; un nuovo mondo tutto a sua disposizione, da esplorare e visitare come un universo pieno di stelle.

Ora, accasciata tra decine di corpi vuoti, Fatima si chiedeva perché sua madre non le avesse raccontato anche della puzza di sangue e vomito, che neppure l’odore della salsedine riusciva a coprire, delle centinaia di donne, uomini e bambini abbandonati vicino alla carcassa dei loro sogni, delle lacrime, che anche quand’erano finite, continuano a premere invisibili agli angoli degli occhi.

Dell’agonia, del dolore lancinante che ti apre il petto mentre l’ultima speranza, quella più bella e preziosa, viene distrutta a pochi metri dalla vittoria.

Fatima si chiedeva perché sua madre non le avesse detto che non sarebbe stata lì a soffrire con lei.

Ad Amir aveva detto che i loro genitori erano saliti in un’altra barca, e probabilmente li stavano già aspettando a terra, con un’enorme borraccia d’acqua fresca in mano.

A se stessa, Fatima aveva detto che i suoi genitori erano rimasti a sorvegliare la casa, in attesa che la siccità finisse e le puntine verdi del raccolto ricominciassero a uscire dalla terra.

Allora sarebbero venuti a prenderli, e tutto sarebbe stato più facile.

Più tardi, avrebbe scoperto che erano rimasti schiacciati dalla folla mentre cercavano di salire a bordo, abbandonati sulle sponde del fiume come animali selvaggi.

“Fatima, quando arriviamo?”

Fatima guardò l’orizzonte, e quello gli restituì la solita distesa d’acqua incontaminata.

“Non ti preoccupare Amir, non staremo qui ancora per molto.”

Fatima restò seduta contro il bordo della barca ancora per due giorni.

Le ossa si erano fatte pesanti, i muscoli incollati gli uni agli altri; respirare era sempre più difficile, lasciarsi scivolare nell’incoscienza sempre più facile.

L’unico momento di sollievo era stato quando Hamisi le aveva ceduto i tre pezzi di pane e la porzione d’acqua di sua moglie; nemmeno lei avrebbe avuto più fame.

Aveva tenuto gli occhi costantemente puntati verso nord, in attesa; Amir tremava tra le sue braccia.

Quando poi il profilo confuso di una barca in avvicinamento aveva arricciato l’acqua in lontananza, gli occhi le bruciavano così tanto che non riusciva più a tenerli aperti.

Non capì molto di quello che successe dopo, sentiva solo Amir agitarsi lì vicino e qualche grido di aiuto levarsi dalla prua.

“Da questa parte, con calma!”

Era una lingua straniera, uomini dal timbro profondo e sconosciuto a Fatima, ma lei la riconobbe lo stesso; era la voce della salvezza.

“Ce ne sono altri qua!”

Le urla aumentavano sempre di più, un coro straziante di moribondi che si alzava al cielo.

Li sentiva, i pochi sopravvissuti del mare, mentre come animali guaivano e si azzannavano per mettersi in salvo, ognuno per sé, senza ritegno per i più deboli.

“Fatima!“

Si sentì sollevare da terra nell’esatto istante in cui l’urlo di Amir le riempì le orecchie.

La gambe pendevano nel vuoto e mentre fluttuava senza peso, le sembrava di volare.

Si rese conto di non essere più nella barca perché l’odore di vomito era sparito, sostituito da uno più forte, chimico e pungente.

“Circa quindici anni, in stato di disidratazione. Ha perso conoscenza.”

Voleva alzarsi, voleva prendere suo fratello in braccio e ribadirgli che sarebbe andato tutto bene, ma riusciva solo a pensare a casa.

Perché ne era sicura, avrebbe abbandonato tutto in un istante, se solo avesse potuto tornare lì da dove era scappata.

Ritornare a una casa con il tetto assente per metà, all’acqua sporca del suo pozzo, alle strade fangose e alle vecchie del villaggio sedute tra la polvere.

Ritornare di fronte al sorriso storto di sua madre, all’espressione falsamente austera di suo padre.

“E’ tua sorella?”

Amir stava piangendo, un uomo con un giubbotto arancione lo abbracciava sorreggendolo per le braccia.

Fatima poteva quasi vederlo, il suo brillante futuro che ora splendeva vicino al petto di suo fratello.

Almeno non era stato sprecato, almeno lui avrebbe vissuto in grandi palazzi grigi e rossastri, corso a piedi nudi tra l’erba verde, mangiato carne cotta e formaggio morbido fino a scoppiare.

Lo guardò per l’ultima volta.

Nei suoi occhi grandi si era raccolto il cielo.

E per un istante, fu lei la padrona dell’universo.

 

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Il racconto è contenuto nel volume “Viaggi”, edito da La Toletta Edizioni, 2013.