Campo lungo

Progetto «Incontri di Storia» — Ideologie del Primo ‘900 a confronto

di Annachiara Gambardella IA (Liceo classico)

Una guerra può essere giusta? Sembra decisamente questo il filo conduttore degli incontri di storia ‘Verso il centenario della Grande Guerra’ al liceo BF. Su questo tema -come ha illustrato il Prof. Carlo Franco nell’introdurre l’incontro di martedì ’21 gennaio ultimo scorso, si sono confrontate le ideologie dei primi anni del ‘900 anche in Italia, nell’argomentare le proprie tesi a favore o contro l’entrata in guerra, ma anche nel valutare le conseguenze che la guerra avrebbe avuto sulla società italiana.

La Grande guerra

“GUERRA PER LA GUERRA”

“GUERRA ALLA GUERRA”

Una sola preposizione distingue nettamente le due posizioni politiche: quella nazionalista e quella socialista.

Entrambi gli schieramenti erano ben consapevoli del fatto che un conflitto non avrebbe avuto conseguenze esigue, che non si sarebbe trattato di una guerra-lampo. Tuttavia, come dimostrano i motti appartenenti ai due schieramenti, essi si ponevano nei confronti della guerra partendo da posizioni contrapposte. I nazionalisti sostenevano la necessità di prendere parte alla contesa, per cui non era neppure necessario rinvenire un motivo, qualunque pretesto sarebbe andato bene per giustificare l’entrata in guerra. E così fu. Per i socialisti invece la neutralità rappresentava un valore assoluto: il nemico non era lo straniero, era semmai il borghese, il capitalista che opprimeva la classe proletaria.

Questi ultimi, quindi, ritenevano cheprendendo parte al conflitto, esso avrebbe dovuto essere sfruttato dal popolo per rovesciare il sistema capitalista.

In questo senso si potrebbe dire che, dopo il congresso Internazionale Socialista del 1907, le forze politiche di sinistra guardavano alla guerra con occhi fiduciosi, in quanto sentivano che il nemico non era poi così lontano, sentivano di non appartenere ad alcuna Patria, dal momento che le Patrie erano tutte borghesi e speravano che l’unione tra i socialisti europei potesse finalmente essere l’occasione per una svolta definitiva.

Per i Nazionalisti, invece, la guerra -come ha evidenziato la relatrice Prof.ssa Giulia Simone- rappresentava per l’Italia non solo l’opportunità di ampliare i propri confini, ma soprattutto un evento capace di avere importanti ripercussioni sulla politica interna, in grado di “cementare la società”. La guerra in sé, per l’ideologia nazionalista, è strumento necessario per scrivere la Storia di una Nazione.

Tale Storia, però, si poteva essere scritta solamente con il sangue. Sangue dei più, del proletariato. In questo i Nazionalisti non mostrarono alcun sentimento di umanità.

D’altra parte, nella loro concezione, il popolo era massa, gregge che doveva essere guidato dall’élite, la sola in grado di comprendere cosa sarebbe stato positivo per il Paese.

I Nazionalisti possedevano infatti una visione organicistica dello Stato: l’élite aveva la funzione del cervello e il popolo quella del corpo. Tale concezione fu sposata, in seguito, da

Mussolini, il quale, pur appartenendo originariamente al partito Socialista, diede vita, dopo

la guerra, al partito Fascista, nel quale confluirono i componenti del partito Nazionalista.

Certo è che l’élite aveva bisogno del sostegno della massa, pertanto il partito Nazionalista decise di servirsi di numerosi mezzi propagandistici: furono utilizzati simboli, inni, tessere e un colore -nello specifico, l’azzurro- che rappresentassero il partito e una mitologia legata ad esso. Talvolta, però, per incitare le folle furono utilizzate anche tecniche della sinistra, quali l’uso della piazza.

Si diede vita inoltre a un settimanale, il “Dovere Nazionale” fondato e diretto da Alfredo Rocco, rappresentante illustre del partito Nazionalista, promotore dell’ANI -associazione Nazionalista italiana- e docente alla Facoltà di Giurisprudenza di Padova fino al 1925.

Per il pensiero Nazionalista la guerra rappresentava soprattutto un strumento utile ad arginare la democrazia, che timidamente si stava affacciando nell’Italia del primo decennio del ‘900.

La posizione nazionalista, come è emerso nel corso dell’incontro, fu più semplice da sostenere pur nella contraddittorietà dell’atteggiamento di questo partito nell’arco degli anni.

Mentre in un primo momento, infatti, l’ANI appoggiò l’entrata in guerra a fianco dell’Austria e della Germania in ragione della Triplice Alleanza, ma soprattutto perché riteneva fossero le potenze più forti, quelle vincenti, successivamente -dopo il Patto di Londra- senza vivere alcun tormento, si fece sostenitrice dell’intervento a fianco di Francia, Inghilterra e Russia.

D’altro canto, come abbiamo detto, il motto nazionalista era “guerra per la guerra”, le alleanze erano irrilevanti, meri strumenti finalizzati all’entrata in guerra.

Nessuna contraddittorietà nei propri atteggiamenti venne quindi mai riconosciuta o ammessa dai Nazionalisti a chi contestava loro il voltafaccia come incoerenza di pensiero, specie in ragione della propaganda anti-germanica scatenata dalle forze di destra in questa seconda fase.

La “semplicità” dell’idea nazionalista non poteva essere sconfitta neppure dall’evidenza della contraddittorietà delle alleanze.

D’altra parte, come ha ben illustrato il relatore Prof. Giovanni Sbordone, anche all’interno del partito Socialista non mancarono atteggiamenti inconciliabili e conflitti. Dubbi e lacerazioni in questo caso consapevoli e oggetto di intenso dibattito politico nell’ambito del partito. In un primo momento -quando si trattava cioè di entrare in guerra a fianco di Austria e Germania, potenze invise sin dal Risorgimento- la sinistra poté facilmente e con coerenza propugnare il neutralismo. Quando però si cominciò a valutare l’opportunità di entrare in guerra, non a fianco di Austria e Germania ma contro di esse, si aprì una breccia nel neutralismo Socialista. Nella testata giornalistica dell’ “Avanti!” -organo del partito Socialista- non mancarono i titoli dichiaratamente schierati contro gli Imperi Centrali, che evidenziavano i punti deboli e le sfaccettature che caratterizzavano la complessità del pensiero della sinistra.

Voci ancor più contrastanti con i principi di neutralismo nell’animo di una parte dei Socialisti si fecero avanti quando, a guerra già intrapresa, si trattò di combattere da Paese invaso.

Il cambiamento di prospettiva trasformò, infatti, il valore ideologico della guerra che divenne giustificabile perché difensiva.

Del resto, al di là di ogni ideologia, la disfatta di Caporetto segnerà una svolta non solo per le diverse correnti politiche del Paese ma per l’Italia stessa.

E di questo nuovo scenario si avrà modo di riflettere insieme al Prof. Daniele Ceschin nel corso dell’incontro dal titolo “Caporetto, la ritirata, i profughi friulani e veneti” che si terrà il giorno 11 febbraio prossimo venturo presso l’Aula Magna del Liceo Raimondo Franchetti.