Recensioni Spettacoli

A proposito di un serial

di Beatrice Carraro – 4F

Ogni domenica sera ho un appuntamento speciale. Perché, secondo me, questa è una storia speciale. Alle nove e trenta, telecomando in mano, mi sintonizzo su Rai 1 e lì ci sono Leo (Carmine Buschini), Vale (Brando Pacitto), Cris (Aurora Ruffino), Davide (Mirko Trovato), Toni (Pio Luigi Piscicelli) e Rocco (Lorenzo Guidi), i cosiddetti “braccialetti rossi”, protagonisti della serie televisiva omonima diretta da Giacomo Campiotti. Si tratta di un gruppo di adolescenti, di età compresa tra gli 11 e i 17 anni, che si conoscono poiché sono ricoverati in un ospedale pugliese: insieme imparano a darsi coraggio a vicenda, trovando la voglia di vivere e di sopravvivere alla malattia che li ha colpiti. I temi trattati sono dunque importanti, a volte “scomodi”, ma sempre proposti con levità di toni, semplicità, profondità e coraggio.

La storia dei sei ragazzi ci coinvolge, ci emoziona, va a fondo negli argomenti di cui non parliamo. Il dolore e la morte esistono, ma che atteggiamento possiamo avere noi nei loro confronti? E  con “noi” intendo proprio noi, ragazzi, adolescenti. Certamente non li viviamo come gli adulti, capaci di affrontare la vita con maturità ed esperienza, ma neppure come i bambini, che non riescono a capire la realtà delle cose. Siamo in una fase di stallo, una via di mezzo. E non so quanto questo giochi a nostro vantaggio… Rabbia? Dolore? Indifferenza? Non sappiamo a che sentimenti “aggrapparci”. Ogni tanto qualcuno cerca di evitare la realtà e, di conseguenza, anche la verità. Ci si può fare un giro immenso attorno, puoi correre via il più lontano possibile, ma purtroppo certe cose sono inevitabili. Bisogna sbatterci la testa contro, viverle a fondo, incamerando il più possibile esperienza. Nella mia vita mi è capitato di conoscere coetanei sgomenti e ammutoliti davanti alla morte improvvisa di un amico. Anch’ io lo sono stata. Impreparati, perchè nessuno, genitori o insegnanti, aveva mai parlato con loro di questo argomento, come fosse un tabù. Eppure, nei TG, siamo abituati a vedere decine di persone che soffrono e muoiono ogni giorno, senza che ne siamo turbati…

I ragazzi della serie non fanno giri immensi intorno a quella che è la loro realtà, ma riescono ad accettarla e a vivere insieme ad essa. Tra loro ridono, scherzano, parlano, si raccontano e si confidano. Da perfetti sconosciuti diventano amici, si rispettano e imparano ad utilizzare le proprie abilità. Perché tutti noi ne abbiamo e bisogna solo capire quali sono e come usarle. Si organizzano feste con i medici, ci si innamora. E quando arriva la situazione critica, di dolore, cosa fanno? Si abbracciano, la condividono: così il loro legame si fa sempre più intenso.

Comunque, ad essere coinvolto da questa fiction non è solo il pubblico giovane, ma anche quello adulto, che ha saputo apprezzarne e riconoscerne le qualità. “Braccialetti Rossi” sta diventando un fenomeno mediatico: è la versione italiana della serie catalana “Polseres Vermelles“, trasmessa dalla tv spagnola TV3 Televisio de Catalunya, che ha “commosso” addirittura Steven Spielberg, tanto da indurlo ad acquistare i diritti per un adattamento negli Stati Uniti con la Abc.

Se si interiorizza il messaggio di questa storia, si riesce ad accogliere la vita in tutte le sue sfumature: “Braccialetti Rossi” è come la vita. E nella vita si nasce, si piange, si ride, si ama e purtroppo si muore.

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