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HUNGRY HEARTS (drammatico, 2014) di Saverio Costanzo

 

HUngryNonostante l’incipit del film – che vede i due protagonisti conoscersi in maniera grottesca nel bagno di un ristorante cinese – come in ogni altro film di Saverio Costanzo sono malessere e disagio a dominare la scena. Questo prologo, tipologicamente eterogeneo rispetto al resto della pellicola, rivela l’immediato contrasto di personalità e mentalità che intercorre tra i due personaggi: Costanzo, così, nei cinque minuti iniziali, anticipa, con semplicità e naturalezza, le cause dei contrasti tra i due personaggi, vero nucleo narrativo del film.

Jude e Mina, che vengono presentati allo spettatore da un lungo piano-sequenza a camera fissa, dopo essersi conosciuti, si innamorano e lei rimane incinta; decidono di tenere il bambino e si sposano. Lei però è vegana e da questo nascono i primi dissidi, poi destinati a peggiorare. A Costanzo, però, non interessa trattare il tema del veganismo e non lo condanna esplicitamente come scelta di vita, ma la sua attenzione si rivolge alla struttura etica che sorregge certi comportamenti di tipologia assolutista, di cui il veganismo è soltanto l’ultimo degli esempi possibili. O meglio, Costanzo strumentalizza l’analisi di questa struttura generale e lo fa per parlare di amore materno che però, in questo caso, sembra danneggiare chi ne è il destinatario, in maniera quasi paradossale. L’amore materno è, soprattutto nelle sue prime fasi, un donare, un nutrire, mentre Mina non nutre mai abbastanza suo figlio. Il suo essere vegana non le permette, prima, di avere un’alimentazione tale da soddisfare il bisogno di proteine del figlio durante la gravidanza, mentre dopo la nascita problematica di questi, Mina provvederà all’alimentazione del figlio con cibi approvati dalla sua linea di pensiero, convinta che ciò sia giusto per il benessere fisico, e non solo, del figlio, ma sembra voler non accorgersi che suo figlio non cresce, che è sempre malato e che evidentemente la dieta da lei scelta non produce miglioramenti.

Ma come già detto questo è solo un pretesto per Costanzo, che mette in luce come l’amore materno possa portare a scelte drastiche ed eticamente sbagliate, e anche al sacrificio, del proprio rapporto personale, nel nome di un bene superiore, il figlio. Infatti Mina è totalmente ossessionata dal voler crescere il figlio in un ambiente puro, negandogli così non solo un’alimentazione sana, ma la luce del sole, il contatto con suo padre e sua nonna, gli esami medici, la possibilità di andare in giro per casa. Hungry hearts è un film sull’ossessione che si incentra sul conflitto dei due genitori, sul loro inferno privato, che dal dramma familiare talvolta sconfina nel thriller psicologico e dall’ambientazione claustrofobica (tanto da ricordare per certi versi alcuni film di Polanski). E Costanzo sceglie di raccontare questo conflitto domestico attraverso primissimi piani e piani-sequenza spesso a camera fissa, stando sempre sul volto dei suoi protagonisti, per coglierne ogni variazione negli sguardi e nell’espressione. Una scelta intelligente, che, oltre a voler a tutti i costi rivendicare uno stile proprio e personale, cala perfettamente lo spettatore nell’atmosfera claustrofobica e a tratti ansiogena del film, il tutto anche grazie le buone interpretazioni di Alba Rohrwacher, la quale con la sua magrezza, la sua carnagione e quel viso malaticcio dà vita a una performance molto corporale e fisica, e Adam Driver, che, pur non all’altezza della Rohrwacher, non sfigura (tenendo anche conto dei pochi anni d’esperienza). Tuttavia questa scelta stilistica alla lunga risulta un po’ ridondante e a tratti fine a se stessa, e nella seconda parte del film perde in incisività, pur risollevandosi grazie a un paio di perle, come l’inquadratura deformata a occhio di pesce (fisheye), che fornisce un ritratto mostruoso di lei nel momento in cui s’appresta a prendere in braccio il figlio creando un contrasto fra la madre amorevole che lei vuole essere e il mostro, pur non consapevole, che invece si sta rivelando, o la perfetta scena dell’arrivo di Mina nella casa della suocera assieme alla polizia per riprendersi il figlio, complice anche il montaggio, in questa sequenza incisivo, ma nel resto del film invero piuttosto assente e di supporto.

In conclusione Costanzo riesce a rappresentare in Hungry hearts perfettamente il disagio tanto del padre, che cerca di salvare non solo il figlio, ma tutta la famiglia, quanto della madre, pendutasi nella convinzione di essere nel giusto e ignara di quanto il suo pensiero sia totalitario e quanto esso si avvicini a una fede cieca (si noti la scena in cui il padre si rifugia in una chiesa per dare del prosciutto al bambino), e riesce a farlo con efficacia, senza perbenismi o compromessi di sorta. Esemplificativo il finale, che consiste, riassumendo appieno l’essenza del film, in un atto (estremo) d’amore materno.

(Alvise Mainardi)