Campo lungo

Confronti a 18 secoli di distanza

di Isacco Zampieri 2B

Come ben noto il terzo secolo terzo secolo d.C. fu caratterizzato da una profonda crisi che investì nel suo insieme tutto l’impero romano, dai confini più estremi alla stessa Roma e che portò in seguito al crollo definitivo di quello che indubbiamente è stato il più grande tra gli imperi antichi.

Impero romano terzo secolo

Ciò che causò tale fase di depressione fu una grave crisi economica dovuta alla presenza di imperatori incapaci di gestire il grande territorio dell’impero ed i problemi che esso presentava; le continue invasioni barbariche e la diminuzione delle conquiste fecero sì che lo stato dovesse investire quasi la totalità delle proprie risorse nel mantenimento dell’esercito senza più ricevere “in compenso” i consistenti bottini di guerra come in passato. Per affrontare tali difficoltà quindi gli imperatori presero due provvedimenti: il primo fu quello di aumentare le tasse, contribuendo così all’impoverimento della popolazione, mentre il secondo fu quello di diminuire la percentuale di minerali preziosi (oro e argento) presenti nelle monete dell’epoca causando un’inflazione che, come quasi sempre accade, danneggiò il ceto medio­povero della società. Non dimentichiamo inoltre che la situazione si aggravò anche a causa di mutamenti climatici che ebbero come conseguenza un’importante calo demografico; in una simile situazione fu quindi inevitabile che si generasse anche una estesa crisi sociale­morale. Ogni crisi economica infatti suscita automaticamente nelle persone una visione critica e pessimistica della società che porta innanzitutto ad un arresto delle invenzioni, o, più in generale, della ricerca del nuovo, del diverso, del progresso, per arrivare in seguito ad una regressione che può manifestarsi in varie forme ed ambiti. Questo in particolare è l’aspetto che accomuna la crisi attuale che si protrae dal 2008 a quella del secolo, ovvero la crisi morale e delle relazioni dell’uomo. Come riportato in un documento scritto dal vescovo Cipriano di Cartagine (che morì martire nel 251), durante la crisi l’impero romano cambia, non è più lo stato innovativo, intraprendente e solido che noi tutt’ora immaginiamo, ma anzi, “viene a mancare nel Foro l’onestà, nel tribunale la giustizia, la solidarietà nelle amicizie, la perizia nelle arti e nei costumi la disciplina”. Queste parole ci forniscono un’idea chiara di quali cambiamenti il mondo romano subì; e come loro anche noi oggi. Onestà, giustizia, solidarietà, perizia e disciplina sono valori che la nostra società sta evidentemente perdendo, anche (ma non solo) a causa della crisi. Ciò che appare subito evidente però in qualsiasi periodo di difficoltà è innanzitutto un netto distacco tra il popolo, ovvero le persone che con la loro vita quotidiana danno vita allo stato, e le istituzioni. Chi governa o ha delle responsabilità a livello amministrativo viene immediatamente considerato causa delle difficoltà che si vivono (e probabilmente lo è); la fiducia in tali persone diminuisce e si fa strada invece la sensazione che ciò che avviene nei luoghi di dirigenza dello stato sia sempre più “lontano” dalla vita quotidiana. Il governo però continua a chiedere gli stessi tributi agli abitanti che invece ricevono sempre meno dallo stato stesso. In questo modo si alimenta un “focolaio” semi­spento ma che potrebbe riprendere a bruciare da un momento all’altro, ovvero il malcontento dei cittadini, che può sfociare persino in atti di violenza, come accaduto nell’impero romano. Questo delinea la progressiva mancanza di quel “rapporto” fra stato e cittadino fondamentale per lo sviluppo della società.

Ma torniamo alle parole scritte dal vescovo Cipriano. La necessità di sopravvivere di chi possiede meno ed allo stesso tempo l’avarizia e la volontà di sfruttare chi è più debole da parte di chi detiene il potere causano disonestà ed iniquità; ne seguono, come possiamo constatare di persona, furti sempre più frequenti ma allo stesso un aumento dei fenomeni di corruzione soprattutto tra politici e funzionari pubblici, ovvero quelle persone che dovrebbero per primi fornire un modello di comportamento corretto e volto al bene della società. E’ quindi in atto una regressione della comunità nel suo complesso, dai cittadini alle istituzioni. Personalmente ritengo che questi fattori abbiano portato ad una vera e propria crisi d’identità di molti e specialmente di noi giovani; ogni giorno noto dei ragazzi sempre meno attivi e vogliosi di crearsi un futuro, che appare senza speranza di successo, a prescindere, ed allo stesso tempo incapace di cogliere il bello della propria vita. Così molti giovani si abbandonano “alla corrente”, la quale spesso li trascina in situazioni pericolose da cui difficilmente riescono ad uscire. Nelle nostre relazioni quotidiane inoltre tendiamo a perdere fiducia in noi stessi e nel prossimo a causa della sensazione di precarietà che continuamente percepiamo. Questo può essere ricollegato alla regressione che avviene in qualunque periodo di crisi: infatti le difficoltà economiche e le preoccupazioni sempre crescenti impediscono alla maggior parte delle persone di dedicare del tempo al confronto con gli altri e soprattutto soffocano la creatività e l’ingegno umano. La crisi è quindi un periodo di individualismo nel quale affiora la parte peggiore ed egoista dell’uomo legata forse all’antica esigenza di sopravvivenza che non siamo abituati a sentire e che per questo ci spaventa. Al contrario, i periodi di crisi dovrebbero rappresentare, a mio parere, un’occasione per poter essere solidali gli uni con gli altri dato che ci riesce difficile esserlo quando viviamo in una condizione di benessere. Saranno sempre presenti nella variegata specie umana persone che, come accennato in precedenza, nella loro ignoranza e piccolezza d’animo cercano di sfruttare le difficoltà dei più deboli per un guadagno personale, e proprio questo è uno degli aspetti che hanno caratterizzato e che dovremmo riscoprire della civiltà romana e di quella greca prima di essa: il biasimo che comportamenti e persone così ignobili dovrebbero ricevere da parte della comunità ma anche la sensazione di pura vergogna che queste dovrebbero provare nel sapere di aver posto i propri interessi personali sopra le difficoltà, gli stenti ed i sacrifici di migliaia di famiglie. Concludo quindi affermando che la crisi è una fase in cui vengono accentuate le differenze, in cui chi ha di meno continua a perdere e chi ha di più continua a guadagnare, in cui l’intelligenza dell’uomo lascia spazio all’aspetto più primitivo che ancora è presente al suo interno, e dalla quale si può uscire (anche) grazie all’applicazione di quei valori di collaborazione ed aiuto reciproco di cui purtroppo spesso dimentichiamo l’esistenza.