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HUNGRY HEARTS ENTRA NELLA CINQUINA DEL PREMIO DAVID

Matteo Colorio (II C  cl), membro della Giuria di Istituto Premio David Giovani 2015, propone una sua recensione di Hungry hearts di Saverio Costanzo (2014), film entrato meritatamente nella cinquina del David di Donatello.

La 59esima edizione dei Premi David di Donatello, di cui fa parte appunto il David Giovani, assegnato da una giuria di oltre 6000 studenti iscritti ad istituti superiori di ogni regione d’Italia, si svolgerà il prossimo 12 giugno. Tra i primi cinque film candidati al premio risultano Anime Nere di Francesco Munzi, Il Giovane favoloso di Mario Martone, Mia madre di Nanni Moretti, Hungry hearts di Saverio Costanzo, Torneranno i prati di Ermanno Olmi e Noi e la Giulia di Edoardo Leo.

Hungry Heatrs

Mina, una giovane italiana che lavora in ambasciata a New York, e Jude, ingegnere, si incontrano per la prima volta in un ristorante cinese. Ed è proprio da qui che Costanzo parte, da una toilette angusta dove i due rimangono chiusi per un lasso indeterminato di tempo in attesa di aiuto, costretti a condividere in questo spazio asfittico i loro corpi e i loro umori: emblematico incipit di quello che sarà l’evolversi della vicenda.

Dopo un primo momento di estrema felicità di coppia, nel quale si svilupperà una profonda complicità tra i due innamorati, Mina rimane incinta di un figlio che forse soltanto Jude è pronto ad avere.

Fin dalla gravidanza Mina svilupperà una rigida attenzione per la dieta, eliminando la carne e nutrendo se stessa e il bimbo nel suo grembo soltanto con verdure, che coltiva su una piccola terrazza, posta sul tetto del loro appartamento.

Questa volta, però, a differenza del personaggio, che la stessa Alba Rohrwacher interpreta in La solitudine dei numeri primi, Mina non si ammala, non cade vittima di anoressia, ma, al contrario, gioca un ruolo attivo nella sua ricerca di purezza.

Mina è una donna fin troppo carica d’amore e, a causa delle sue profonde fragilità, ne fa un’ossessione, resa magnificamente, a livello di stesura, mediante l’utilizzo da parte sua del sempre più frequente aggettivo possessivo “mio” (e non “nostro”), per definire il figlio.

Ed è proprio questo eccessivo amore che la porta a sbagliare, a nuocere gravemente al figlio: una sorta di rifiuto della maternità secondo una prospettiva ribaltata, che si intravvede appunto nei “cuori affamati” del titolo.

La svolta, che pone fine alla loro complicità e sancisce in Mina il radicalizzarsi nelle sue posizioni, corrisponde al momento in cui lei, nonostante avesse espresso a Jude la volontà di far nascere il piccolo con metodi naturali, si ritrova operata in un letto d’ospedale con il figlio attaccato ad una macchina: si sente tradita e perciò si chiuderà al mondo, interiorizzando l’amore che prova e scaricandolo in modo nocivo sul figlio.

Mina, in realtà, è un personaggio che merita grande compassione, è una donna che non ha saputo contenere il miracolo della maternità, di cui si rende capace, e dimostra ciò in quel suo ultimo viaggio verso la spiaggia, troncato dalla prospettiva preponderante di Jude, attraverso gli occhi del quale lo spettatore è forzato ad osservare la vicenda.

Saverio Costanzo compie un sottile ma efficace lavoro di regia, eliminando ogni spasmodica ricerca di stile e preferendo raccontare questa storia lasciando spazio agli attori, che, soprattutto in questo film, sono la storia. I due attori, Alba Rohrwacher e Adam Driver, interpretano con profondità i rispettivi personaggi, senza attenersi a consuetudini che rendono freddo solitamente l’effetto, ma calandosi nei protagonisti in un rapporto di reciproco scambio.

Con un modesto budget da film-indipendente americano, Saverio Costanzo è riuscito a convertire un piccolo appartamento di poco più di cinquanta metri quadrati a New York, in uno spazio ampio sia temporalmente sia spazialmente, nel quale fa convivere a stretto contatto, riprendendo la scena iniziale del bagno del ristorante cinese, due anime che hanno percorso, dopo la nascita del figlio, due strade opposte e contrastanti, ma unite da reciproca difesa l’uno per l’altro, in memoria di quell’amore passato che il figlio incarna.

Hungry hearts di Saverio Costanzo, dunque, senz’alcun dubbio è un dramma psicologico che affronta con coraggio uno dei temi più delicati, ovvero la maternità, che potrebbe dar luogo a pericolosi fraintendimenti, e lo adatta con maestria a quello che è il linguaggio cinematografico