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Musica classica «contemporanea»


Nell’ambito del Progetto extracurricolare d’Istituto “Educazione alla Musica” 2008-2009, si sono tenuti alcuni incontri finalizzati alla conoscenza degli stili musicali. Due conferenze, tenute dal sottoscritto, si sono concentrate sul XVIII secolo, mentre per la musica contemporanea è intervenuta l’associazione INTRASONUS nella persona del Maestro Roberto Rusconi. L’esperienza verrà documentata nei prossimi numeri del giornalino. Personalmente, per non rubare spazio agli studenti, ho preferito pubblicare qui le mie impressioni.


Riflessioni sulla musica classica «contemporanea»

di Giorgio Ruffa

Musica classica «contemporanea»… il miglior momento di un concerto? Quando accordano gli strumenti e quando il brano tace: gli unici istanti di armonia e di pace. Ma, non è detto; questo stile musicale potrebbe riservarci delle sorprese: strumenti «scordati ad arte» e lunghe pause espressive.

Scherzi a parte, questa è la prima impressione che, al di là di tanti orpelli «intellettuali», ho ricevuto al primo incontro con questo mondo artistico. Premetto che le persone impegnate in questo tipo di musica sono valenti professori, a volte docenti di conservatorio, e pertanto perfettamente preparati all’arte musicale ed ai suoi linguaggi nella storia. Se hanno scelto la difficile, in tutti i sensi, strada del classico «contemporaneo» una ragione ci sarà.

Bisogna però ammettere che vedere strumenti classici letteralmente brutalizzati, per usare un eufemismo, e privati, platonicamente parlando, della loro virtù, provoca dolore in chi si appaga lasciandosi trasportare dai misteri dell’immagine sonora creata dall’armonia e dal contrappunto, strutture matematiche che elevano lo spirito e muovono le leve più intime del nostro intelletto e della nostra anima. Pertanto, parlare di musica classica «contemporanea», per il sottoscritto, è uno sforzo non da poco. Se poi aggiungo la mia refrattarietà a tutte le forme d’«arte» che, in un contesto apocalittico millenarista, potrei definire «degenerate e decadenti», la faccenda si fa ancora più penosa.

Ciò nonostante è chiaro che c’è qualcosa di più, sicuramente. Sì, perché anche in questa massa cacofonica si percepisce un messaggio, una domanda che il compositore cerca di porre al suo potenziale ascoltatore. Comunque, e questo non lo sopporto, a volte capita che alcuni artisti contemporanei si barrichino, anche inconsapevolmente, all’interno di una fortezza intellettuale dicendo, indirettamente, che se non sono compresi il problema risiede nella scarsa cultura dell’ascoltatore.

Ma come? La musica, la più immediata delle arti, deve caricarsi di sovrastrutture intellettuali per essere ascoltata? Certamente ci sono, e devono esserci, queste strutture culturali, ma non possono assolutamente precludere il godimento estetico a nessuno. Non è una questione «democratica», l’arte, se vogliamo, è aristocrazia del pensiero, ma tale da sapere parlare a tutti. L’arte è veramente tale da essere esoterica (occulta, enigmatica, incomprensibile ai più, destinata un ristretto gruppo) pur presentandosi essotericamente (destinata ad un pubblico a tutti i livelli culturali). Chiunque può godere dell’«Arte della Fuga» di Bach o della «Cappella degli Scrovegni» di Giotto, anche senza conoscerne i complessi meccanismi teorici, ermeneutici e simbolici. Questa è la vera potenza dell’arte, sapere trasmettere concetti profondi a vari livelli. Pertanto la «cultura» ci servirà, come in una scala iniziatica, a percorrere un cammino in profondità nell’opera d’arte, che deve pertanto tenere la porta aperta a chiunque si avvicini ad essa.

Ritornando alla modernità, anche se fosse immagine del «Tramonto dell’Occidente», l’arte, sebbene «l’art pour l’art», continua a fare il suo dovere: rispecchiare la realtà. Per l’appunto, l’arte implica, inevitabilmente, un rapporto con il suo tempo. E’ facile e, ammetto, semplicistico tirare una conclusione: in un mondo capitalistico, consumistico e con i valori alla deriva come il nostro l’oggetto dell’arte è stato trasformato sì in denuncia, ma pure in mercanzia estetica e, di riflesso, un segno legato a quella che comunemente definiamo moda. Pensiamo al consumo immediato operato dalla società dello spettacolo. La stessa critica d’arte, o l’arte come attività critica, si pone in questo rapporto astraente la realtà. Viene anche affermato che l’arte contemporanea necessiti di una sorta di educazione del fruitore. Si potrebbe parafrasare un celebre versetto biblico «vi ho nutriti di latte, non di cibo solido, perché non eravate capaci di sopportarlo; anzi, non lo siete neppure adesso, perché siete ancora carnali» (1Corinzi 3:2). La conoscenza del fenomeno artistico prevederebbe quindi un totale cambiamento della qualità di percezione. Ma, sinceramente, non credo che la tradizione artistica dei secoli precedenti sia «latte» e «non cibo solido» e che il fruitore debba essere indottrinato, come una certa propaganda consumistica desidererebbe, per seguire un determinato messaggio.

La musica può diventare immagine sonora… e come l’immagine subire un processo di astrazione decostruendo la propria struttura. La pittura ci presenta questo tentativo di ipersensibilità nel superare il concetto di immagine, forma e proporzione. Si è passati da un mondo costruito su modus, species e ordo (misura, forma e ordine) ad un mondo che trascende queste categorie proponendo approssimazione, assenza di modelli e disordine… ma non è forse questo il nostro mondo? L’arte che cosa poteva fare? Rispondere alle domande del vissuto e replicare di conseguenza.

Ciò nondimeno tutto può essere arte? E’ su questo gioco filosofico-estetico che l’espressione artistica contemporanea trova il suo fondamento. Spesso non è l’oggetto ad essere «artistico», bensì tutto il lavoro preparatorio intellettuale che vi sta a priori o, persino, a posteriori. Penso, inevitabilmente, alla celebre «merde d’artiste», di Piero Manzoni, che nel 1961 denunciò la radicale rottura con la tradizione artistica del tempo, ma che, allo stesso tempo, rappresentò, o volle rappresentare, un evidente segnale di degenerazione e decadenza dell’arte moderna, ossia, della stessa società moderna. La musica, alla pari di tutte le arti seguì questa strada trasformandosi, permettetemi il gioco di parole, in «cacophonie d’artiste».

Detto questo, molte sono le sensazioni delle persone dinnanzi all’arte contemporanea: shock, incomprensione, smarrimento, ansia, rifiuto e solo raramente un appagamento estetico. Ma, appunto, è l’arte in quanto arte che continua la sua opera nonostante il contenuto. Se un cumulo di sabbia al centro di una sala viene definito «opera d’arte» è forse perché, nonostante tutto, quel nonsense interroga lo spettatore, il quale è libero di esprimere la sua opinione, guidata però da quella domanda che l’artista pone attraverso la sua «creazione». Quando Oscar Wilde afferma che «la bellezza rivela tutto perché non esprime nulla» intuisce che ognuno, con la sua personale interiorità può attribuire diverse connotazioni alla bellezza. L’opera d’arte si carica di valore estetico proprio perché non è qualcosa di certo e definito, ma incoraggia la riflessione; permette ad ognuno, a seconda del proprio vissuto, di percepire o di interpretare quell’immediatezza che il rapporto con l’opera pone. Ma, appunto, per quanto dicevamo sopra, questa sorta di «libero esame» non deve essere mediato da sovrastrutture imposte. Gli strumenti culturali sono benvenuti ed universalmente utili, ma non devono essere il metro di misura assoluto. L’idea del bello, come notava nel 1735 Alexander Gottlieb Baumgarten, è in primo luogo una percezione confusa ed un sentimento, una percezione che avviene attraverso i sensi, concetto che in greco si esprime attraverso il termine αἰσθάνομαι, da cui «Estetica» come scienza della conoscenza attraverso l’impiego dei sensi. Ed è sotto questo aspetto che Kant parlerà di «estetica trascendentale» nella Critica della ragion Pura (1781/1787) come teoria della conoscenza, basata sulle funzioni dell’intelletto. Pertanto, il fenomeno, «ciò che deriva dall’esperienza», è il risultato del divenire, generato dalle sensazioni sensibili attraverso la relazione dei sensi con il mondo, e arricchito di conoscenze dall’opera dell’intelletto. La conoscenza della «realtà» è la conoscenza generata dalla relazione con il mondo e resa possibile dalle strutture trascendentali, proprie dell’uomo che precedono ogni esperienza. L’uomo pertanto possiede, in ogni caso, gli strumenti conoscitivi propri della sua natura… la conoscenza immediata è data a tutti, l’elaborazione soggettiva, unita ad altre esperienze, porta poi ad una sintesi soggettiva della percezione del «bello». Il termine è ripreso da Kant nella Critica del giudizio (1790), dove a proposito del «giudizio estetico» espone la sua teoria sul bello soggettivo e su quello naturale, oggettivo, che si esprime nel sentimento del sublime.

In conclusione, in qualunque modo la si voglia porre, l’esperienza estetica è un rapporto immediato tra l’opera ed il suo fruitore. La capacità dell’artista sarà quella di costruire un qualcosa che sappia parlare e, al momento stesso, sappia farsi interrogare dal fruitore. Più barriere intellettuali di mediazione saranno presenti e più quel fenomeno artistico si porrà in una nicchia. Probabilmente quella nicchia sarà compresa in futuro, nessuno lo nega, dopotutto è sempre avvenuto nel passato che una rivoluzione culturale fosse apprezzata in altri tempi. Ma, questo crea un problema paradossale, a mio parere. Se l’arte è specchio della nostra realtà, perché non riesce a parlare al suo tempo ed è elaborata quasi sempre a posteriori? Capacità profetica dell’artista o meccanismo di assuefazione del fenomeno nella società? Incapacità del fruitore o immaturità della società ad accogliere nuove istanze? Lascio queste domande alla considerazione del lettore.

Quindi, come chiusura personale, affermo che oggettivamente comprendo le istanze di queste forme artistiche contemporanee, ma soggettivamente non le apprezzo. Che io sia sordo, o che l’opera d’arte sia muta, non conta. Se non si instaura un rapporto estetico immediato io lascio perdere, non insisto a torturare la mia sensibilità con un linguaggio astruso ed incomprensibile. Probabilmente, come una lontana lingua straniera, mi starà anche parlando, ma se non ne posseggo il lessico il dialogo diviene impossibile, è necessario un metalinguaggio che mi permetta di accedervi. Ma, a volte, tale metalinguaggio è più astruso dello stesso sistema che vorrebbe descrivere. Se l’artista gioca, intenzionalmente o meno, su questa incomprensione allora non è la voce universale che l’arte reclama.
Quanto detto non dice di evitare questa forma d’arte, al contrario… conoscetela, frequentatela… qualcosa vi dirà… la detesterete, la disprezzerete, la amerete… non si sa… ma sicuramente qualcosa si muoverà in voi, e questa è già un’esperienza artistica. Nel mio piccolo mi ha incuriosito e, pur essendo musicalmente meno che nulla, sono riuscito a comporre pezzi «contemporanei», che non avranno valore solo perché non ho un titolo di conservatorio, ma che con la mia laurea in filosofia potrei infarcire di «storielle edificanti». Comunque questa esperienza ha moltiplicato il mio, mai sopito, amore per l’armonia e per il contrappunto tanto da convincermi a riprendere a scrivere musica classica, ma NON «contemporanea».

Un po’ per scherzo godetevi questo video ^_^