Campo lungo Focus

NAZIONALISMI

Di Marco Visentin – IC Classico

Galata morente BF
Il Galata morente, simbolo della vittoria di Attalo I di Pergamo contro i “barbari invasori”.

L’emergenza migranti ha contribuito a rendere netto il rovesciamento di prospettiva che ha visto l’Italia divenire, da tradizionale paese di emigrazione, rifugio di disperati e profughi; ciò ha anche provocato un graduale cambiamento nella visione, da parte di chi invece è nato nel Bel paese, nei confronti dei migranti, da alcuni (molti) considerati presenze ostili e parassite, senza considerare se siano rifugiati o no. In particolare, due comportamenti si sono rapidamente affermati tra gli italiani: il “politicamente corretto” e un forte razzismo. Coinvolgono, chiaramente, due differenti settori della cittadinanza, che ho cercato di analizzare.

Il “politicamente corretto” potrebbe parere, a prima vista, un atteggiamento di rispetto assoluto e dogmatico nei confronti del diverso; è anche ciò che spesso credono (o trovano opportuno) gli esponenti politici che ne fanno uso, tanto da averlo ormai reso un obbligo in tutte le discussioni sul cosiddetto Terzo mondo. Ma è lo stesso termine “Terzo mondo” a porre l’accento su un problema: queste popolazioni, questi migranti, sono persone diverse e svantaggiate. Il sostenitore della correttezza politica risponderà che “diverse” non si può dire e che è nostro compito aiutarle. Si è intravisto il problema? Se no, sarà opportuno procedere con un ulteriore caso. Perché costoro sarebbero sfavoriti o poveri? Perché – risponderà colui di cui sopra – l’Occidente malvagio, nei secoli passati, ha brutalmente colonizzato e sfruttato i loro antenati e le loro risorse per il proprio tornaconto economico-politico. Ora il problema è chiarissimo: indipendentemente dalla validità storica delle affermazioni (corrispondente, ahinoi, a verità), la questione del politicamente corretto assume una sfumatura di colpa. Noi siamo i discendenti degli imperialisti e noi dobbiamo riparare ai torti da essi commessi, insomma; per non considerare, poi, che forme di vassallaggio economico esistono ancor oggi e paiono assai difficili da scardinare: anch’esse devono essere inserite nel computo dei torti. E come si può rapportarsi con chi chiede aiuto sapendo che si hanno dei sensi di colpa pregressi? Sorridere e al contempo sudare freddo?

Per quanto, quindi, l’approcciarsi con i migranti in modo corretto, nel rispetto della differente cultura e senza desiderio di assimilazione, sia fondamentale, è opportuno evitare un fenomeno che sempre più caratterizza tale atteggiamento: lo chiamerei iper – “politicamente corretto”, a indicare, con ciò, che i termini della normale correttezza nei confronti del diverso sono scivolati fino all’esagerazione. È giunto il momento che ci si liberi della pesante eredità dei conquistadores semplicemente con un comportamento corretto e disponibile. Si risponderà che un Paese come l’Italia non ha le risorse economiche per ovviare a tale problema. Comprensibile, ma è pur vero che gran parte dell’Europa, poco alla volta, sta considerando il problema. Non è ingiusto porre il denaro dinanzi all’umanità? guadagnare, insieme a bilanci impeccabili, anche ecatombi di profughi?

Quanto al razzismo, esso non è certo nuovo in Italia e, in particolare, nell’intera Europa: è caratteristica peculiare di quelle civiltà o entità statal-nazionali che, raggiunto ormai (e talora non da poco tempo) l’ακμή – il punto massimo – vedono davanti a sé, se non già anche dietro, i segni della discesa lungo una china che pare fin troppo ripida. Il razzismo inizia a svilupparsi quando la propria identità nazionale non è sentita forte abbastanza da contrastare l’altro da sé, ma, anzi, si viene sgretolando o impoverendo. E il razzista non sa, ovviamente, di essere parte di tale fenomeno di impoverimento di quell’identità che – egli sostiene – cerca di mantenere salda. Ha origini antichissime: è il sentimento dei Greci verso i barbari quando questi si fecero pericolosi, fungendo così da collante identitario. Non si può negare che sia in parte fomentato anche dall’atteggiamento precedentemente descritto, in quanto coglie, nell’iper – “politicamente corretto”, una forma di vassallaggio culturale che l’orgoglio “nazionale” impedisce di accettare.

La domanda che sorge spontanea, di fronte a tali opposti eppur simili atteggiamenti, è perché non si possa avere, con i profughi e i migranti, un rapporto simile a quello che si ha con tutti gli altri connazionali. Ma l’Italia è il paese degli 8000 campanili, quello in cui non si va già più d’accordo solo passando da Mestre a Treviso: è il paese degli eterni nazionalismi, in cui la nazione è sempre più piccola, elitaria, autoreferenziale, in cui il cittadino può essere uno, nessuno o anche centomila.