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LA PERDITA DI SPESSORE DELLA #POLITICA

di Marco Visentin I C Classico

Se l’abilità di un oratore si misurasse in base alla sua capacità di riassumere concetti complicati a favore delle masse, allora i politici attuali dovrebbero dare lezioni a tutti i grandi del passato: dalla televisione all’hashtag, in politica è divenuto sempre più importante lasciare un segno istantaneo e graffiante, piuttosto che persuadere della bontà delle proprie idee politiche. Oggi, in 160 caratteri si riassumono eventi storici e idee più o meno rivoluzionarie, con un misero cancelletto a ricoprire un ruolo quasi mistico, mentre prima, nelle tastiere dei telefoni, nessuno sapeva nemmeno a che servisse.

Io provo a immaginare Marco Tullio Cicerone a riassumere il De Republica in un tweet, ma davvero non sono in grado. Mi si risponderà che sono uno stolto: per imprese di tale portata, oggi ci sono le slide. Giusto, le slide! Perché non ci ho pensato prima? Allora il Capitale di Karl Marx in presentazione multimediale dovrebbe avere un’audience incredibile…

Il punto, come già ricordato da Emanuele Severino, è che la politica “degli ideali” è divenuta politica “della τέχνη”: le grandi ideologie, forze culturali e filosofiche di XIX e XX secolo, hanno dovuto cedere il posto a una politica che definire “pragmatica” sarebbe un complimento forse esagerato. Non che sia colpa della politica in sé (non sia mai!) quanto, semmai, della cittadinanza. Si è persa, infatti, la percezione che ideologie quali comunismo, capitalismo, socialismo, cristianesimo democratico, addirittura fascismo, corrispondano a verità: con ciò si intende che la loro visione (ad esempio la teleologia comunista, secondo cui fine ultimo della storia è la società senza classi) non è più sentita come una fede salda ma, come una vecchia religione, ha quasi perso significato.

La nostra politica sembra aver subito una ventata sofistica, che l’ha portata a un prevedibile eppur triste relativismo; nessuno si riconosce in un partito politico, quanto semmai nel suo segretario (ma anche questo è un termine da non usare, meglio leader); vi sono politici capaci di “muovere” quantità di voti incredibili, con indici di gradimento superiori a quelli della forza politica di appartenenza. La fiducia è passata a singoli “superiori”, come già nel I secolo a.C., ai tempi di Cicerone (che da tale fenomeno fu spaventato) e Cesare (che ne fece uso spregiudicatamente), per finire con Ottaviano (che identificò se stesso e lo Stato).

Mi si ripeterà che sono uno stolto, perché tralascio una questione centrale: se la politica del passato era tanto migliore da dover essere ricordata con nostalgia, perché mai sarebbe stata soppiantata? Perché essa non è più sentita come verità?

Ebbene, io (che stolto spero di non essere) risponderò semplicemente che la politica è sì arte del popolo tutto, ma delegata a pochi; e che questi pochi sono stati più o meno corretti o miopi, talora tradendo le originarie ideologie di appartenenza. Alcuni (molti) hanno fatto il bene del Paese, ricostruendolo dopo il secondo conflitto mondiale; altri (meno, ma con maggiore risonanza mediatica) hanno rivolto la propria azione all’interesse personale.

Quindi, buoni e cattivi. Bravi politici e cattivi politici. I bravi sono da votare, i cattivi no (a meno che io stesso, cittadino, non abbia qualche interesse particolare…). Non è più il partito a interessare, perché è visto come un continuo scambio di favori, una società immobilistica, un coacervo di privilegi; è il “puro” a dover essere seguito; l’onesto; quello fuori dai giochi di potere.

E così giunse, nel 1994, Silvio Berlusconi: se non onesto, era almeno fuori dagli schemi politici. Era il nuovo, che prometteva di regalare al paese lo stesso successo delle sue aziende. Prima ancora, era stata la Lega Nord a proporsi come movimento rivoluzionario, usando maglie e camicie verdi quando altri prima ne avevano usate di brune o nere.

Tornando ancora un po’ indietro, come non ricordare le elezioni europee del 1984, in cui il PCI superò la DC grazie al cosiddetto “effetto Berlinguer”? Il prestigio personale del segretario ormai morto garantì al partito il notevole risultato (33,3% contro il 33,0% della balena bianca). Già Eugenio Scalfari, anni prima, titolava su Repubblica “Berlinguer non è la Madonna”.

L’NSDAP di potere, negli anni ’30 e ’40 del XX secolo, non divenne anch’essa un culto personale del Führer, trovando in tale forma il proprio definitivo assetto e la più ampia fonte di consensi? Non sarebbe potuto certo esistere un nazismo senza Adolf Hitler, così come, in Italia, un fascismo senza Benito Mussolini (perlomeno all’epoca), come testimoniarono i fatti del ’43: il regime di Salò ebbe legittimazione (per fortuna dell’Italia soltanto formale) semplicemente in base alla continuità del potere nelle mani del leader fascista.

Tutti costoro furono “diversi”, “estranei” ai giochi politici, votati in momenti di difficoltà o di protesta (Berlinguer).

I mezzi di comunicazione di massa hanno incoraggiato un nuovo successo della “politica personale”, che si è progressivamente, di conseguenza, svuotata di contenuti, a favore di un approccio pubblicitario-commerciale. Il leader deve avere una parlata brillante, capace di catturare l’interesse degli elettori: a che serve annoiarlo con astrusi concetti quali libertà o uguaglianza? Deve anche essere bello (ahinoi): pare proprio che l’aspetto fisico influisca nelle intenzioni di voto, come dimostrato, secondo alcuni sondaggi spagnoli, dal successo di Albert Rivera, a capo di Ciudadanos.

Soprattutto, però, deve saper trasmettere un’emozione forte: c’è chi prova con la rabbia (azione distruttiva e indiscriminata nei confronti dell’attuale classe politica, all’insegna del “Sono tutti corrotti/marci/incapaci/vecchi/amici di Licio Gelli/bugiardi/burattini degli USA/figli di indagati/in presunto conflitto d’interessi…”), chi con il sogno (populismo di governo: “L’Italia è un grande Paese e supererà tutte le sfide”, “La situazione migliora”, “L’Italia ha grande peso in politica estera”, “L’Europa ci ascolta”). Con ciò non intendo certo colpevolizzare gli attuali leader politici, per quanto, nell’attuale frangente, condividendone uno non si abbia altra scelta se non disprezzare gli altri, considerandoli dei mistificatori bravi solo a gridare quando ciò può portare guadagno: la classe politica attuale è immagine di un popolo che non vuole più seguire un ideale, ma ottenere disperatamente un bene immediato; di un popolo che, disabituato all’educazione civica, ha perso il riferimento del dibattito politico serio.

Allora ha più forza un hashtag di un discorso che rilanci degli ideali: è più avvincente #cambiareverso o il discorso di Pietro Calamandrei sulla Costituzione? Finché gli italiani continueranno, supini, a seguire un pastore invece di elevarsi essi stessi dal gregge degli apolitici, la risposta verterà tristemente sul primo caso.penna