Il nostro angolo

IN CRISI È IL CLASSICO O L’ISTRUZIONE?

Di Marco Visentin – IC Classico

Spesso si tende a dire – ma come farne una colpa ad alcuno? – che il Liceo Classico è una scuola profondamente in crisi. Orbene, in primo luogo bisognerebbe chiarire che mai si intenda con tale termine: se la costante diminuzione di iscritti o, come taluni vorrebbero paventare, un’esiguità e autoreferenzialità dell’indirizzo di studi classici. In secondo luogo, sarebbe opportuno chiedersi quale sia oggi l’atteggiamento dinanzi all’istruzione degli insegnanti delle scuole secondarie di primo grado e dei genitori.

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Proseguendo con lo sviluppo del primo punto, pare fin troppo evidente che il numero di studenti del Liceo Classico sia inferiore a quanto (di)sperino insegnanti e dirigenti scolastici, situazione, questa, generalizzata in tutta Italia. Sessanta nuovi iscritti all’anno sono davvero esigui per un istituto dalla lunga storia com’è il nostro e portano a una domanda cruciale: se sia, cioè, l’intero sistema educativo cui esso fa riferimento a non corrispondere più alle necessità educative.

Guardando alla storia, perlomeno per com’è studiata nel nostro Paese, si nota quanto essa sia troppo spesso presentata come una successione di battaglie e grandi personaggi, sorta di duci del momento. A indagare in modo un po’ più razionale, inserendo gli eventi in una ragionata dimensione sincronica, si nota, però, un dato essenziale: ai grandi cambiamenti non si può non sottendere una fervente attività politica e intellettuale, di cui essi sono conseguenza. La storia, per quanto io possa apprezzare, è un susseguirsi di culture e pensieri differenti, di desideri e decisioni, strettamente interconnessi.

Coloro che dicono che il Classico non è più adatto ai tempi, che sarebbe meglio avere solo tecnici, metalmeccanici o scienziati (senza nulla togliere a tali categorie), paiono invece affermare che la storia “proseguirà” anche solo con un popolo di esecutori. Non è stata la filosofia a portare la giustizia? Non è stata l’evoluzione del nostro pensiero a renderci uomini moderni? Ebbene, un mondo di tecnici fermerebbe probabilmente tutto ciò.

Non intendo asserire che vi siano categorie di persone superiori su cui ricada il peso della storia: ciò che voglio invece affermare è che non si può pensare a un mondo in cui la classicità non rivesta un ruolo prominente. Non è nei templi greci (“ammassi di pietre” secondo taluni postmoderni) o nei poemi epici in sé che dobbiamo cercare la risposta al nostro bisogno di crescita intellettuale: finché li guarderemo come fossero edifici moderni e leggeremo come fiabe o romanzi non troveremo nulla. No, la risposta è in essi, ma a un altro livello.

La spinta verso il meglio è disseminata lungo tutta la storia, negli scritti, nelle opere e nel pensiero di numerosissime persone, non certo solo in Grecia e Roma antiche. Eppure, lì possiamo trovare un germe d’inizio dell’umanità cui apparteniamo. Non si deve farvi esclusivo riferimento, come se la soluzione a ogni problema fosse stata già postulata nel mondo classico: se, però, è vero che ne siamo eredi, è altrettanto innegabile che dobbiamo cogliere dalle nostre origini la spinta ideale a proseguire, senza essere mai autoreferenziali o ripiegarci su una bieca imitazione della classicità.

Che uomini saremmo mai, senza conoscere Socrate? Certo, mi si dirà, si può ben conoscerlo senza andare al Liceo Classico: l’intera cultura classica può essere ormai appresa senza conoscere una sola parola di greco o latino.

Al sentir ciò, io sbufferò quindi animosamente: non è soltanto il pensiero che dobbiamo cogliere, per quanto anch’esso mi sembri difficile da trasmettere appieno a chi non conosca le nostre due lingue madri. Lo studio in sé di greco e latino è addirittura riconosciuto a livello internazionale per le superiori capacità di ragionamento che conferisce (interessante, a tal proposito, un’edizione di “la Repubblica Sera” di qualche tempo fa) o, come preferirei dire, che porta a compimento nell’individuo: una sorta di arte maieutica.

Un articolo de “La Lettura” del 22 novembre 2015, intitolato “La scuola non (si) orienta”, rilancia il problema dell’orientamento scolastico: il Classico, si dice, assieme agli altri licei, è spesso visto da genitori e insegnanti delle scuole medie come l’unica vera scuola, cui sono destinati solo i più bravi e che dovrebbe spianare la strada a una vita di successi. Una scuola per geni, insomma.

Tale visione comune, ben evidenziata dall’articolo, è un serio problema: categorizza gli studenti non in base ai desideri, ma ai risultati scolastici, senza una seria valutazione di ogni aspetto delle loro competenze; inoltre, crea un anti-mito del Classico come scuola difficile per antonomasia, cui generalmente si risponde dicendo che, in realtà, difficile è inutile: una scuola che risulti ostica per l’eccessiva complessità delle sue discipline teoriche non è forse inutile?

Io vorrei che quegli adulti ancora ancorati alla visione del Liceo Classico di Giovanni Gentile tornassero alla realtà; vorrei che non si consigliasse il nostro indirizzo di studi soltanto a chi sia bravo in italiano e – preferibilmente, altrimenti subito si considera lo Scientifico – odi la matematica.

Che mai potranno pensare degli studenti di terza media di una scuola qual è la nostra, con un orientamento che insieme la esalta e demonizza? Io credo che se solo si riuscisse a trasmettere la percezione che questo percorso di studi, di certo impegnativo, possa dare grandi soddisfazioni, allora certo molti più studenti considererebbero il Liceo Classico come una valida alternativa ad altri indirizzi che, seppur più facilmente spendibili nell’immediato, di tali soddisfazioni sono immancabilmente privi.

Vi è un altro aspetto, totalmente indipendente dal ragionamento precedente, che condiziona l’atteggiamento dinanzi all’istruzione: quando il Paese attraversa una fase di crisi economica acuta – qual è la presente – si verifica generalmente un calo degli iscritti ai Licei Classici, a favore di istituti che richiedano minori investimenti per il futuro; l’iscrizione all’Università, dopotutto, è quasi d’obbligo. A ciò, non posso opporre nulla, perché se è vero che proprio nei momenti di maggiore crisi bisognerebbe investire maggiormente sul futuro, è altrettanto vero che la stretta sulle famiglie spesso risulta insopportabile.

Chi mai pensa, durante una crisi, alla “cura dell’anima” di eredità socratica? Certo si penserà più ad allentare con cautela i cordoni della borsa. Proprio la cultura, però, dovrebbe essere al centro delle aspirazioni di ognuno: vivere per migliorarsi è un ideale in cui sono disposto a credere.

Dalle mie parole potrebbe parere che la scarsità di nuovi iscritti non sia da imputare ai Licei Classici, ma non è affatto così: gli stessi Classici che ora elemosinano nuovi studenti sono rimasti per anni prigionieri di un’idea di superiorità che li ha tagliati fuori dal mondo. Io spero che gli sforzi che stiamo compiendo possano portare a un reintegro a pieno titolo dell’indirizzo di studi classici al posto d’onore dell’istruzione italiana.