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LE CONTRADDIZIONI DI GALILEO TRA FILOSOFIA, SCIENZA E POTERE

Di Susanna Scagliotti – IA Classico

Che cosa significa “avere ragione”? Secondo una coerenza prettamente etimologica, avere la ratio (appunto, la ragione) dalla propria parte. Ma questo non è sufficiente. Tra l’estremo di avere ragione e quello di non averla è presente una moltitudine di variabili: l’autorità, il potere, la persuasione, la dissimulazione.

Con questa considerazione il professor Ruggero Zanin ha introdotto il ciclo di quattro conferenze dal titolo “I filosofi e il potere”, estese tra gennaio e febbraio e organizzate dalla sezione di Venezia della SFI (Società Filosofica Italiana). La prima, che ha avuto luogo lo scorso 12 gennaio presso il Centro Culturale Candiani di Mestre, aveva come tema il processo al grande scienziato secentesco Galileo Galilei, con particolare riferimento alle implicazioni sul piano politico che questo evento originò e al rapporto che lo studioso aveva con il Potere, ossia la Chiesa cattolica, sua principale avversaria, ma anche i governanti che egli ebbe modo di conoscere.

Per analizzare la complessa rete di contingenze che ruotano intorno al processo, il professore ha distinto alcune date cardine, partendo da un anno inaspettatamente vicino ai nostri giorni.

31 ottobre 1992: La commissione vaticana incaricata da Papa Giovanni Paolo II di riesaminare il processo contro Galileo conclude i suoi lavori, riconoscendo l’errore commesso nei confronti della Scienza stessa. Con una certa ironia, il relatore ha notato che solo un’autorità come la Chiesa può permettersi di riaprire un caso chiuso tre secoli prima! Il fatto sorprendente, tuttavia, è che la commissione ha impiegato ben undici anni per giungere al verdetto: essa era stata infatti aperta nel 1981. E’ vero che, in seguito alla conquista napoleonica, molti atti del processo a Galileo erano stati sottratti ai legittimi possessori e dunque la Chiesa dovette recuperarli; malgrado ciò, era proprio necessario aspettare più di un decennio per retrocedere nelle proprie posizioni e ammettere il torto perpetrato? Una domanda latente che trova risposta solo se ci si rende conto che il Potere e la convenienza hanno un ruolo cardine anche a distanza di secoli.

13 marzo 1610: Galileo pubblica il “Sidereus Nuncius”, una cinquantina di pagine che cambiarono la visione del mondo del tempo. Lo scienziato scrive che, osservando la volta celeste con un cannocchiale (strumento che rielaborò sulla base di quello olandese, molto più rudimentale), aveva visto che la superficie della Luna non era uniforme, che la Via Lattea era un ammasso densissimo di stelle e che Giove aveva quattro satelliti, da lui denominati “pianeti medicei”.

Il “Sidereus Nuncius” ha un’indubbia valenza scientifica, ma è una fonte efficace anche per comprendere l’indole e il modo di agire di Galileo nella società in cui viveva, di cui il professor Zanin ha messo in luce due particolari aspetti:

Personaggi citati

Paolo Sarpi, pur avendo idee simili a quelle di Galileo, non viene nominato nemmeno una volta. Al contrario, lo scienziato cita Jacopo Badoer, emerito sconosciuto a livello scientifico. Veneziano come Sarpi, visse per un periodo a Parigi dove si fece ugonotto, ma con Enrico IV divenne nuovamente cattolico (pare con l’intercessione dei Gesuiti).

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Galileo Galilei e il doge di Venezia

Per capire il senso di questa apparente incongruenza bisogna ricostruire la carriera di Galileo in quel periodo. Dal 1592 aveva insegnato matematica a Padova e poi si era trasferito a Venezia, che gli offrì un raddoppio dello stipendio e l’incarico a vita all’Università. Ma Galileo rifiutò inspiegabilmente questa generosa offerta e anzi, in una lettera a Vincenzo Vespucci (discendente di Amerigo e “pezzo grosso” della politica fiorentina), lo scienziato scrisse che “[…] Ottenere da una Repubblica stipendi senza servire al pubblico non si costuma” e che “[…] Bisogna satisfare il pubblico, e non un solo particolare”. Queste frasi hanno un grande significato politico: dimostrano che Galileo aveva ben chiara la distinzione tra Repubblica e principato assoluto. Non solo: Galileo nutriva il desiderio di tornare in Toscana, di certo perché era la sua patria, ma anche per mera convenienza. La Toscana era un territorio molto vicino al potere della Chiesa. Venezia invece ebbe momenti di tensione con la Chiesa romana, complice anche l’Indice dei libri proibiti. Sarpi, eretico e veneziano non viene menzionato per questo motivo; mentre il cattolico e gesuita Badoer, affine ai potenti toscani, compare più volte nel “Sidereus Nuncius”. Anche Galileo era dunque capace di opportunismo politico e di scelte calcolate. Non a caso, nella sua opera maggiore (il “Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo, copernicano e tolemaico”, 1632) cita molti veneziani: evidentemente la situazione politica era mutata e lui risiedeva già da tempo in Toscana.

Cultura

Il professor Zanin, neanche troppo ironicamente, afferma che in merito alla cultura Galileo aveva atteggiamenti da “radical-chic”. Sosteneva infatti che la scienza dovesse interessare un ristretto gruppo di individui eruditi e che la cultura non dovesse essere di appannaggio popolare. Eppure, egli stesso affermava anche che aveva deciso di scrivere i suoi libri in volgare in modo che tutti comprendessero il suo messaggio.

24 febbraio 1616: La Chiesa condanna come “stolta e assurda in filosofia e eretica la proposizione che il Sole sia il centro dell’Universo e per conseguenza immobile di moto locale […] e che la Terra non sia al centro dell’Universo”. Vengono condannate due proposizioni della teoria copernicana. La preoccupazione scientifica, dice Zanin, era molto limitata da parte della Chiesa. I teologi si esposero confondendo il senso comune con le verità dottrinali. Galileo invece, avvicinandosi molto alle idee di Lutero, riteneva che la Bibbia non dovesse essere letta in senso letterale, bensì interpretata dai teologi. Questi ultimi però non dovevano interpretare anche la scienza, in quanto distinta dalla religione. Egli disse anche: “I teologi non devono dirmi come va il cielo, ma come si va in cielo”.

Emerse in questo frangente la posizione del cardinale Roberto Bellarmino, che a suo tempo aveva portato avanti il processo contro Giordano Bruno. Bellarmino accusò Galileo di ragionare “ex suppositione” (per ipotesi), dunque senza una ratio (la ragione che fa da filo conduttore al discorso di Zanin). Per il cardinale ciò era lecito finché ci si limitava a fare dei calcoli puramente matematici. Galileo però era andato oltre, in quanto secondo il cardinale “[…] è cosa pericolosa d’irritare tutti i filosofi e di nuocere alla santa fede col rendere false le Sacre Scritture”.

A proposito di ciò, il professore ha notato che la scienza moderna, al di là delle singole affermazioni, opera una desacralizzazione, ovvero estingue l’autorità sacrale che si è tenuti ad avere nei confronti della religione: si mette in crisi il suo potere, un potere che Zanin ha delineato con un ulteriore esempio.

1630: Il nuovo Papa, Urbano, pare essere favorevole alle idee di Galileo. Questa sua benevolenza scompare con il cambiamento della situazione politica.

In Germania, il re di Svezia Gustavo II interviene nella Guerra dei Trent’anni sbaragliando l’esercito imperiale di Ferdinando, un gesuita alquanto intransigente. Finché Ferdinando aveva il dominio, Urbano aveva favorito la Francia e Galileo. Ma nel momento in cui la Francia si allea con il re di Svezia che scende in Germania, il Papa decide di parteggiare per Ferdinando. Pertanto, Galileo è stato condannato anche per il voltafaccia subìto da Papa Urbano. Ancora una volta il Potere detta legge, implacabile.

Giunti al punto cruciale della conferenza, il professor Zanin avanza una riflessione filosofica. Di recente, in occasione dell’apertura di alcuni archivi del Vaticano, sono state ritrovate alcune pubblicazioni di Galileo che hanno fornito una possibile diversa interpretazione del suo pensiero.

In fin dei conti, la “colpa” dello scienziato non era così grande: la Chiesa era consapevole di condannare una delle grandi menti del tempo. Secondo Zanin, la causa della sua condanna, il vero bersaglio, non fu la sua teoria astronomica, ma una visione ancora più pericolosa in termini di ortodossia: la filosofia atomistica. Gli atomisti, a partire da Democrito, passando per Epicuro e Lucrezio, sono sempre stati osteggiati dal cristianesimo. Il fondamento di questo tipo di filosofia è infatti la fisica, che non implica una presenza divina.

Quelli che al giorno d’oggi sembrano giochi dialettici basati sulla filosofia, al tempo di Galileo erano forieri di vere e proprie guerre di religione.

Interessante notare che il mondo cattolico, nel corso dei secoli, ha spesso assunto le posizioni di Galileo (senza ammetterlo ufficialmente). Ad esempio, quando nel 1859 la Chiesa subì quella che Zanin chiama un’altra “ponderosa mazzata”, in occasione della pubblicazione del libro “L’origine delle specie” di Charles Darwin, sostenne che fosse necessario “interpretare le Sacre Scritture”, esattamente quello che Galileo aveva invano ribadito due secoli prima.

Avendo passato in rassegna i molti eventi che condussero la personalità geniale di Galileo a piegarsi, talvolta, al potere, Zanin ha osservato che sarebbe un errore giudicare questi comportamenti in modo manicheo e dunque esclusivo, rigoroso e dogmatico (Galileo ha agito bene oppure male). E’ sufficiente ricordare che, come tutte le personalità di spicco, Galileo non poteva ignorare i suoi propri interessi, anche a costo di intessere rapporti di convenienza e opportunisti. Aggiunge il professore: è vero che, se si pensa a Giordano Bruno, viene in mente la figura dell’eretico più apertamente “schierato”, che possiede l’eroico furore per rifiutare ogni possibile alleanza con le autorità. Alla fine sia Bruno che Galileo vennero ingiustamente condannati, ma l’approccio dei due è senza dubbio diverso.

Forte delle considerazioni del bravo prof. Zanin, mi sembra doveroso rievocare la distinzione, spesso sorvolata, tra “potere” e “potenza”: il primo è un’autorità stabilita e immobile, la seconda si forma continuamente e cresce su se stessa. Chissà che cosa avrebbe detto Machiavelli, noto pensatore della potenza, se avesse visto come il grande Galileo (e molti altri geni come lui) si fece tentare dalle lusinghe della Potenza di turno, contribuendo suo malgrado alla di lei insana ascesa.