Recensioni Spettacoli

“LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA” AL TONIOLO

Di Susanna Scagliotti – IA Classico

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(c) Fabio Lovino

Dalla graffiante (è proprio il caso di dirlo) pièce teatrale del 1954, scritta dall’americano premio Pulitzer Tennesee Williams, era già stato tratto un film nel 1958 con due tra i più decantati attori dell’epoca: Elisabeth Taylor e Paul Newman. Quasi sessant’anni dopo, nel gennaio del 2016, l’opera è tornata sul palcoscenico del Teatro Toniolo di Mestre, per la regia di Arturo Cirillo.

Durante lo spettacolo, ho riscontrato un curioso particolare: se, prima che le luci in sala calassero, molte donne si affliggevano dicendo: “Magari ci fosse ancora Newman!”, e allo stesso modo i loro coniugi esclamavano nostalgici: “Vogliamo parlare di Taylor? Non c’è paragone!”, al termine della rappresentazione i medesimi fautori della datata pellicola si scioglievano in un coro di “Ma che brava Puccini [Vittoria, l’attrice che recitava in luogo di Liz Taylor, N.d.a.]!” e di “E che espressivo Marchioni [Vinicio, l’attore omologo di Newman, N.d.a.]!”.

Alcuni dettagli riguardo all’opera:

Personaggi:

  • Margareth (detta Maggie), moglie di Brick
  • Brick, marito di Maggie
  • Mae, moglie di Cooper
  • Gooper, marito di Mae
  • Papà, padre di Brick e Cooper
  • Mamma, madre di Brick e Cooper
  • Reverendo Tooker
  • Dottor Baugh

Interpreti:

  • Maggie: Vittoria Puccini
  • Brick: Vinicio Marchioni
  • Mae: Carlotta Mangione
  • Gooper: Francesco Petruzzelli
  • Mamma: Franca Penone
  • Papà: Paolo Musio
  • Tooker; Dott. Baugh: Salvatore Caruso

Trama:

Anni ’50, Mississippi (USA). I Pollitt si riuniscono per festeggiare il compleanno di Papà, il patriarca della famiglia. Egli è un inconsapevole malato terminale, e dunque il vero scopo dell’incontro che i figli e le rispettive consorti hanno organizzato è discutere del loro futuro, soprattutto in termini di eredità.

La scena si svolge per intero nella camera da letto dei coniugi Maggie e Brick. Quest’ultimo è un ex sportivo che ha una caviglia rotta. L’uomo è da tempo alcolizzato e per questo motivo è stato espulso dalla squadra a cui apparteneva. Maggie, molto innamorata del marito, si lamenta con lui sostenendo di essere trascurata e non desiderata; Brick, però, le risponde bruscamente o rimane in silenzio, senza considerarla, riempiendosi sempre il bicchiere.

Il fratello di Brick, Gooper, e sua moglie Mae scherniscono spesso i due a causa della loro poco vivace (o meglio, assente) vita sessuale e della dipendenza di Brick dall’alcol, vantandosi dei loro quattro figli e del quinto in arrivo. D’altro canto, Mae e Gooper si mostrano attentissimi alla salute e al benessere di Papà, anche se esclusivamente per ottenere una cospicua parte del patrimonio alla sua morte imminente. L’anziano però si rende conto della loro ipocrisia e li tratta in modo maleducato (scatti d’ira che, ovviamente, i due sposi sembrano ignorare con un sorriso).

Nel corso dei dialoghi serrati tra i protagonisti, Maggie accusa Brick di essere diventato un alcolista a seguito del suicidio del suo caro amico Skipper, avvenuto secondo lei per il suo inconfessabile amore per Brick. Maggie aggiunge di aver avuto un rapporto sessuale con Skipper perché entrambi si sentissero più vicini a Brick.

Di questa questione parlano lo stesso Brick e il padre, poiché nessuno dei due ama l’idea di partecipare a quell’ipocrita festa di compleanno. Brick nega di essere omosessuale, ma alla fine il suo orientamento rimane ambiguo e non viene chiarito.

Intanto, dopo che anche la mamma scopre che il marito è gravemente malato, Mae e Gooper provano a presentarle un piano per la suddivisione dell’eredità, ma la donna li accusa di opportunismo e disumanità. A quel punto, il padre entra in scena e Maggie, mentendo, gli dice di essere incinta di Brick, a suo dire per renderlo felice prima della morte.

La pièce si chiude con Maggie e Brick soli, come all’inizio. La donna promette al marito di sostenerlo nel suo dolore esistenziale, e lui accetta.

“La gatta sul tetto che scotta” mette in scena l’insano susseguirsi di bugie dei due protagonisti e dei comprimari, in un’atmosfera di ipocrisia e di sarcasmo. Ciò premesso, trovo arduo e riduttivo definire l’opera un semplice dramma dell’inganno. Di certo questo tema è il suo fondamento, ma non è il solo asse portante di questa polifonia della menzogna. “La gatta” è il dramma della bugia e della verità, ma anche della vita e della morte, dell’amore e del disprezzo, dell’attaccamento al denaro e del suo deciso ripudio. E’ il dramma degli opposti, esemplare conferma di quel dualismo che impera in ciascuno di noi, nella nostra stessa vita quotidiana, e che molto spesso, come è dimostrato dai comportamenti dei personaggi, è difficile da accettare.

Nel corso delle vicende che i sei parenti vivono, la forma più plateale di bugia è mentire, dire il falso. Nei loro atteggiamenti è presente però un’altra forma di menzogna, più subdola e forse anche più nociva: non essere sinceri non significa solo mentire, ma anche non confidare i turbamenti del proprio animo con chi è disposto ad ascoltarli, con chi ha a cuore il nostro benessere. E’ questo il caso di Maggie, che tenta invano di instaurare un dialogo con il chiuso marito Brick, ottenendo solo mutismo, ostilità e occhiate eloquenti che sembrano dire: “Tu non capisci e mai capirai”. Verrebbe da pensare che Brick non sia sincero con la moglie perché non è in grado di esternare le sue preoccupazioni; ma quando, in una delle scene che ho apprezzato di più per il pathos e la veemenza degli interpreti, l’uomo discute con il padre, è lì che rovescia su di lui tutto il suo essere, il suo passato, la sua concezione pessimistica della vita, la sua paura della morte. C’è dunque un’insincerità che però non è radicale: il problema è piuttosto la difficoltà dei personaggi ad esprimere il loro “io”. Questo permetterebbe loro di esorcizzare i loro più atavici timori, cosa che cercano di fare attraverso una rete di menzogne che li fa precipitare ancora di più nell’insicurezza.

Tra le paure dei personaggi, la più opprimente è quella della morte. Anche se non nominata, fa da sfondo continuo: non c’è solo lo spettro della morte del padre (che spaventa i familiari e il padre stesso), ma anche il cupo errare di Brick, deluso dalla vita e terrorizzato sia dalla morte fisica che da quella sociale. Brick, ormai espulso dalla squadra per alcolismo e per giunta infortunato, non è più nessuno, si sente inutile. Ormai è solo “l’alcolizzato”, almeno per i parenti.

Ed è proprio questo un altro tema su cui il dramma pone molto l’accento: quello dell’identità. Ognuno sembra avere un’identità ben definita: Brick è appunto l’ubriacone, il patriarca è il malato, la moglie è la classica suocera bisbetica (per nulla domata), Mae e Gooper sono gli sposi perfetti, il dottore e il reverendo sono (o cercano di essere) i mediatori. Tutte identità che si rivelano fallaci, perché ciascun carattere presenterà, mediante una puntuale introspezione, delle peculiarità che lo renderanno più complesso.

E Maggie? Maggie è la gatta sul tetto che scotta che dà il titolo alla rappresentazione (l’originale inglese è Cat on a Hot Tin Roof). In un verboso scambio di frecciatine con il marito, la donna dice di sentirsi una gatta sul tetto di una casa che brucia, che malgrado ciò si aggrappa per non saltare giù. Maggie è sempre stata povera e, ora che è diventata abbiente, non ha intenzione di privarsi della sua vita dorata (e molto ipocrita) solo perché il suo mondo, la sua casa, il suo tetto, stanno andando a fuoco. La palla vola al pubblico: si tratta di venale cupidigia o del bisogno di amore di una donna che non ha più certezze?

La conclusione, con i coniugi che vanno a letto come se nulla fosse, è emblematica. Anche se i litigi e le incomprensioni hanno sfinito la famiglia, si capisce che nulla cambierà. L’ipocrisia continuerà a regnare nella micro-società dei Pollitt, come spesso avviene nelle macro-società.

E’ stupefacente l’attualità della pièce, considerando non solo l’anno in cui è stata pubblicata, ma anche il fatto che l’autore fosse estraneo al contesto europeo. Un’opera quindi non solo atemporale, ma anche universale.

Gli attori hanno reso meravigliosamente l’inquietudine del dramma. Mi riferisco in particolare a Vinicio Marchioni, vibrante alter ego di Brick, e a Paolo Musio, che ricopre il ruolo di suo padre. Sono stata invece delusa da quell’attrice che doveva sorprenderci con i suoi exploits, visto il suo grande ruolo all’interno de “La gatta”: Vittoria Puccini, alias Maggie. Se le devo riconoscere una dizione degna del miglior interprete (benché offuscata da un’inusuale voce roca), non posso altresì dire che la sua presenza scenica fosse coinvolgente. Puccini mi dava l’impressione di recitare senza quella drammaticità che il ruolo e l’ambiente teatrale avrebbero richiesto.

Una recita migliore da parte di quest’ultima avrebbe reso ancora più encomiabile uno spettacolo che già ho apprezzato molto.