Dimensione Arte Proposte Culturali dal territorio Recensioni

VIAGGIO NELL’ARTE POSTBELLICA EUROPEA E STATUNITENSE

Di Susanna Scagliotti – IC Classico

È stata appena inaugurata, presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, la mostra “Postwar Era: Una storia recente. Omaggi a Jack Tworkov e Claire Falkenstein”; rimarrà aperta fino al 4 aprile 2016.susi

La mostra si concentra sull’evoluzione dell’arte americana (scenario affine a colei che ha procurato molte delle opere esposte, ovvero la collezionista e proprietaria del palazzo Peggy Guggenheim) e di quella europea (con quadri donati al museo dopo la scomparsa della mecenate) dai primi anni ’40 del Novecento per arrivare al 1979. Un lasso di tempo che, come precisa il curatore della mostra Luca Massimo Barbero, è definito in modo ampio e forse generico “dopoguerra”, ma che ingloba tendenze sia anteriori che posteriori ad esso. Questo aspetto è evidente verso la fine del percorso espositivo, dove il richiamo di un’era che vuole lasciarsi il dopoguerra alle spalle è il fondamento di opere come quelle di Claire Falkenstein.

È stato in occasione di una visita guidata dal curatore Barbero in persona che ho avuto modo di considerare l’eclettismo di artisti provenienti da due realtà in apparenza inconciliabili: quella europea, per certi versi ancora permeata di tradizione, ma con un’arte in rapida innovazione; e quella americana, volta al dinamismo e al sovvertimento di molti canoni. Il ponte transoceanico si è incarnato nella figura di Peggy che, grazie alle sue numerose conoscenze in entrambi i continenti, ha mediato le due culture proponendo nuove tecniche espressive. La collezionista, che Barbero chiama per questo motivo “la traghettatrice”, ha ad esempio suggerito a molti giovani artisti americani (come Jackson Pollock e Robert Motherwell) la tecnica del collage, appresa in Europa dall’amico Pablo Picasso. Nella prima sala, appunto, si può ammirare proprio uno splendido collage di Motherwell datato 1943, quadro emblematico di come il territorio statunitense abbia fatto spazio ai nuovi stimoli del Vecchio Continente.

Nella seconda stanza è esposta la produzione di uno dei due artisti a cui la mostra si propone di fare un “omaggio”: Jack Tworkov. Americano di origini polacche, operò soprattutto nella seconda metà degli anni ’40 aderendo all’espressionismo astratto. Tworkov studiò anche a livello teorico un nuovo linguaggio, tra figura e astrazione; per questa ragione il suo lavoro, come quello degli autori dell’intera mostra, può essere chiamato – dice Barbero – un “inciampo”: gli artisti si trovano in un limbo, privilegiando ora il figurativo, ora l’astratto, ora l’innovazione, ora le tecniche tradizionali. Un processo di crescita intellettuale che si lega sempre a quell’incertezza nel definire il concetto stesso di Dopoguerra. Per quanto mi riguarda, mi rammarico soltanto che Tworkov sia un artista quasi sconosciuto nel vasto panorama degli anni ’40, perché i ritratti esposti (il soggetto era sempre il medesimo, ovvero una tale signora Sharkey) comunicavano una notevole ricchezza formale nella capacità di definire con pochi, sognanti e policromatici tratti la psiche della donna che posava per lui.

Ho trovato particolarmente degna di nota la sala successiva. Insieme a sculture e disegni di Consagra (Barbero ci ha svelato che questi ultimi sono stati creati nel 1949 sui menu del ristorante “All’Angelo” a Venezia) e a vivissimi dipinti di Afro Basaldella, Bice Lazzari nonché a un rarissimo Lucio Fontana ai suoi inizi, vi è anche, al centro, un’opera di Pomodoro. La scelta del curatore di inserire proprio in questa stanza una scultura di un artista contemporaneo può sembrare curiosa, ma a mio parere è indicativa di una grande attenzione al vero significato dell’arte: Barbero non ha voluto organizzare la mostra semplicemente in ordine cronologico (come suggerirebbe il titolo), bensì ha deciso di correlare tendenze, impressioni, stili che trascendono i tempi e che comunicano nell’osservatore la sensazione di un’arte universale e atemporale.

Passando per la stanza dedicata ai lavori più maturi (risalenti agli anni ’60) di Lazzari, Carla Accardi e Dadamaino, si arriva allo spazio dedicato a Carlo Ciussi, artista che non è menzionato negli “omaggi” del titolo della mostra, ma la cui importanza all’interno di essa porterebbe a conferirne uno anche a lui. In questi quadri del 1965, che rappresentano orizzonti geometrici, Ciussi mette in campo uno stile geografico, criptico, crittografico, ma antitetico rispetto al passato: con l’avvicinarsi della decade dei ’70, si percepisce la fine di una generazione, un raccordo con l’avanguardia che Ciussi rende cercando di costruire un tessuto forte in immagini che prima erano solo casuali geometrie.

Il “nuovo” e le avanguardie si fanno sempre più intensi nelle sale seguenti, dove si vedono le opere di Alan Davie, che colpivano Peggy perché le ricordavano l’origine del suo amore per l’astrazione; nonché i leggiadri “Teddy Boy And Girl” dello scultore Lynn Chadwick che, invece di rappresentare modelli classici, scolpì delle icone di stile british.

Si passa poi per una stanza dedicata a Mirko Basaldella, in cui si possono ammirare due note sculture: il “Leone urlante” e il “Leone di Damasco”, oltre a raffigurazioni di animaletti fantastici come la “Piccola chimera”. Egli, dice Barbero, fu uno dei pionieri per quanto riguarda lo studio e la conoscenza del Medio Oriente e delle culture mesoamericane. Il mantello delle fiere è schematico e al contempo naturalistico, minuziosamente decorato, ma tutto ciò che sembra semplice ornamento è in realtà un segno fortissimo che dona dinamismo ai corpi.

L’ultima sala della mostra è dedicata all’altra grande artista a cui è stato offerto il secondo degli “omaggi”: Claire Falkenstein. Creativa dalla matrice astrattista e bauhausiana, prestò particolare attenzione all’idea del volume, vedendo questa dimensione della realtà come un campo di ricerca e come un modo per fare interagire pieno e vuoto. Dopo un viaggio a Parigi nel 1950, la sua carriera ebbe un decollo. Diventò infatti la scultrice ideale del critico Michel Tapié, e Peggy Guggenheim, con cui era amica da una decina di anni, le commissionò il lavoro per il quale è più nota: la progettazione e la realizzazione del cancello di Palazzo Venier dei Leoni, la casa della mecenate e attuale sede della Collezione. Il cancello si può rimirare tuttora, dall’ingresso sul retro della casa-museo. L’artista è riuscita a coniugare il carattere austero e maestoso di un cancello con un’inusitata consistenza eterea, valorizzata da complessi intrecci metallici in cui sono incastonati colorati frammenti piccoli e grandi di vetro di Murano. Un capolavoro scultoreo che, dopo tanti anni di visite al museo, non mi stanco mai di osservare, lasciandomi ipnotizzare dall’opalescenza delle pietre, dalle tortuose trame dei fili di metallo, scoprendo ogni volta nuovi dettagli, nuove strade interpretative.

Si può quindi immaginare la mia gioia quando, entrata nell’ultima sala della mostra, ho visto i bozzetti (o, come li chiama affettuosamente il curatore, le maquettes) che Falkenstein preparò per il cancello. Arrivati dal Museo di Boston, sono delle copie in miniatura del suo più grande progetto, nelle quali è già evidente la precisione e la creatività dell’artista nel costruire le trame metalliche. Uso il termine “costruire” non a caso: i filamenti potrebbero sembrare intrecciati senza una ratio, ma invece, un po’ come i quadri di Jakson Pollock o gli stessi tagli di Lucio Fontana, sono frutto di un attento studio, uno studio che permette di conoscere e circondare il vuoto inserendo l’elemento vetro. Questa tecnica è visibile anche nei vicini “Never ending screens”, ossia “Schermi senza fine”, in cui gli intrecci di vetro e metallo diventano tridimensionali e colpiscono l’osservatore.

Nella stessa sala vi sono anche delle sculture che paiono meteoriti (Michel Tapié li chiamava “soli”), disegni spaziali composti di pietra dura con gli immancabili inserti colorati di vetro di Murano. Particolarmente ipnotici perché diversi da ogni punto di vista per luminosità, dimensioni, cavità, inducono chi guarda a considerare lo spazio in modo inusuale, come era inusuale l’artista che scolpì queste opere.

Lasciato alle spalle il Dopoguerra americano ed europeo, come si è visto periodo ricchissimo artisticamente, si abbandona la mostra con gli occhi abbagliati dalle opere scultoree di Falkenstein, sognando spazi nuovi o rivalutando quelli vecchi, quasi dispiacendosi di uscire dalla Collezione attraverso l’ingresso principale e non quello sul retro, brillante di tanti occhi colorati.