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UN NUOVO PROGETTO EUROPEO

Di Marco Visentin – IC Classico

Le dinamiche affermatesi in questi ultimi anni all’interno dell’Unione Europea avrebbero mostrato, a parere dei suoi detrattori, quanto essa costituisca un’illusione irrealizzabile e sia vittima di egoismi e insensatezza. In particolare, avrebbero messo in luce la differenza sostanziale tra Paesi di maggiore peso politico e altri che, invece, hanno minore influenza, dando la diretta percezione di un’Europa “a due velocità”. Ci si potrebbe spingere ad affermare, su tali basi, che l’Unione manchi completamente di coesione e sia un mero coacervo di interessi nazionali. Ci si potrebbe spingere ad affermare, in definitiva, che il progetto europeo è fallito: non c’è coerenza, non c’è equanimità e, soprattutto, non c’è un comune sentimento da parte dei cittadini. Nessuno, insomma, ha più voglia di Europa.

C’è un gran dire, da parte di vari editorialisti, che il nostro continente, da settant’anni a questa parte, è uscito dalle situazioni difficili grazie a politiche di maggiore unione; eppure, nel 2008, al fallimento di Lehman Brothers, quando il caso dei mutui subprime esplose in tutta la sua violenza, nessun paese europeo fece nulla.

In otto anni, i cambiamenti sono minimi. Certo, è pur vero che Jens Weidmann, a capo della Bundesbank, e François Villeroy de Galhau, numero uno della Banca centrale francese, hanno chiesto l’istituzione di un ministro delle finanze unico per l’Eurozona. Eppure, è lo stesso Weidmann ad aver criticato il ruolo enormemente significativo di Mario Draghi, Presidente della Banca centrale europea e unico vero fautore di una maggiore unione.

La verità è che, addirittura durante gli anni della crisi, non solo hanno prevalso politiche miopi, a breve o brevissimo termine, concentrate esclusivamente sui singoli interessi nazionali, ma la Politica stessa ha perso dignità. Gli Stati dal maggiore peso economico hanno acquisito parimenti una maggiore rilevanza a livello decisionale nell’Unione, in primis la Germania. Ora, non c’è dubbio che Angela Merkel, la cancelliera tedesca, sia una figura di grande levatura politica, in particolare dopo le aperture sui migranti; è anche vero che è prigioniera di un paese in cui i giornali controllati dalle grandi aziende (finanziarie) hanno un enorme peso sull’opinione pubblica e la direzione verso cui spingono è la più biecamente conservatrice e nazionalista: la linea di Wolfgang Schaeuble, il temutissimo (all’estero) ministro delle finanze.

A causa degli interessi nazionali la crisi greca è stata trattata in modo umiliante per i cittadini greci, la questione dei migranti è ancora in una fase di stallo, perché alcuni Paesi credono ancora che i loro nazionalismi abbiano più valore delle vite umane. Sarà pur vero, come dice Ernesto Galli della Loggia, che ormai le uniche voci che si levano in Italia seguono un pensiero unico buonista e radicale, ma non vedo quale soluzione si potrebbe raggiungere adottando politiche cieche al pari di quelle di quegli Stati in cui, invece, si respira un’aria più culturalmente conservatrice (non che da noi si abbondi, quanto a lungimiranza…).

Finché tutti i Paesi europei crederanno di essere completamente autosufficienti e di potersela cavare da soli, non si andrà da nessuna parte: addio integrazione tra Stati, addio progetto unitario. Come ricordava un articolo di fondo di qualche giorno fa del Corriere della Sera, a rigore la Corea del Nord è ben più sovrana di qualunque Stato europeo, che ha, invece, volontariamente ceduto parte della propria sovranità; non si può, a questo punto, comportarsi come se il resto d’Europa potesse rientrare nella propria egemonia o essere allontanato.

Il primo caso, è evidente, è quello tedesco; il secondo, quello britannico. Ho assistito con incredibile tristezza all’accordo anti-Brexit e ne sono tuttora disgustato: con un atteggiamento alla “nebbia sulla Manica, il continente è isolato”, ancora una volta il Regno Unito pensa di essere non un primus inter pares, ma addirittura un’entità a sé, come se potesse godere dei benefici dell’Unione senza contribuirvi al pari degli altri Stati membri.Brexit

In verità, questa povera Unione Europea ha portato tanto bene da non poter essere sfaldata in tal modo, anzi: un documento di nove pagine in perfetto inglese, firmato MEF, Ministero dell’Economia e delle Finanze della Repubblica Italiana, rilancia la strada dell’integrazione europea. Scrive Pier Carlo Padoan che “more convergence, acceleration of structural reforms and stronger domestic demand are necessary” (sono necessarie maggiore convergenza, accelerazione delle riforme strutturali e maggiore domanda interna). L’accento dell’intero documento, conciso ma efficace, è sulla necessità di nuove politiche per la crescita, in quanto la “ricetta” fin qui adoperata per tentare di uscire dalla crisi non ha dato risultati soddisfacenti e ha altresì richiesto enormi sacrifici agli Stati più colpiti. “The governance framework must provide the right incentives to growth-friendly fiscal policy and to continuous reform effort” prosegue il documento, e non potrebbe essere più chiaro: la vecchia politica europea ha fallito, ora bisogna seguire una nuova strada, quella della crescita.

Insieme alla crescita non si può prescindere da una maggiore integrazione: ecco, dunque, che quel ministro delle finanze europeo che i banchieri francese e tedesco avevano invocato in una versione un po’ depotenziata rispunta in una veste nuova. Il Governo italiano vuole un’Europa confederale piuttosto che un’Unione slegata come quella attuale.

Padoan sembra, del resto, aver colto il segno: così com’è, vittima degli egoismi nazionali, l’Unione Europea non funziona e, dovendo scegliere tra porvi fine o proseguirne il cammino, il gioco vincente per l’Italia appare il secondo.