Il nostro angolo

UN PARADIS PERDU – VIAGGIO IN COSTA AZZURRA

Di Susanna Scagliotti – IA Classico

“Ce n’est pas dans je ne sais quelle retraite que nous découvrirons: c’est sur la route, dans les villes, au milieu de la foule, chose parmi les choses, homme parmi les hommes.” (Jean-Paul Sartre)

 

IMG-20160402-WA0030Mattina di una domenica di fine febbraio, ore sette.

Il buio, la sottile pioggia plumbea e il silenzio ovattano i suoni, opacizzano i contorni, facendo desiderare agli sporadici passanti infreddoliti di tornare a casa sotto le coperte.

Ma lì, nel piazzale deserto davanti a un liceo, un gruppo di giovani è in partenza. Approderanno a lidi per alcuni ignoti, per altri più conosciuti, luoghi colmi di luce, di acque che sempre si riversano sulla battigia, del palpitare di animi che trovano riposo all’ombra delle palme frondose, di una rinnovata vitalità. Un eldorado, lontano dalla loro città addormentata.

Questo è stato il mio viaggio ad Antibes, Costa Azzurra, Francia.

Miei fedeli compagni durante il soggiorno linguistico sono stati gli alunni delle classi 3^G, 3^I e 4^G del Liceo Bruno, insieme alle docenti Marisa Gruarin e Oriana Sardella. Frequentando io il Liceo Franchetti, conoscevo solo qualcuno di loro, ma mi sono subito sentita a mio agio: è stata un’occasione per ampliare le mie conoscenze.

Dopo otto ore di viaggio in autobus (dedico un pensiero al nostro autista Marco, sempre pronto a condurci in tutte le mete francesi!), trascorse tra chiacchiere, musica e sguardi contemplativi dai finestrini, giunti ad Antibes ci siamo fermati al porto, dove ci aspettavano le famiglie che per una settimana ci avrebbero ospitato.

Le mie due compagne di stanza, Giulia e Marta, ed io siamo state avvicinate da una signora di circa 65 anni, aspetto sportivo e brillanti occhi azzurri. Per una settimana è stata per educazione “Madame Vary“, ma dentro di noi era semplicemente Réjane. Réjane che portava il nome di una qualche attrice di teatro degli anni ’40, Réjane che ci parlava dei suoi figli ormai adulti, Réjane la viaggiatrice (è stata pressoché in ogni continente!) e narratrice delle sue avventure (come quando ci ha detto che a vent’anni gareggiava nei rally in Costa Azzurra), Réjane l’eccellente cuoca (memorabili le sue quiches, i suoi gratins e le sue zuppe), Réjane l’ospite premurosa, che la mattina usciva mentre noi dormivamo per comprarci il pane fresco e ci chiamava: “Les filles, à table!”, Réjane che aveva vissuto nel nostro Paese ma fingeva di non capire l’italiano e ascoltava paziente tutti i nostri sproloqui in francese, lodandoci per i progressi, riconoscendo sempre il nostro impegno. Non avremmo potuto andare incontro ad una migliore accoglienza: Réjane mi ha fatto apprezzare la mentalità aperta dei francesi, guidati dall’interesse verso l’alterità, verso il nuovo.

Le mattinate erano scandite da quattro ore di scuola, dalle 9.00 alle 13.00. La nostra école aveva un nome assai rivelatore: Le Chateau. Circondata da un praticello, pini marittimi e cespugli fioriti, edera rampicante sulle mura in pietra, la scuola era un’oasi di quiete su una collinetta. Durante l’intervallo amavamo salire sulla terrazza all’aperto e godere dell’ampia vista sulla città, sul mare e sulle isole circostanti.

Abbiamo seguito i corsi con grande entusiasmo. La nostra insegnante, di nome Sylviane, ha reso le lezioni oltremodo coinvolgenti e ricche di stimoli. Se infatti prima della partenza ero persuasa che nella scuola di Antibes avrei esclusivamente perfezionato la mia grammatica, sono stata felice di affrontare anche alcuni autori cardine del panorama letterario francese. E così, tra una lezione e l’altra, Sylviane ci ha fatto amare tra gli altri Jacques Prévert, Albert Camus (che già conoscevo ma che ho potuto approfondire) e il cantautore Francis Cabrel. Sedimentato attraverso le loro vite e il loro operato, il francese non ci è parso come l’idioma statico che vediamo sui libri di testo colmi di regole, bensì come una lingua viva e di cui potevamo finalmente servirci a livello pratico, di certo a scuola ma anche nella nostra quotidianità, dalle famiglie ospitanti.

Dopo le lezioni, si pranzava tutti insieme nella mensa della scuola che, essendo molto spaziosa, ospitava anche degli studenti di un liceo francese nelle vicinanze.

Terminato il pranzo, ciascun pomeriggio era dedicato ad una gita in una città della Costa Azzurra.

Il primo giorno abbiamo visitato, naturalmente, Antibes. Molto vivace e ricca di turisti per il clima quasi sempre soleggiato, la città è tanto animata nel piccolo centro in cui spuntano negozietti tipicamente provenzali, quanto tacita e sognante nel momento in cui ci si avvicina al mare. Il luogo in cui si poteva raggiungere il mare era infatti il mio preferito: camminando per la città, si imboccava un intrico di stradine che improvvisamente sfociava di fronte ad un muretto che guardava sul mare. Costeggiando il lungomare, si poteva scendere verso delle spiaggette oppure salire verso una fortezza entro la quale vi era anche una scultura che, rappresentando il volto e il busto di un uomo composti con delle lettere dell’alfabeto in metallo, noi chiamavamo “la grande testa”. La grande testa sembrava sorvegliare muta Antibes, sua città protetta, e il mare circostante e la sera, illuminata, fungeva da faro immobile e rassicurante.

Il giorno dopo abbiamo mutato decisamente lo scenario: gita a Cannes! Se anche lì vi erano spiagge splendide e assolate, la città era di certo più grande e intrisa di un’atmosfera ben più mondana della tranquilla Antibes: basti pensare alla Croisette, la lunga via dei negozi di lusso (tanto lunga che non l’abbiamo vista tutta) e al Palais du Cinéma, dove ogni maggio si tiene il Festival del Cinema. Se ci si vuole sottrarre alla frenetica vita delle strade cittadine, si può salire un promontorio lì vicino, stare all’ombra dei pini marittimi e ammirare la città dall’alto, nonché le numerose isole intorno.

Un’atmosfera simile, anche se forse ancora più sfarzosa, l’abbiamo trovata a Monaco e Montecarlo. A prima vista la classica cittadina provenzale, con strade strette, palazzi storici alti e fiori alle finestre, Monaco rivela la sua vera veste man mano che ci si addentra in essa: regno (è proprio il caso di dirlo!) di munificenza, di pompose auto sportive che circolano come se niente fosse, di ricchezza ostentata, di sfarzo. Davanti al palazzo reale abbiamo assistito al cambio della guardia, poi ci siamo spostati per visitare la chiesa in cui il Principe Ranieri e la Principessa Grace si sono sposati, nel 1956, e dove ora sono sepolti. A differenza del resto della città, la chiesa mi è parsa piuttosto sobria, soprattutto all’interno, dove giacciono le solenni tombe dei reali. Salita sulla rocca di Monaco, ho lasciato vagare lo sguardo verso il mare aperto, e mi sono sentita come liberata da quell’evanescenza che rende questo principato così affascinante e così unico.

Abbiamo dedicato gli ultimi due giorni alla visita della fiabesca e storica profumeria Fragonard della cittadina di Grasse e infine alla permanenza un’intera giornata ad Aix-en-Provence. Quest’ultima è stata forse la città che ho preferito: ricca di fontane, di statue e di alberi, camminando per le vie ampie si ha l’impressione di trovarsi in un luogo magico, immobile nel tempo e che non conosce fretta. Perfino la deliziosa zona del mercato sembra impregnata di quietezza, e gli abitanti hanno sempre il sorriso sulle labbra. Molto interessante è stata la visita al Museo Granet, che conserva opere di molti tra gli artisti che più apprezzo, come ad esempio Cézanne (tra l’altro nativo di Aix-en-Provence), Planque e Braque.

Preziosissima durante le visite nelle varie città è stata la nostra guida francese, di nome Romain, che ricorderò per l’esaustività delle sue spiegazioni e anche per la sua affabilità.

L’unico rammarico di questo mio viaggio di istruzione è stato non aver visto il Museo Picasso ad Antibes. Il museo è dedicato al grande artista che, per un periodo della sua vita, visse nella città francese: da appassionata di arte, avrei di certo amato la vista delle opere del Museo. Sarà per il prossimo viaggio!

Una cosa è certa: parafrasando la citazione di Sartre che ho riportato, questo soggiorno ha avuto valore non tanto (o almeno, non solo) per ciò che ho imparato stando chiusa in un’aula di scuola, bensì per il patrimonio che mi è stato trasmesso vivendo la Francia, passeggiando tra la folla e chiedendo indicazioni ai francesi, sentendomi parte di una comunità, con la consapevolezza che, tornata a Mestre, non sarei stata più la stessa. E che avrei inevitabilmente lasciato in Francia un paradis perdu.   IMG-20160402-WA0031IMG-20160402-WA0032