Scienza e Tecnologia

LE SABBIE BITUMINOSE, UN PROBLEMA AMBIENTALE

di Daniele Masato e Veronica Biadene, classe 3I Scientifico

Articolo riguardante l’estrazione del bitume dalle sabbie bituminose.

Cosa sono le sabbie bituminose e come si estrae il bitume

Le sabbie bituminose sono delle miniere a cielo aperto di sabbia, argilla, acqua e bitume. Il bitume è una sostanza solida o semisolida di colore bruno o nero simile al petrolio formato da una miscela d’idrocarburi. Estrarre il bitume comporta un grande inquinamento ambientale e uno spreco di risorse maggiore di quanto serva per il petrolio. Occorre disboscare interamente l’area interessata, drenare il terreno, prelevare le sabbie e trasportarle su grandi camion fino a un impianto di estrazione dove il bitume è estratto attraverso una miscela di acqua calda e solventi. I solventi utilizzati sono generalmente benzene, tetracloruro di carbonio, cloroformio e soda caustica. A causa dei solventi gli scarti di questa lavorazione, chiamati tailing, sono tenuti in enormi vasche di raccolta dalle quali si sprigionano vapori tossici.

Sabbie-bituminose

Gli effetti sul clima e sull’ambiente

Le sabbie bituminose rappresentano una delle peggiori fonti di energia dal punto di vista ambientale. Questo sia per l’impatto sull’ambiente locale che per gli effetti sul clima globale. La principale area di produzione del mondo è lo stato di Alberta in Canada, dove le riserve di sabbie bituminose sono paragonabili energeticamente a quelle dell’Arabia Saudita. L’estrazione in Alberta inizia deforestando le aree per raggiungere le sabbie bituminose che vengono trattate con vapore prodotto da gas naturale, producendo in questo modo un olio minerale che può essere inviato alla raffinazione. Il petrolio inoltre viene estratto utilizzando enormi quantità d’acqua (circa 7 barili d’acqua per ogni di petrolio), che per la maggior parte provengono dal fiume Athabasca. Secondo i dati forniti da Greenpeace Canada, ogni anno il fiume viene depauperato di 370 milioni di metri cubi d’acqua che, per quanto questa sia riutilizzata, al termine del processo viene lasciata in bacini di decantazione – i “laghi di asfalto” – o iniettata nuovamente in una falda, che diventa di fatto una discarica di residui. Da non tralasciare che oltre all’enorme spreco d’acqua, durante l’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose, vengono liberati nell’atmosfera gas che aumentano l’effetto serra e metalli pesanti (sotto forma di ioni) quali Cobalto, Nichel, Vanadio, Piombo e Mercurio. Attualmente sette società petrolifere sono impegnate nelle attività di estrazione del petrolio in Canada, tra le quali anche l’italiana  ENI e l’anglo-olandese SHELL.

Che cosa fanno queste società? Inquinano miliardi di tonnellate d’acqua, rilasciano gas tossici nell’atmosfera e allarmanti livelli di CO2 e dopo l’estrazione rimangono pozze di residui altamente tossici (laghi di asfalto) che filtrano nel terreno e vanno ad inquinare le falde acquifere, distruggendo di conseguenza la flora e la fauna autoctone. Dopo la lavorazione il petrolio deve essere ulteriormente raffinato, lasciando al termine di questo processo uno scarto tossico che per essere smaltito deve essere bruciato e ciò causa effetti devastanti. Non bisogna dimenticarsi delle conseguenze che questa estrazione comporta anche sulla popolazione (per lo più indigena) che vive nei pressi di queste miniere a cielo aperto e non solo, infatti, nel villaggio di Fort Chipewyan (situato nella parte nord della regione dell’Alberta in Canada) si registra un’incidenza di tumori del 30% al di sopra dei valori medi nazionali. Secondo uno studio condotto dall’Università dell’Alberta e dalla Queen’s University di Kingstone, nei corsi d’acqua e negli accumuli nevosi delle zone interessate dall’attività di estrazione si riscontra una maggiore presenza di Mercurio e Tallio. Inoltre la stessa ricerca riscontra un’elevata presenza rispetto gli standard nazionali anche di altri metalli come Rame, Piombo e Argento.

Dunque partiamo dalle foreste boreali e ci troviamo al termine dell’estrazione di fronte a un panorama spettrale che sembra provenire da un altro pianeta. Anche se l’area deforestata è una quota minore (meno del 10%) sul totale, il tipo di taglio che è richiesto provoca una frammentazione dell’ecosistema e dunque l’impatto effettivo è molto superiore a quanto possa sembrare considerando solo l’aspetto quantitativo dell’area deforestata. In termini d’impatto sul clima globale della sola produzione e upgrading dell’olio prodotto da sabbie bituminose, l’intensità carbonica media è, secondo le stime della Commissione Europea il 23% superiore rispetto all’equivalente produzione di olio convenzionale. Le proiezioni al 2020 di queste emissioni legate alla sola produzione sono stimate in ben oltre i 100 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, che rappresentano il 44% dell’aumento delle emissioni previste in Canada. Inoltre le importazioni previste nell’ UE equivalgono ad aggiungere 6 milioni di nuove auto nel 2020 e, data la loro maggior intensità carbonica, si stima un aumento dell’1,5% dell’intensità carbonica dei trasporti dovuta alle fonti non convenzionali, quando l’obiettivo è una riduzione del 6%. Oltre a queste emissioni sul lato della produzione, il problema principale relativo agli impatti sul clima riguarda anche e soprattutto quelle prodotte durante la loro combustione che rappresentano un contributo che può portare il clima del pianeta a un “punto di non ritorno”. L’utilizzo delle sabbie bituminose del Canada è, infatti, uno dei 14 progetti di espansione della produzione di fonti fossili non convenzionali, come l’estrazione di petrolio nell’Artico, che rischia di dare un colpo di grazia al clima del pianeta. Il “bilancio di carbonio” dell’atmosfera e l’ultimo rapporto dell’IPCC sui cambiamenti climatici indicano chiaramente che oltre i 2/3 delle fonti fossili vanno lasciate là dove sono, e cioè sottoterra. Possiamo fare a meno di quest’energia? Secondo lo scenario globale presentato da Greenpeace,  valutando la fattibilità di un assetto quasi totalmente basato sulle rinnovabili e l’efficienza, è possibile tecnicamente evitare l’utilizzo delle fonti fossili non convenzionali e di gran parte del carbone a costi accettabili. Secondo il l DLR, l’Istituto di Termodinamica tedesco che analizza i potenziali di efficienza e rinnovabili nei diversi settori di utilizzo (trasporti inclusi),  sarebbe  possibile ottenere una drastica riduzione del 90% delle emissioni globali di anidride carbonica a patto di avere un accordo globale sul clima pienamente in vigore dal 2030 che ponga un costo alle emissioni , come le recenti prese di posizione del Presidente Obama e della Cina lasciano timidamente sperare.

“L’estrazione delle sabbie bituminose canadesi è più di una semplice catastrofe ambientale”, scrive Gregory McGann, questo processo si sta dimostrando anche un disastro economico, con investimenti massicci a rischio mentre il crollo dei prezzi del petrolio fa arenare le sabbie bituminose. Il nuovo rapporto della Carbon Tracker Initiative (CTI), una società di analisi finanziaria ambientalmente, suggerisce che gli investitori sono stati fuorviati sulla fattibilità economica della produzione di sabbie bituminose, cosa che sta facendo un danno irreparabile alla foresta boreale incontaminata del Canada nord occidentale. La CTI sostiene che i progetti futuri di estrazione delle sabbie bituminose, oltre ad essere disastrosi ambientalmente, sono anche finanziariamente catastrofici e stanno portando i loro investitori verso gravi perdite. Nonostante il recente e drammatico crollo dei prezzi del petrolio, le società non hanno tenuto conto del rischio di ulteriori crolli dei prezzi. I progetti di sabbie bituminose, con i loro alti costi di produzione, sono particolarmente vulnerabili, poiché il prezzo del petrolio che cala può facilmente spazzare via tutta la loro redditività. “Le pressioni del costo che affronta l’industria petrolifera mostra alcuni segni di cedimento”, dichiara il rapporto – eppure le compagnie si rifiutano semplicemente di riconoscerlo.