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LO STRANIERO, O FORSE SEMPLICEMENTE L’ESTRANEO

Di Marco Visentin – IC Classico

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Quando la vita è veramente vissuta appieno e quando, invece, diviene un dramma esistenziale? Quando si varca il sottile confine tra vivere, sopravvivere o “lasciarsi vivere” da altri? Monsieur Meursault, un pied-noir (termine con cui si definivano i francesi che vivevano in Algeria) impiegato magazziniere ad Algeri, ne è l’emblema: fino a che punto la sua indifferenza è male esistenziale? È davvero incapace di vivere o rifiuta il mondo?

Giovedì 28 aprile si è tenuto l’ultimo incontro di Lector in fabula, il circolo di lettura d’istituto: si è discusso di Lo straniero di Albert Camus. Il libro, edito nel 1942, esprime in pieno il dramma dell’esistenza, attraverso la storia di un delitto insensato che evidenzia l’assurdità del vivere.

Il romanzo inizia con la morte in un ospizio della madre di Meursault; lui sembra non provare dolore, soltanto indifferenza: fuma e beve vicino alla bara. Pochi giorni dopo, inizia una relazione con una donna, Maria, per cui prova solo desiderio fisico, privo di sentimento. Per una serie di vicende, Meursault si ritrova, senza una volontà precisa, a uccidere un arabo a colpi di pistola. Incarcerato, non si impegna per la propria difesa ed è condannato a morte, dopo un processo in cui si è discusso più della sua apatia che del crimine. L’opera si chiude con Meursault che realizza quanto l’universo stesso sembri indifferente rispetto all’umanità.

Durante l’incontro di Lector in fabula si è molto dibattuto in particolare riguardo al protagonista, vero centro del romanzo: quanto del suo comportamento è indifferenza o noia nei confronti della vita e quanto, invece, è incapacità di affrontarla? Su questo punto non c’è accordo e continua a esservi chi predilige la prima opzione e chi l’altra, che pure potrebbero essere entrambe veritiere: il protagonista, in apparenza semplice, nasconde nel proprio animo una complessità – o sarebbe meglio dire un complesso, data la situazione? – che facilmente si presta all’identificazione del lettore.

Non vi è dubbio sull’innocenza morale di Meursault e si soffre al posto suo per il progressivo delinearsi dell’esito finale del processo. Chi più si immedesima potrà forse cogliere, nella smisurata pigra indifferenza del protagonista, l’affermazione dell’inutilità della vita, insita in lui fin dal principio ed emersa con forza al termine.

Qualunque sia la giustificazione che si trova al suo agire, qualunque sia la rappresentazione che ogni lettore costruisce mentalmente per definire il suo carattere, l’immagine che io trovo più profondamente descrittiva di Meursault è quella di un naufrago: un naufrago annegato per non aver consapevolmente voluto nuotare.