Agorà Campo lungo

LO DICE LA CHIESA

Di Marco Visentin – IC Classico

Una certa parte del clero italiano crede di essere ancora nello Stato pontificio, quando vescovi e cardinali governavano l’Italia e non avevano nemmeno bisogno di scendere al volgare tatticismo parlamentare chiedendo voti segreti su temi etici. Invece, l’interventismo di certi prelati nella questione delle unioni civili è sfociato nell’esagerato, inopportuno e lesivo della dignità dello Stato italiano.

Un Paese normale dovrebbe riconoscere l’autonomia dello Stato dalla religione, in modo da garantire tutti i diritti civili a tutti i cittadini, senza che la fede possa essere un ostacolo a livello normativo. Quale ragione vi è, infatti, per costringere non-cattolici a seguire le prescrizioni che la Chiesa impone alla politica? Lo Stato deve assolutamente emanciparsi dal cattolicesimo, il che non vuol dire rinnegare i valori che esso esprime, i quali, infatti, hanno contribuito non poco allo sviluppo della nostra civiltà; significa riconoscere all’intera cittadinanza anche quella libertà che la legge religiosa regola in modo differente: starà poi al singolo decidere come usufruirne.

“Libertà”, questo certi prelati dovrebbero comprendere, non è sinonimo di “corruzione morale”; non vuol nemmeno dire che, improvvisamente, l’Italia sia un Paese di atei, miscredenti o chissà quale altra rivoluzione. Teologicamente parlando, lo stesso Cristo non impose mai il proprio messaggio ad alcuno, e così gli apostoli: perché dovrebbe farlo la Chiesa?

In verità, i cattolici, se crederanno che la via indicata dalle proprie istituzioni religiose sia giusta, la seguiranno comunque: non sarà certo un provvedimento come quello sulle unioni civili a mettere in crisi un’intera religione! O, se accadesse, sarebbe davvero fragile fede quella che la Chiesa ha saputo diffondere…

Perché questa paura di equiparare al matrimonio le unioni tra omosessuali? Come se la tradizionale istituzione di stampo cattolico dovesse uscirne svilita o minata nella propria integrità… Invece, non appena lo Stato cerca di uscire dall’alveo della dottrina, iniziano i dissidi con il clero: anche con il divorzio accadde lo stesso.

Il riconoscimento di un diritto dove prima vigeva un imbarazzante e quasi colpevole vuoto normativo non è alternativo a quanto già in vigore; nessuno perde nulla, insomma, ad accettare le unioni civili. L’unico punto su cui la Chiesa può ragionevolmente temere è la diffusione della pratica delle unioni civili, in quanto contraria alla dottrina che il cattolicesimo professa, ma saranno i singoli fedeli a scegliere in modo autonomo e libero se andare contro i dettami religiosi o no.

Non aveva forse ragione Marco Pannella, a cui va un commosso ricordo, a sostenere che l’Italia fosse schiava del Vaticano? O Cavour, ancor prima, con il celebre “Libera Chiesa in libero Stato”?

Città del Vaticano, Basilica di San Pietro