Il nostro angolo

UTOPIA POLITICA E DEMOCRAZIA: NOI E ARISTOFANE

Di Susanna Scagliotti – IA Classico

Lo scorso 31 maggio 2016 al Teatro Kolbe di Mestre è stato messo in scena, ad opera del gruppo teatrale dell’Istituto Bruno-Franchetti, lo spettacolo “Le donne al Parlamento”, rielaborazione dell’omonima commedia dell’autore greco Aristofane.

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UNa scena dello spettacolo.

Mescendo stereotipi, detti-non detti, criticità, speranze, movimenti che caratterizzano le democrazie odierne e in particolare quella del nostro Paese, il regista Alessandro Maggi ha saputo architettare una commedia arguta, a tratti assai spassosa, che pure nella sua amenità non si esime dal guardare con occhio di feroce biasimo i fenomeni che affliggono tanto le società di oggi, quanto quelle di ieri.

Lo scenario dell’originale ‘Εκκλησιάζουσαι (“Le donne all’assemblea” o “Ecclesiazuse”) aristofaneo è l’Atene del IV secolo a.C., dove un gruppo di donne capeggiate da Prassagora prende le redini del governo cittadino, persuase che  siano stati gli uomini a condurre la loro patria alla rovina. Si stabilisce che tutti i beni e il denaro dei cittadini siano messi in comune e amministrati dalle donne. Anche nella sfera della sessualità le donne possono unirsi con chi desiderano. In seguito, però, si vara un provvedimento secondo cui gli uomini, prima di incontrare una donna giovane e bella, debbano prima farlo con quelle anziane e brutte. Ciò genera situazioni ambigue e paradossali, che si protraggono nel corso della commedia.

Gli elementi caratteristici della commedia antica sono stati ripresi concentrandosi sui suoi snodi principali: Prassagora che convince le altre donne a prendere il potere (efficace l’immagine delle mogli che, per non farsi scoprire, si camuffano da uomini sottraendo ai loro mariti le giacche e le cravatte), i provvedimenti presi in assemblea (che per tutto lo spettacolo era chiamata, con un termine più attualizzante, “Parlamento”), gli episodi più divertenti, come quello del giovane costretto a concedersi a tre sgradevoli vecchie prima di avere la compagnia di una ragazza. E naturalmente si è palesato il fattore costituente dell’opera: l’utopia. Con le donne al potere l’utopia si attua creando un sistema in cui vige un totale spirito comunitario, il quale però sortisce effetti disastrosi e dimostra che, se uno Stato non è funzionale, ciò non è dovuto al sesso di chi lo governa: le donne, al pari degli uomini, si trasformano in demagoghe interessate solo al proprio utile, artefici di un ordinamento destinato a collassare. In tutti gli ambiti, ma sopratutto in politica, si perpetuano vizi umani e non di genere. L’ingiustizia, il calcolo, l’opportunismo trascendono il sesso di chi li porta avanti.

La rielaborazione improntata all’analisi dell’odierna situazione politica in Italia è stata, a mio parere, una chiave di volta per catturare l’interesse del pubblico e per indurlo alla riflessione senza inutili vittimismi, ma con una consapevolezza e una volontà di ridere di se stessi e delle particolarità (spesso negative) del nostro Paese.

Magistrale l’inizio dello spettacolo: a sala buia, è stata diffusa la registrazione della voce di un uomo che chiedeva: “E’ morto Marco Pannella, Lei che cosa ha da dire?” e il suo interlocutore rispondeva: “Mi dispiace, non so chi sia”. La situazione si è ripetuta più volte con diversi interlocutori, e tutti ignoravano l’identità del leader radicale deceduto di recente. A questo punto si poteva evincere che l’uomo che poneva la fatidica domanda era un giornalista che intervistava i passanti, con scarsi risultati. Dopo questo ascolto, lo spettacolo iniziava, calato nella Grecia antica.

Questo primo impatto con l’opera è stato determinante per capire il suo fine ultimo, il suo messaggio di fondo: chi non partecipa alla vita politica del proprio Paese finisce per essere manipolato da poteri più grandi di lui, e di vedersi sottratta la libertà. Impossibile non ricordare la celebre Lettera agli amici datata 1944 e scritta dal giovane partigiano Giacomo Ulivi: ci si è sempre sentiti ripetere che la politica è “sporcizia”, “lavoro di ‘specialisti’ “, ma si deve sviluppare “un attaccamento alla cosa pubblica, il che vuol dire a se stessi”, e curare la politica “direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante”. Il richiamo alla componente personale della partecipazione ritorna nella Grecia del IV secolo, nell’Italia del Dopoguerra e naturalmente oggi: se i cittadini intervistati sapessero chi sia stato Marco Pannella e dunque si interessassero di ciò che accade nel loro Paese, forse non si farebbero soggiogare dalla morsa antidemocratica di chi è al potere, e potrebbero capire che lo Stato siamo noi. Le donne di Aristofane tentano di operare un processo simile esasperando la democrazia diretta, ma falliscono proprio perché non percepiscono la rilevanza della “cosa pubblica”, come la chiama Ulivi.

Una scena altrettanto incisiva è stata quella in cui uno dei personaggi, seduto davanti al televisore, ascoltava un’indagine simile, in cui l’intervistatrice recitava delle frasi di uso comune in greco o in latino (“Alea iacta est”, “Talis pater, talis filius”, eccetera) e chiedeva ai passanti di tradurli. Nel migliore dei casi le persone non sapevano farlo, altrimenti si cimentavano in traduzioni del tutto incoerenti. Una sola eccezione, alla fine: un passante che recitava un brano di Saffo in greco, concludendo: “Studiate il greco, ragazzi”.

Da amante delle lingue classiche, ho trovato questo appello quasi commovente. Il breve intermezzo ha costituito una sorta di riflessione meta-teatrale sul greco e sul latino, che pareva ricordare ancora l’importanza della libertà: quante volte ci hanno detto: “Con la cultura non si mangia”, quante volte i governi provano a demolire le basi del sapere e ad appiattire i popoli ad una bieca ignoranza? Solo con l’istruzione e con una “uscita da uno stato di minorità intellettuale”, come diceva Kant, è possibile comprendere la contemporaneità e partecipare ai rivolgimenti sociali senza essere rabboniti dalla retorica dei potenti.

Altri temi fanno da sfondo allo spettacolo, primi fra tutti il peso opprimente della burocrazia e la corruzione. Vi sono costanti riferimenti anche nell’ambientazione greca alla piaga dell’amministrazione e all’inutilità di molti dettagli organizzativi, cosa che si ritrova nell’Italia di oggi fin nei casi più recenti. Gian Antonio Stella, sul Corriere della Sera dello scorso primo giugno, scrivendo della difficile amministrazione del sito archeologico di Paestum, cita Alphonse de Sade il quale, nel 1776, “aveva lanciato la sua invettiva contro chi amministrava le rovine di Pompei: ‘Ma in quali mani si trovano, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?’ “. Le tracce di quella “gente”, quegli italiani così poco attenti al valore del proprio patrimonio e ossessionati dalla burocrazia, sono ancora in noi dopo 250 anni.

Il tema dell’immoralità dei funzionari statali, poi, è stato declinato in vari modi: meraviglioso il dialogo tra due ormai ex deputati che, surclassati dal potere muliebre, discutono su come continuare a navigare nelle acque della politica, non lesinando piani di sotterfugi e pensando solo al proprio utile. Il ritratto abilmente interpretato di un paradigma sociale italiota fin troppo diffuso.IMG-20160605-WA0002

E così, tra echi dell’originale greco e citazioni attuale, lo spettacolo si presenta come un irrequieto conglomerato di tipi sociali e fenomeni a noi molto familiari, una visione sognatrice che non ha una vera e propria conclusione, ma che si chiude con una tacita istanza, quella sottesa all’intera commedia: non facciamoci scorrere tra le mani la libertà di pensiero e di azione. Partecipando miglioreremo il nostro mondo. Forse è per questo che il Dirigente Scolastico, prof. Roberto Gaudio, congratulandosi con gli attori, ha detto loro: “Ragazzi, avete dato un senso alla scuola”. Certamente, ho pensato, alla scuola e anche alla società.

Il gruppo di attori, arricchito da nuove presenze dalle quarte ginnasio e dal Liceo Bruno, ha offerto al pubblico un’interpretazione appassionata, permeata di quel giovanile ottimismo che impedisce di guardare i problemi della politica con disincanto. Non solo: i ragazzi, come mi ha raccontato una delle attrici, hanno lavorato anche alla stesura del copione sotto la supervisione del regista Maggi, calandosi nei panni di drammaturghi. Un’ulteriore conferma che la partecipazione democratica dovrebbe essere riconducibile ad ogni campo, anche a quello artistico, come la realizzazione di un testo teatrale.

Il gruppo ha replicato lo spettacolo la mattina di lunedì 6 giugno alle ore 12, sempre al teatro Kolbe.