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IL RITORNO DI UN GRANDE UMANISTA

Di Susanna Scagliotti – IIA Classico

Per la seconda volta nel corso di pochi mesi, l’anima classicista di Venezia è arricchita da un’altra mostra incentrata su un personaggio chiave della cultura cinquecentesca: Aldo Manuzio.

Di chiusura recente è infatti la mostra Aldo Manuzio – il Rinascimento di Venezia alle Gallerie dell’Accademia, a cui il collega Leonardo Carniato ha dedicato un articolo.

Non lontano dall’Accademia, all’interno delle Sale Monumentali della Biblioteca Nazionale Marciana, in Piazza San Marco, è stata da poco allestita la mostra Le edizioni greche di Aldo Manuzio e i suoi collaboratori greci (c. 1495-1515), aperta fino al 24 ottobre.page-header-png

In occasione del cinquecentesimo anniversario della morte di Manuzio, l’esposizione si concentra su un particolare aspetto della prolifica attività del tipografo ed editore, ossia il suo rapporto con la conoscenza, la traduzione e la diffusione dei testi in lingua greca.

I visitatori hanno in tal modo l’occasione di ammirare tutti i trentotto esemplari delle edizioni greche che Aldo Manuzio pubblicò tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI, sui frontespizi dei quali leggiamo spesso: ʼΕγράφη ἐν Ἐνετίαις, ἐν οἰκείᾳ Ἄλδου τοῦ Μανουτίου, una sorta di odierno “Questo libro è stato stampato a… per mano di…”!

Non è necessario frequentare il liceo classico o essere appassionati di filologia per cogliere l’immensa bellezza di questi prodotti che sarebbe riduttivo definire solo “editoriali”, poiché è indubbio che si tratti di opere d’arte. Le pagine ingiallite, i caratteri a un tempo leggiadri e solenni dell’inconfondibile scrittura aldina, le lettere greche che rimangono un affascinante enigma anche per i loro conoscitori, i margini e le righe cesellati da un cauto labor limae: ogni dettaglio di questi libri pare invitare chi guarda a sfogliare quelle pagine, a sentire l’effluvio di antico tuttora vitale che esse possiedono.

Invece, ahinoi, i libri sono protetti da glaciali teche di vetro…musuros

Ed è proprio a questo che l’attività di Manuzio si indirizzava: la conoscenza della letteratura e della lingua greca da parte di molti. Infatti, come lui stesso affermò, in che modo chi non conosce la lingua greca può imitare gli scrittori greci che sono i più dotti in ogni campo del sapere? Da essi infatti è derivato tutto ciò che è degno di lode nella lingua latina.

L’aldina dichiarazione d’amore per la cultura ellenica arriva financo a subordinare la letteratura latina alla più dotta produzione greca, per quanto il pur amatissimo  Cicerone rimarcasse, nelle sue Tusculanae disputationes, che “[…] omnia nostros aut invenisse per se sapientius quam Graecos aut accepta ab illis fecisse meliora” (I.1), ossia che “i nostri [uomini di cultura Romani] o hanno scoperto da soli tutte queste cose [la filosofia e la cultura] in modo più sapiente dei Greci o, dopo averle imparate da loro, le hanno migliorate”. Un discorso, quello dell’arpinate, impregnato di un’ideologia che può rivelarsi tendenziosa.

Ma qui arriva il punto cruciale. Cicerone aggiunge: “[…] [hanno imparato] tutte le cose, certo, che loro hanno giudicato essere degne [di essere studiate]”.

Nel momento in cui si decide di studiare una cultura è pertanto legittimo, preferibile anzi, operare una selezione contenutistica. Passando per Cicerone, è inevitabile pensare al lavoro di Aldo Manuzio: anche per un grande letterato quale lui era, sarebbe stato impossibile sottoporre al vaglio tipografico l’intera produzione greca conosciuta fino al suo tempo.

E allora, con quali criteri egli distinse i testi da stampare e quelli da trascurare? Perché decise di far circolare, poniamo, gli Erotemata di Costantino Lascaris prima de La guerra del Peloponneso di Tucidide? In che misura il tipografo influenzava i suoi numerosi collaboratori? E – domanda ancor più insidiosa – esistono dei testi greci che Manuzio avrebbe voluto pubblicare ma che poi, frenato da esigenze editoriali e forse anche da pressioni politiche, non hanno mai visto la luce?

Molte delle insolubili questioni possono essere in parte appianate osservando le opere di autori greci classici e di epoca bizantina, le traduzioni latine di testi greci, i fogli sciolti, i dizionari di latino e greco, le grammatiche.

Una di esse, la Grammatica greca di Urbano Bolzanio, mi ha assai incuriosita. Il tomo è aperto alla prima pagina, nella quale dovrebbero essere esposti i fondamenti della grammatica greca. Infatti si presentano le lettere maiuscole e minuscole dell’alfabeto, nonché i dittonghi propri e quelli impropri. Peculiare, tuttavia, il fatto che queste supreme basi linguistiche siano seguite dai testi del Padre nostro e dell’Ave Maria in greco. E’ stata spontanea un’associazione mentale con la mia grammatica greca del ginnasio, che mai avrebbe presentato questi testi come base della grammatica di suddetta lingua!

In realtà, quello che ho inizialmente percepito come un buffo anacronismo è un’ulteriore conferma che Manuzio fosse un uomo del suo tempo, un umanista conscio da un lato dell’importanza del mondo classico per la sua contemporaneità, dall’altro della necessità di inscrivere questa cultura in un universo rinascimentale e, ovviamente, ancora nettamente orientato verso una devozione di altro tipo.

La mostra affascina lo spettatore appunto per questa ricchezza di temi: si può sorridere di fronte alle riproduzioni delle Commedie di Aristofane, immaginare popoli sconosciuti occhieggiando alle Storie di Erodoto, stupirsi piacevolmente accorgendosi di conoscere benissimo l’inizio di uno dei libri esposti (l’Iliade!), quasi vedere gesticolare Demostene leggendo le righe delle sue Orazioni, in un eccelso ed erudito intreccio di teatro, storiografia, etnografia, epica, racconto, arte retorica. Un intreccio reso possibile grazie alla lungimiranza culturale di Aldo Manuzio.