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NON DIMENTICHIAMO ISRAELE

Il relatore guarda sbigottito l’uomo appena intervenuto. Vorrebbe probabilmente dirgli che sbaglia, che il movimento nazista era antisemita per puro odio razziale, non perché qualche ebreo non volesse fare affari con Hitler. Perché questo è stato l’intervento dell’anziano seduto in prima fila. Non molto dissimile, a dire il vero, da varie altre esternazioni di compiaciuta ignoranza.

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Mercoledì 12 ottobre si è tenuta presso la Biblioteca civica VEZ la seconda conferenza del ciclo “Voci dal Mediterraneo”, dedicata a Israele. La serie di eventi, organizzata da Europe Direct, rete informativa del Parlamento Europeo, si propone di presentare gli scenari geopolitici del Vicino Oriente, di cui lo Stato ebraico è un tassello fondamentale.

Israele è un popolo che (ricorda Paolo Mieli nel Corriere della Sera dell’11 ottobre) spesso colpevolmente dimentichiamo. I tre articoli di quotidiani israeliani analizzati durante l’incontro hanno acceso i riflettori sulla politica, con la figura di Shimon Peres, l’eredità della Shoah e il terrorismo.

Shimon Peres – Politico di lungo corso, Peres, recentemente deceduto, è tuttavia definito yeled hutz (“l’eterno outsider”), per il suo aspetto da “vecchio ebreo” e per non essere stato militare. Gliene derivò una diffidenza che gli alienò anche le simpatie dei compagni di partito, da Yitzhak Rabin a Yigal Allon a Moshe Dayan, al punto che giunse al paradosso di essere più amato all’estero che in Patria; nessuno dei tre mandati da Primo Ministro, infatti, fu dovuto a una sua vittoria elettorale. Divenne finalmente “figlio prediletto” d’Israele soltanto da Presidente, dissipando quell’immagine da “quasi statista” che egli stesso aborriva.

La Shoah – Un anziano sopravvissuto alla Shoah ha celebrato il bar mitzvah (rito di passaggio che i giovani ebrei maschi compiono a 13 anni e che sancisce il loro ingresso nella comunità) a 113 anni, poiché le due guerre mondiali gliel’avevano prima impedito. Si affronta così l’eredità del genocidio ebraico, considerato nel tempo con una mutata sensibilità: se nei primi anni si cercò di dimenticare, il Processo Eichmann del 1961 contribuì a diffondere le testimonianze dei sopravvissuti; la retorica odierna lo sfrutta per parlare di rinascita ebraica. Ogni gruppo etnico-religioso, comunque, vive la questione diversamente.

Daesh – Il terzo e ultimo articolo racconta di un arresto, avvenuto in un sobborgo di Gerusalemme Est, di alcuni palestinesi sospettati di essere membri del Daesh (termine preferito a ISIS). Anche in Israele (come inoltre ricordato nel già citato editoriale di Mieli) si muore per il terrorismo, non solo qui in Europa; inoltre, l’emergere dell’autoproclamato Califfato ha oltremodo peggiorato le relazioni con la Palestina.

Contenuti abbastanza interessanti, ma francamente ci si aspettava di più: la situazione geopolitica israeliana è ben più complessa di come è stata presentata. Ma il maggiore stupore sono gli interventi del pubblico: l’ignoranza diffusa su ebraismo e Shoah si è esplicitata con frasi a tratti antisemite o, al contrario, antipalestinesi, all’insegna di un forte razzismo. Doveva essere l’occasione per insegnare qualcosa, e lo è stato: ora so quanto ancora siano forti le spinte al revisionismo e alla semplificazione storica. Ma la storia, semplice, non lo è mai.

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