Campo lungo

PARI OPPORTUNITA’: A CHE PUNTO SIAMO?

di Emilio Dalla Torre – V C classico

“Non è un paese per donne” recitava il titolo di un libro edito da Mondadori nel 2011 a cura di C. Pellegrino e C. Zagaria.

E probabilmente se quella raccolta di racconti fosse edita oggi, il titolo rimarrebbe lo stesso: l’Italia è, secondo tutte le statistiche, compreso il famigerato ISU, considerato un paese sfavorevole all’affermazione economica, sociale e politica delle donne -se non durante il governo Berlusconi, ma solo grazie a peculiarità assai meno lodevoli di un fervido intelletto- e si pone 36ª nella classifica mondiale della parità di genere, seguita solo da Giappone, Malta e Turchia.

L’Italia è l’unico paese a non aver ancora raggiunto l’obiettivo posto nell’ultimo G20 nel 2014, ovvero aumentare PIL e occupazione assumendo o favorendo l’assunzione dei 2,7 milioni di donne che attendono di entrare nel mercato del lavoro. Figuriamoci 100 milioni, il numero che a livello mondiale è stato stabilito di raggiungere entro dieci anni.

Il divario retributivo di genere nel nostro Paese è del 16,4%. Attestandosi quindi ai dati medi dei salari in Italia, per dare un’esemplificazione, se un uomo guadagna 1.327€ mensili, una donna può venire pagata anche 1.088€ per lo stesso lavoro.

Il vero problema però è che questa disparità di genere, in alcuni di più, in altri di meno, è presente in tutti paesi. A volte anche di più nei paesi che consideriamo (a ragione?) civilizzati.

Pochissime civiltà, in passato, hanno considerato la Donna alla stregua dell’Uomo, eppure queste poche sono state protagoniste di eccellenze mai riscontrate in civiltà patriarcali, ad esemplificare ciò posso citare l’esempio di Sparta, dove le donne avevano diritti al pari degli uomini, dato che erano considerate “madri di eroi”, oltre che “madri”: raggiunse una qualità nell’organizzazione militare che fu presa di esempio persino dal “Führer”.

Per spiegare la motivazione di questa disparità, che oramai è un dogma societario, lo psicologo Alfred Adler formulò una teoria che, sintetizzata poveramente, può essere descritta come una divisione basata sull’efficienza umana: prevede per il sesso femminile l’esclusione da certe occupazioni a causa del suo fisico e per il sesso maschile la mancata assegnazione di certe mansioni perché potrebbe essere impiegato più efficientemente altrove.

Questa teoria fu rielaborata a fine ‘800 da Johann Jakob Bachofen: secondo Bachofen, la società umana ha vissuto tre grandi stadi, dall’inizio dei tempi: il primo è chiamato eterismo, durante il quale le donne e gli uomini erano contrapposti, e lottavano fra loro; il secondo è chiamato matriarcato, e vede la donna come struttura fondante della società, in quanto capace di dare la vita ed è descritto come periodo di prosperità e sviluppo; il terzo e ultimo stadio descritto da Adler è il patriarcato, inteso come eccessiva compensazione del potere della Donna perdurato nel matriarcato.

Entrambe le teorie sono considerate accreditate, ma a mio parere compiono lo stesso errore: propongono la società umana come fondata sulla prevalenza fisica e non intellettuale.

Viviamo nel ventunesimo secolo, l’era del progresso, l’era della tecnologia, l’era dell’automazione: perché dobbiamo fondare la nostra gerarchia sociale ed economica sulla capacità di uno dei due sessi di prevalere sull’altro?

 

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One Reply to “PARI OPPORTUNITA’: A CHE PUNTO SIAMO?

  1. Un panorama completo ed esaustivo della, ahimè triste, situazione italiana nel cammino verso la parità di genere. I miei complimenti per l’analisi e la completezza dei dati.

    Quanto alla questione politica, vorrei però ricordare, a scanso di equivoci, che il citato Governo Berlusconi (suppongo il Berlusconi IV) aveva soltanto 6 donne ministro su 22 totali (circa il 27%); il successivo Governo Monti assegnò a donne gli importantissimi dicasteri di Interno, Giustizia e Lavoro e Politiche sociali, pur riducendo effettivamente la rappresentanza femminile a 3 ministeri su 17; il Governo Renzi, al momento del giuramento, aveva 8 ministri donne su 16 totali (50%), rappresentanza poi ridottasi a 6 su 15 (40%). Un risultato, quello dell’attuale governo di centrosinistra, non dappoco, se confrontato con i precedenti.
    Questo per quanto riguarda la rappresentanza in governo. In Parlamento, purtroppo, i dati sono più allarmanti: abbiamo soltanto 195 deputate su 630 totali (31%) e 91 senatrici su 320, considerando anche i senatori a vita (28%).

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