Il nostro angolo

AVERE UN “CUORE” IERI E OGGI: CRONACA DI UN’ORA DEAMICISIANA, CON VARIANTI

di Carmelita Pettenà

Mercoledì 26 ottobre 2016, a 140 anni dalla prima edizione, è riecheggiata nell’aula magna del ‘Franchetti’ qualche pagina del noto e notorio, famoso e famigerato romanzo di Edmondo de Amicis ‘Cuore’.

Non potendo darvi un video della mattinata (non chiedete perché), la mattinata la dovete immaginare.

Fotogramma uno. Antefatti. ‘Lector in Fabula’ propone ‘Cuore’ come uno dei libri dell’estate 2016. Sguardi perplessi degli astanti. Suppliche oranti dei docenti. In un angolo vagola invano una particella dello spirito di Pennac, «Diritto di non leggere». Mail minatoria d’Oltrevia Fradeletto. Come il responso della Sibilla, is blowing in the wind.

Fotogramma due. Preparazione della lettura. Interea multa simul moliri: studentibus insidias tendere, opportuna loca armatis docentibus obsidere; ‘Lector’ item alios iubere, hortari, uti semper intenti paratique essent; dies noctisque festinare, vigilare, neque insomniis neque labore fatigari…

Fotogramma tre. 26 ottobre. Sei classi in aula Magna. Il pianista Arnaldo Santoro, ex-franchettiano, a introdurre e commentare (ma voi conoscete ‘Ciribiribin’ e simili svenevolezze? e ‘La Marcia del Re’? Male!).

Fotogramma quattro. Il professor Carlo Franco, in veste di lettore, tuona il primo brano. Il padre di Enrico scrive al figlio (una famiglia di vergatori di emotive, fanatiche, really impressive missive notturne… strana famiglia, questa del protagonista).

Lettera del 24 Gennaio. […] Sentirai la patria allora, Enrico. Ella è una così grande e sacra cosa, che se un giorno io vedessi te tornar salvo da una battaglia combattuta per essa, salvo te, che sei la carne e l’anima mia, e sapessi che hai conservato la vita perché ti sei nascosto alla morte, io tuo padre, che t’accolgo con un grido di gioia quando torni dalla scuola, io t’accoglierei con un singhiozzo d’angoscia, e non potrei amarti mai più, e morirei con quel pugnale nel cuore.

Fotogramma cinque, ovvero Riflessione numero uno. Il professor Scalici introduce il contesto deamicisiano, e porta il pubblico a riflettere su Patria, Nazione, Socialismo, Valori. Ne interroga il pubblico. Sulla domanda sospesa riprende la lettura.

Fotogramma 6, a commento. Lettera da Venerdì 3 aprile:

La carrozza passò oltre, la folla irruppe e ci divise, perdemmo di vista Coretti padre. Lo ritrovammo, poco dopo, ansante, con gli occhi umidi, che chiamava per nome il figliuolo, tenendo la mano in alto, e gli gridò: Qua, che ho ancor calda la mano! – e gli passò la mano intorno al viso, dicendo: – Questa è una carezza del re. E rimase lì, come trasognato, con gli occhi fissi sulla carrozza lontana.

Fotogramma 7. Franti e la madre di Franti. Il prof. Franco interpreta il pianto della madre, il cipiglio del Signor Direttore, il ghigno dell’infame… dalla pagina del 28 gennaio:

[…] Il Direttore guardò fisso Franti in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare: – Franti, tu uccidi tua madre! –Tutti si voltarono a guardare Franti. E quell’infame sorrise.

Fotogramma 8, ovvero Riflessione numero due. La professoressa De Michieli commenta con le parole di Umberto Eco. E già che c’è, ricorda che sul riso Eco scrisse qualcos’altro. E Aristotele pure. E che sarebbe buona cosa leggere ‘Gargantua e Pantagruel’. E del riso si ha, generalmente, paura.

Fotogramma 9. Lettura finale. Il Padre di Enrico. La lettera al figlio, datata 10 novembre. Ovvero: un esempio di pedagogia di fine Ottocento. Chissà se Freud conobbe il libro di De Amicis… certo i suoi discepoli, con gli esiti di tale educazione, non poterono non avere a che fare.

[…] Non sperar serenità nella tua vita, se avrai contristato tua madre. […]. O Enrico, bada: questo è il più sacro degli affetti umani; disgraziato chi lo calpesta. L’assassino che rispetta sua madre ha ancora qualcosa di onesto e di gentile nel cuore; il più glorioso degli uomini che l’addolori e l’offenda non è che una vile creatura. Che non t’esca mai più dalla bocca una dura parola per colei che ti diede vita. E se una ancora te ne sfuggisse, non sia il timore di tuo padre, sia l’impulso dell’anima che ti getti ai suoi piedi, a supplicarla che col bacio del perdono ti cancelli dalla fronte il marchio dell’ingratitudine. Io t’amo, figliuol mio, tu sei la speranza più cara della mia vita; ma vorrei piuttosto vederti morto che ingrato a tua madre. Va, e per un po’ di tempo non portarmi più la tua carezza; non te la potrei ricambiare col cuore.

La sala, estasiata, taceva. Al finale un applauso dal cuore sorgeva. La lieta compagine di Cuore ringraziava.

Cuore di De Amicis