Il nostro angolo

LA LETTURA IMPOSTA: “IL BALLO” DI IRÈNE NÉMIROVSKY E “LESSICO FAMIGLIARE” DI NATALIA GINZBURG

di Carmelita Pettenà

Cosa accomuna un racconto del 1930 ed un romanzo breve del 1963? Almeno due aspetti, anzi tre: a scriverli sono state due donne, e – me ne accorgo solo adesso – entrambe di famiglia di religione ebraica; entrambi hanno al centro le relazioni famigliari; ed entrambi – tocca dire anche questo – sono stati imposti dalle insegnanti ai loro studenti: “Il ballo” di Irène Némirovsky alle IV ginnasio, “Lessico Famigliare” di Natalia Ginzburg alle V. Né l’una né l’altra hanno saputo conquistarsi non si dice il cuore, ma almeno la considerazione dei forzati lettori franchettiani; solo uno sparuto gruppo ha difeso le opere, talora per quello che è parso un umano senso di pietas, che sgorga spontaneo (o dovrebbe, per sentire comune) di fronte alla fragilità, alla debolezza, alla minoritas dell’altro – seppur, in questo caso, un libro; talora con argomentazioni ferrate e lucide, ma non persuasive rispetto alla massa.

Non è questo il luogo per rivelare trame d’altro canto già note, o facilmente accessibili; i nostri 2,5 lettori sappiano invece i commenti degli alunni.

Il Fronte del ‘No’

I ‘no’ che si dicono sono ubiqui: valgono per entrambi i testi (e per molti di più). Si possono riassumere in due affermazioni categoriche.

La prima: «Non è il genere di libro che mi piace e che frequento; non c’è avventura, non c’è peripezia, non c’è niente che spinga ad andare avanti. Mi ha annoiato, non mi ha lasciato niente».

La seconda: «Ma io nοn credo che possa esistere una mamma così… così presa dalle scemenze come far bella figura con i ricchi…» (oppure) «Ma io non credo che possa esistere un padre così autoritario… così duro con la moglie e i figli…».

E allora la riflessione che ne deriva è un piccolo ritratto dei tempi: parziale, come tutti i ritratti. Tendenzioso, ideologico, come lo sono i ritratti. Pure, ancorato alla realtà dell’oggi.

Pare dire: Io so quello che voglio. Voglio avventura, voglio peripezia, voglio mondi utopici o distopici, che non siano questo. Cavalieri, principi, maghi. Battaglie, giochi. Voglio nei libri quello che ho nei videogiochi: ritmo, velocità, sfida, curiosità indotta verso il plot, colpi di scena, suspence.

E l’adulto qui può pure concordare: Va bene. Questo è sempre stato: sennò non staremmo a sentire ancora miti di monoftalmi e donne volanti e mostri a sette teste e rocce che collidono, e naufragi in cui si salva solo l’eroe. Ma c’è dell’altro, pensa l’adulto…

E la seconda voce del “lettore–despota”: Non è come piace a me, e allora non mi piace. Non lo voglio. Lo rifiuto. Mi annoia (oh, sangiacomoleopardipensacialmenotu….). O peggio. Riassumendo: il libro descrive qualcosa che non si conosce, e allora è l’autore ad aver sbagliato, a non essere credibile. Io non so questa cosa, quindi “non può esistere”. Una madre così fatua. Un padre così aggressivo. Una bambina così docile. Non sono come quelli che vedo e conosco. Mai visti. E allora non esistono. “Non esiste professoressa, un uomo così…”. “Non esiste che leggo questo libro…”.

Il Fronte del ‘Sì’

Un manipolo inossidabile difende a oltranza la lettura di libri ‘strani’. “Ma sì che esistono padri così, mio papà mi racconta che al tempo dei nonni…”. “Non puoi dire che è brutto che l’autrice non parli di se stessa quando è lei a dire nella prima pagina che non vuole parlare di sé…”. “Certo che Antoinette ha fatto male… come si può ferire una persona proprio nella cosa che ha più cara, nel desiderio più grande che ha?”. “Se l’autrice dice così e parla della sua vita vuol dire che così era, sei tu che devi capire…”. “E poi si parla dei Rosselli di Giustizia e Libertà…”.

Oh! un sospiro di sollievo nel triumviragato delle proff.

Riflessione lunga per il Fronte del ‘No’

Paiono approdare riflessioni tristi.

Se piace il plot, perché allora non Fabrizio del Dongo in fuga verso Waterloo, o la ghigliottina pronta per Sorel? E nemmeno le prigioni invase dalla Senna fino alla gola di Valjean? Risposta: hanno troppe parole. Troppe res. Hanno troppi elementi sconosciuti che dovrebbero esser noti per essere compresi. Non è come la Terra di Mezzo, o come i luoghi di Harry Potter. Si parla di Ney e di Bernadotte, di Vandea o di Custoza, o di assassinio del Re, e chi non sa nemmeno a grandi tratti di che si tratta (appunto) non capisce. Quindi, non si ritrova. E abbandona.

E ancora peggio: esisto io e quel che so. Il resto, non va bene. O non può esistere. Di questo totalitarismo dell’Io-adolescenziale non so ben che dire, se non che esiste. Ed è quindi frutto di un parto e di un’educazione, di un contesto sociale, di una politica e di una cultura: con cui è difficile parlare, perché non riconosce l’Altro come esistente, o, se esistente, come interlocutore.

Eraclito, allora: «Assomigliano a sordi coloro che, anche dopo aver ascoltato, non comprendono. Di loro il proverbio testimonia: “Presenti, essi sono assenti”».

Conclusione brevissima (ma con interlocutori di grido), a favore del ‘Sì’

Abramo: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola; forse là se ne troveranno dieci». Dio rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci» (Genesi 18, 32).

Eraclito: ‘Uno per me vale diecimila…’.

Explicit di pari grado, perché Pandora ci insegna

«… se quello dall’interno gli risponde: «Non m’importunare, la porta è già chiusa […], vi dico che, anche se non si alzerà a dargli il pane perché è suo amico, almeno per la sua invadenza lo farà».

Insomma, perseveriamo a chiedere e essere invadenti, e qualcosa accadrà.

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