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QUEI VENETI CHE NON FESTEGGIANO

Di Susanna Scagliotti – IIA Classico

“Abbiamo fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani”.

Quante volte le parole del patriota Massimo D’Azeglio sono state interpretate come idealiste e sognanti, poeticamente lontane dall’attuale realtà? Quante volte si identifica l’Italia con il popolo che la abita, senza ricordare le avversità che esso ha attraversato per acquisire, come fine ultimo, una ferma coscienza nazionale?

Ed è proprio in questo periodo che nell’intera Penisola, e in particolare in Veneto, si dovrebbero pronunciare frasi simili.

Ricorre infatti l’anniversario del plebiscito che, tra il 21 e il 22 ottobre 1866, sancì l’unione del Veneto al neonato Regno d’Italia, in seguito alla Terza Guerra di Indipendenza. Un’occasione che avrebbe meritato la solennità riservata cinque anni or sono ai festeggiamenti per il secolo e mezzo dall’unità d’Italia, e che invece, come ha puntualizzato Ernesto Galli della Loggia in un articolo apparso lo scorso 21 ottobre sul Corriere della Sera, è stata accolta «da un silenzio tombale che vuole essere di denuncia e di mestizia: nessuna commemorazione ufficiale, nessuna iniziativa pubblica, nessuna manifestazione di alcun tipo». Sia a Venezia che a Roma.

L’articolo è stato involontariamente profetico: il giorno dopo un gruppo di “venetisti” ha manifestato davanti al monumento a Vittorio Emanuele II in Riva degli Schiavoni, a Venezia, per opporsi alla celebrazione (a questo punto: quale?) dell’anniversario. Certo non è stata la reazione che l’opinionista del Corriere auspicava che emergesse da parte della società “civile”; tuttavia il clamore di questi cittadini, in antitesi con l’oblio delle istituzioni, ha paradossalmente rimarcato (seppur in negativo) la portata storica di quel plebiscito di tanti anni fa.

Nella presente dicotomia di scenari democratici, martedì 25 ottobre, nell’Aula Magna del Liceo Franchetti, quattro docenti del nostro Istituto hanno definito le premesse del plebiscito in questione, appurato quali fossero i suoi veri termini, e avviato una riflessione orientata al presente e al futuro. Ad affrontare l’argomento sono dunque stati i professori Umberto Daniele, Carlo Franco, Mauro Sacchetto e Giuseppe Scalici.

Quattro relatori, quattro temi cardine da affrontare: il prof. Scalici ha descritto il contesto storico internazionale al tempo del plebiscito; il prof. Franco ha parlato del plebiscito in sé e dei suoi risvolti a breve e a lungo termine; il prof. Sacchetto ha esposto le questioni amministrative del Veneto sia prima che dopo l’annessione; il prof. Daniele ha infine curato un panorama sull’arte risorgimentale in Italia e soprattutto in Veneto.

Di notevole interesse è stata la meticolosa narrazione, da parte del prof. Scalici, dello scenario di guerre e di continue cessioni territoriali della seconda metà del XIX secolo. L’unificazione del Paese, avvenuta in pochi anni, aveva coinvolto masse disorientate dal passaggio da una dominazione (quella straniera) a un’altra (quella italiana), ostacolando pertanto la creazione di un solido sentimento unitarista. L’influenza della Chiesa, poi, era decisiva: il Papa di allora, Pio IX, non approvò la fondazione del Regno (lo chiamò “subalpinum gubernum”) e scomunicò il primo monarca.

Il professore ha posto poi l’accento sulla disarmante mancanza di coordinazione, in primo luogo militare, a cui l’Italia è andata incontro durante la guerra del 1866 (basti pensare alla battaglia di Lissa, totale fallimento per rivalità intestine e per assenza di carte topografiche).

Nell’Ottocento, ha osservato il prof. Franco, era ancora forte il vincolo all’immaginario collettivo per cui l’Austria era stata oppressione, arresti, condanne a morte, ma anche rigore e ordine. Il Veneto, regione contadina dominata dall’influenza del cattolicesimo, non si era mai interessato a portare avanti una vera rivoluzione. E così, società locale e governo straniero si tenevano a debita distanza.

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Il monumento equestre a Vittorio Emanuele del 1887 a Venezia

Come si è cercato di dare una spiegazione al silenzio delle istituzioni, allo stesso modo il prof. Franco ha sollecitato l’importanza dell’uso dei termini corretti: quello del 1866 non è stato un “referendum” (un appello agli elettori per pronunciarsi su singole questioni), bensì un “plebiscito” (la consultazione diretta del popolo su questioni di grande importanza politica, come un passaggio di sovranità); inoltre esso è stato seguito non da un’ “annessione” calata dall’alto, ma da un’ “unione” originata da una votazione. È stato poi fatto notare che, in questo caso, la parola “popolo” risulta imprecisa: di fatto, il corpo elettorale era formato da una minoranza, poiché il voto, che era palese, si svolse a suffragio universale maschile.

Nel linguaggio giuridico, plebisciti come quello del Veneto hanno un carattere “a-deliberativo”. Infatti, era già stato scritto un trattato per rendere italiana questa regione, dunque gli elettori avevano il compito di confermare una decisione già effettiva.

E si giunge qui al cuore del problema: i “venetisti” oggi considerano il plebiscito il risultato di una pressione politica di casa Savoia, che avrebbe dato largo spazio a brogli e scorrettezze. Il prof. Franco ha fatto riferimento a un libro di Ettore Beggiato, La grande truffa, improntato sulla tesi del presunto imbroglio del voto del 1866. L’autore si propone di “riscrivere la storia”, ignorando tuttavia che, se avesse vinto il “no”, il Veneto del 2016 sarebbe francese.

A questo proposito, il professore si è domandato: in che cosa dovrebbe constare l’identità italiana e in che cosa quella veneta? Da questo punto di partenza, ha osservato che chi agita questioni identitarie (come Beggiato e altri indipendentisti veneti) costruisce un mito e una Storia fittizia, tanto più che le spinte di autodeterminazione sono spesso usate contro qualcuno, piuttosto che a favore di qualcuno. Una cultura di conflitto e demagogia che può solo condurre in un baratro di cui è stata messa in rilievo la pericolosità.

D’altra parte, il prof. Sacchetto ha considerato che, al tempo del plebiscito, il Veneto era animato da un moderato patriottismo unionista, poco impregnato di fondamenti ideologico-politici, bensì espressione di pragmatismo economico. Molti contadini rimasero delusi dall’arcaica gestione delle terre da parte del Regno d’Italia, e da ciò si venne poi a creare una endemica nostalgia per gli ordinamenti istituzionali preesistenti. La fiducia che avevano riposto nella novella Italia, con sogni di organi amministrativi funzionali, impiegati statali competenti, opere di tutela dei lavoratori, era sfumata in un contesto in cui tutto era tornato quasi come prima, tra disorganizzazione e scarsa identità nazionale.

Perché, come recita una celebre frase de Il Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Non a caso, si parla sovente di “gattopardismo”, a riprova che il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa individuò, a suo tempo, l’atavica staticità in primis dei siciliani, e per estensione degli italiani: se una classe dirigente si estingue, se ne costituisce un’altra del tutto equivalente e falsamente innovativa, nell’ipnotico (e attualissimo) girotondo di grandiosità di promesse e pochezza di fatti.

Le istanze politico-sociali confluirono, alla fine, in una via del moderatismo, spesso anch’essa foriera di contrasti.

Il moderno eroico furore che esplose in quell’epoca si declinò in molteplici ambiti della società, tra i quali nell’arte. Da un lato, ha spiegato il prof. Daniele, ci si trova dinanzi a pittori che permeano di vis retorica le proprie opere proprio perché ad alcune di quelle epocali battaglie avevano partecipato in prima persona (si veda Michele Cammarano, realistico pittore della presa di Porta Pia); dall’altro, vi sono degli artisti che presentano la realtà bellica in modo del tutto antiretorico, come  Giovanni Fattori che pare fotografare un campo di battaglia dopo, e non durante, l’azione militare.

L’entusiasmo risorgimentale si declina in un fenomeno che molti definiscono di “monumentomania”, ossia la tendenza a edificare monumenti per ricordare la quantità di gesta più o meno eccezionali compiute da italiani altrettanto fuori dal comune. Quella che per tanti è appunto solo una “follia da monumento”, è per il prof. Daniele occasione di confronto storico-artistico: si tratta certamente di mero intento celebrativo, ma si mette in campo anche una visione prospettica della Storia, visione di cui i “venetisti” di oggi non sembrano beneficiare.

Sono infatti state mostrate delle foto dei manifestanti indipendentisti di sabato 22 ottobre, a Venezia. Ai piedi del monumento a Vittorio Emanuele II, la scultura del leone di Venezia reca, in una delle zampe, i risultati del plebiscito del 1866; i “venetisti” hanno coperto quella tavola con il drappo della loro città, volendo occultare ciò che non si potrà mai cancellare: il corso della Storia.

D’altro canto, ha detto il prof. Daniele, talvolta è proprio cercando di nascondere qualcosa che le si dà un risalto ancora maggiore: più di un secolo dopo, nel 1995, l’artista Christo “impacchettò” il Reichstag di Berlino, coprendolo con un enorme tendaggio candido. Un edificio fin troppo noto assunse così una nuova luce.

Allo stesso modo noi cittadini dovremmo, per certi versi, approfittare di tali malsane rivolte per elevare ancor più la nostra coscienza e memoria storica.

Per questa ragione, la conferenza di martedì 25 ottobre era dedicata soprattutto alle classi III liceo, formate da alunni perlopiù maggiorenni e pertanto futuri elettori la cui sensibilità democratica è in via di sviluppo, oltre che pericolosamente esposta alla deriva del disinteresse politico o dell’indottrinamento populistico. Tanto più che se ne avvicina un altro, di storico referendum…

E infatti, al termine di questo viaggio tra storia, politica e arte, un viaggio che potrebbe lasciare indifferente solo il più cinico dei reazionari antidemocratici, un viaggio in cui il pubblico è stato condotto per mano da quattro mentori come Dante da Virgilio, il professor Franco ha riflettuto, rivolgendosi ai giovani presenti: “Gli ultimi avvenimenti e l’occasione di questo anniversario hanno molto colpito e interessato noi relatori; e voi? Percepite questi fatti come estranei, oppure ne siete toccati e vi sentite parte di un processo in qualità di cittadini?”.

Il suono delle domande si è propagato nell’aula magna. Le questioni sono rimaste mute e irresolute, forse perché ammettere di essere interessati a questi fondamentali problemi democratici costituisce solo il primo passo verso il consolidamento di un effettivo “essere cittadini”.

Per fortuna, conclude Galli della Loggia, accanto a quei Veneti che non festeggiano “è rimasto qualche italiano che vuole continuare a sentirsi innanzi tutto tale”.

 

One Reply to “QUEI VENETI CHE NON FESTEGGIANO

  1. Io, per certi aspetti, diversi dagli indipendentisti, sono tra coloro che non festeggia. Del resto la caduta era già avvenuta nel 1797, ma almeno eravamo in ordinata mano austriaca (basti vedere i catasti veneziani). Il 66 ha annesso il Veneto più come bottino di guerra che per volontà politica. Io, come Cattaneo, ho sempre pensato che il nuovo organismo statale potesse essere solo federalista, per poter salvaguardare l’identità nell’unità… No, ci si ficcò in testa di costruire questa specie di Frankenstein che chiamiamo italiani (“farli”, per l’appunto)… ci provarono con il sangue nella prima guerra mondiale, e poi sotto l’egida di una presunta aquila imperiale romana… e fu ancora sangue. Ci provarono le due fazioni politiche al potere per almeno mezzo secolo (DC/PCI)… per poi arrivare nella contemporaneità oramai neppure italiani, ma globalizzati in una buona notte fichtiana. No l’italiano non è mai esistito, neppure per Dante e Manzoni, semmai esistono gli italiani che, però, ora hanno perso le loro nobili radici regionali per essere uno strano amalgama indifferenziato… gran Bella cosa i frutti di una Unità d’Italia voluta da francesi e Savoia, eh ;-) Detto questo dico solo di essere fiero di essere Veneto ed Italiano, ma nel senso più nobile… non in quello politicamente imposto… Uno stato unito e sintesi delle sue ricchezze regionali.

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