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FILOLOGISMO O FILOLOGIA? DILEMMI ARIOSTESCHI IN TEMPO DI ANNIVERSARI

Di Susanna Scagliotti – IIA Classico

“Ricantare le ottave dell’Ariosto e riviverle, carezzandole con la fantasia e con la voce come in rapimento d’amore, è presto fatto e da tutti; ma dire donde venga il loro particolare incanto, cioè determinare il carattere dell’ispirazione che è propria dell’Ariosto, il motivo poetico dominante, il peculiare affetto che in lui diviene poesia, è assunto assai diverso e di non piccola difficoltà” (Benedetto Croce, Ariosto, 1917)

Sono questioni, quelle del sommo intellettuale Benedetto Croce, che si dovrebbe porre un accorto estimatore dell’arte (letteraria o di altra sorta).

Se quello che sto leggendo è bello, che cosa lo rende tale? Perché ne sono affascinato? Qual è l’origine recondita di parole e pulsioni autoriali così influenti, anche a distanza di secoli?

Le domande sono tanto più pertinenti e il proposito si presenta tanto più arduo quando si parla di Ludovico Ariosto (1474-1533), figura di erudito a un tempo insigne e sfuggente, serio e faceto, profondamente innamorato degli studi classici (o, come lui li chiamava, dei “latini miei”) ma, suo malgrado, radicato in un’era di frammentazione politica, di signorie, e soprattutto di committenze molto – forse troppo – vincolanti.

Ci viene tramandato che Ariosto, personalità per natura restìa alla folle tensione verso il cursus honorum dell’uomo cinquecentesco, fu però portato ad “accettare i tempi suoi e rispettare i potenti che, in ultimo, hanno prevalso” (sempre Croce dixit). L’Ariosto viene così dipinto come un letterato che opta per la via della rassegnazione, seppur ponderata, e riconosce con deferenza l’autorità del cardinale Ippolito d’Este, presso la cui corte egli lavorava. Un ritratto, insomma, che ricorda molto il Cicerone di Stefan Zweig: l’acquiescenza, dopo una serie di eventi sfavorevoli, di una mente superiore.unnamed

Ma Cicerone non era veramente così. E, in fondo, non lo era nemmeno Ariosto: da dove proverrebbe, altrimenti, la celebre sua ironia, attraverso la quale pare ammonire con un sorriso i personaggi, il lettore, e perfino il committente? Da dove, allora, la sua lucidissima descrizione della realtà fantasiosa di “donne e cavallier” in cerca (invano) dell’oggetto del desiderio, in una quête che alla fine dà senso alla vita?

Anche con queste domande, si torna nuovamente alla questione primigenia: qual è l’origine della materia di Ariosto, della sua poesia che è individuum ineffabile?

La città a cui Ariosto fu più legato, Ferrara, si è proposta di rispondervi organizzando al Palazzo dei Diamanti la mostra Orlando Furioso – 500 anni (fino all’8 gennaio 2017) in un anno non casuale: nel 2016 si celebra infatti il cinquecentenario dalla prima edizione dell’Orlando Furioso.

La mostra presenta la propria dichiarazione programmatica fin dal sottotitolo: Che cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi.

L’immagine è interessante perché evocativa dell’identità, sempre un po’ enigmatica, tra un autore e il suo contesto storico e culturale. Scindere l’artista dall’humus che pone le premesse della sua attività significa, il più delle volte, costruire la poco realistica leggenda dell’eremita geniale, iniziatore di un nuovo corso, diverso da tutti gli altri.

E appunto l’immaginario ariostesco deve essere stato nutrito da qualcosa di fisico, di fortemente legato alla cangiante realtà dell’epoca: quadri, arazzi, sculture, manoscritti, incisioni. Oggetti simili sono infatti esposti nelle numerose sale della mostra, in una continua e feconda relazione tra letteratura, arte e perfino artigianato.

Stupisce lo spettatore, che forse si aspetterebbe riferimenti di matrice letteraria in merito a una mostra sull’autore del Furioso, la presenza, fin dall’inizio, di teche contenenti elmi con cimieri, armature, selle da parata e altre manifatture. Se è vero che tali reperti inducono chi guarda a calarsi con maggiore facilità nel contenuto stesso del romanzo, d’altro canto alcune connessioni appaiono del tutto forzate. È difficile convincersi che un meraviglioso corno intarsiato possa, se non certo corrispondere, almeno rimandare a quello tradizionalmente appartenuto a Orlando; ed è altrettanto capzioso pensare, ammirando la Battaglia fantastica con cavalli e elefanti di Leonardo Da Vinci (realizzata negli stessi anni della prima edizione del Furioso), che vi sia un rapporto tra la tesi di Leonardo sulla superiorità della pittura (in grado di restituire una visione simultanea delle azioni in guerra) rispetto alla poesia, e la variazione dei “piani di inquadratura” nel racconto ariostesco della battaglia, quasi in qualità di “risposta alle critiche leonardesche” (così Marco Praloran).

Questi presunti collegamenti – davvero troppo ingenui per rendere appieno l’idea delle influenze esterne ad Ariosto – sono intervallati da didascalie sulla vita dell’autore, sul contenuto dell’opera, sul clima vissuto a Ferrara al tempo, il cui rigore formale è in contrasto con i favolistici nessi di poco prima.

Sui muri di molte sale, inoltre, sono trascritte alcune ottave dell’Orlando Furioso: ma esse si trovano in alto, quasi a livello del soffitto, invisibili. E così, quello che dovrebbe essere il nucleo centrale di un’esposizione di tal genere (il gesto di evidenziare la materia stessa e non solo i suoi primordi) è condannato ad essere letto da pochi, attenti intenditori, disposti a fermarsi per gustare endecasillabi sublimi, disposti a sottrarsi al turbinio della folla, dei suoi commenti estemporanei, di chi non capisce da dove tutto ciò ha avuto inizio, pur avendo la risposta sopra il capo.

Questa condizione tensionale, in cui si è a un tempo compiaciuti della bellezza dei manufatti o dei dipinti e incerti sul legame che essi dovrebbero avere con il Furioso, si perpetua non di rado nel corso della mostra.

Risulterebbe più costruttivo osservare in muta contemplazione la serie di capolavori pittorici, dispiegata in più sale, di alcuni tra i più celebri artisti rinascimentali, in luogo di cadere nella trappola delle didascalie, che pure sono di solito molto utili nelle mostre. Al contrario, queste potrebbero puntualizzare che una Venus pudica botticelliana è stata certamente ispirazione per Ariosto nella descrizione dell’inarrivabile Angelica; potrebbero insinuare che un Profilo di donna guerriera con elmo di Marco Zoppo costituisce la base dell’idea di Ariosto di inserire la figura di una donna guerriera (Bradamante), così rara nelle arti figurative, nell’Orlando Furioso; potrebbero dichiarare che i Vizi scacciati dal giardino delle Virtù per mano di Minerva (che oltretutto sarebbe l’alter ego di Isabella d’Este) abbiano echi nell’episodio del Furioso in cui Ruggiero si trova la strada sbarrata da inquietanti creature. Tutte queste ipotesi interpretative sarebbero rese note in forza della sincronia tra i dipinti e l’opera di Ariosto: un criterio oltremodo fallace per determinare la genesi di tale lavoro.

Altre scelte espositive, invece, si rivelano assai indovinate. È vista impagabile quella della prima edizione dell’Orlando Furioso, un manoscritto davvero splendido; ed è saggio mostrare anche il membranaceo dell’Hercules Furens di Seneca, opera a cui Ariosto si ispirò per il titolo.

Di grande rilievo sono anche le missive private dei membri della famiglia estense, come quella di Isabella la quale, il 3 febbraio 1507, scrive al fratello Ippolito che l’Ariosto le ha “facto passare questi due giorni non solum senza fastidio, ma cum piacer grandissimo” grazie alla “narratione de l’opera che ‘l compone”.

Si può leggere inoltre un inaspettato scritto (datato 17 dicembre 1517) di Niccolò Machiavelli: “[…] Io ho letto a questi dì Orlando Furioso dello Ariosto, e veramente el poema è bello tutto, et in di molti luoghi è mirabile”.

Documenti simili restituiscono davvero il senso globale del contesto in cui Ariosto viveva e le spinte intellettuali di chi aveva intorno. È infatti meno rischioso analizzare la diretta contemporaneità della Ferrara ariostesca e non il suo fumoso passato. Oppure, vi è una terza via: studiare le influenze immediatamente successive ad Ariosto. La soluzione è ottimamente illustrata nel quadro Melissa (1518) di Dosso Dossi, una delle prime rappresentazioni per immagini di un personaggio dell’Orlando Furioso.

Aveva indubbiamente ragione Benedetto Croce quando, ne La poesia, a uno “che citava l’Orlando Furioso come comprensibile senz’altro a chi sia vergine d’ogni cultura”, rispose che “per intendere nient’altro che il primo verso di quel poema occorre un bel numero di erudizioni storiche e, per esempio, sapere che i ‘cavalieri’ dei quali si parla non sono i cavalieri della Corona d’Italia, e che le ‘armi’ sono non le armi che si vedono nelle armerie […], ma le battaglie”. Come ha cercato di far capire la mostra di Ferrara, si deve collocare ogni capolavoro in un corretto contesto storico.

Eppure, in una delle pagine più limpide del suo Ariosto (citato in epigrafe), una pagina vecchia un secolo e perfetta anticipatrice di questa mostra, Croce arringava: “[…] la filologia in cattivo senso o filologismo, intende per ‘materia’ o ‘fonti’, come anche le chiama, le cose esterne, che sono poi, a suo senso, i libri che il poeta avrebbe letti o le storie che avrebbe udito narrare e, con la pretesa di dare per questa via ab ovo la genesi dell’opera d’arte, si spinge persino alle fonti delle fonti, poniamo alle derivazioni delle donne guerriere, dell’orca e dell’ippogrifo ariosteschi, e si comporta come se, a chi chieda quale linguaggio un poeta si trovò dinanzi ai tempi suoi, si squaderni un dizionario etimologico della lingua italiana o delle lingue romanze o delle lingue indoeuropee, dove si espongono processi ideologici, obliterati o rigettati dalla coscienza del parlante nell’atto del suo parlare”. E, più avanti, il filosofo conclude: “[…] la ricerca filologistica […] s’impiglia nell’arbitrio e urta nell’impossibile, perché propone come fonti solo alcuni sparsi rottami letterari”.

Ecco, temo che la mostra ferrarese abbia peccato dell’eccessivo filologismo tanto aborrito da Croce, “squadernando” per l’appunto fonti di vario genere, tutte meravigliose di per se stesse, ma collegate in modo scriteriato e soprattutto slegato dal più profondo significato del Furioso.

Le premesse per una proficua ricerca filologica potevano essere eccellenti, l’occasione (il cinquecentenario) era irripetibile, e tuttavia l’incisività della mostra si è dissolta nelle sue ambizioni di investigazione letteraria.

In fin dei conti, forse la malaccortezza dei curatori della mostra non si cela nell’aver esposto con fraintesa filologia un obiettivo efficace, ma proprio nel carattere utopistico di quel medesimo obiettivo. È davvero così importante chiedersi da dove giunga la materia ariostesca, che fa tuttora sognare i lettori forse anche in forza della sua indecifrabile magia?

Come talvolta è impossibile tradurre con esattezza un’opera d’arte ermetica e scritta in un idioma molto complesso, così un’eventuale “traduzione” del genio di Ludovico Ariosto e dei suoi influssi potrebbe essere occupazione deleteria e sottrarre al Furioso il suo più affascinante pregio: l’ineffabilità.