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LICIA ANTONINI – 100 ANNI DI VITA

Di Giulia Celegon (ex studentessa Franchetti) e Leonardo Carniato – IIC Classico

Cinque del pomeriggio di un assolato 19 settembre. Mestre. Un salotto elegante con un’aria un po’ demodé.

Stiamo per ascoltare una signora matura davvero non ordinaria, e lo dimostra anche il fatto che non segua Barbara D’Urso e “Pomeriggio Cinque”. “No no, la TV di oggi mostra solo stupidaggini!”, commenta.

Stiamo per conoscere una donna che non ha mai seguito schemi, se non quelli della formazione della Reyer, sì, proprio la squadra di basket, per cui giocava: e correvano gli anni ’30. licia1

Alzate la voce che non sento!” ci chiede la signora Licia prima di iniziare l’intervista, ma presto capiamo che ciò che non sente sono i suoi cento anni.

Siamo circondati da foto, dai quadri dipinti da suo padre, da ritagli di giornale e medaglie, ma abbiamo davanti una donna i cui occhi azzurri riflettono il fuoco che arde in lei.

“Si ricorda una vittoria della sua carriera sportiva?”. “Sì, certo, è stata contro la Francia. Io però quel giorno sono rimasta in panchina“, risponde la nostra ex-cestista, che in panchina, nella vita, ci è rimasta ben poco.

Rapiti dalle sue parole, ascoltiamo la storia di una donna che ha amato il mare e suo padre, capitano della sua barca, e rammenta con dispiacere il suo sogno di imparare a ballare, l’unico a non essere andato in porto.

Licia Antonini è entrata nella storia del basket con la Reyer, ma ha vissuto intera quella del nostro paese: ci racconta che le ragazze giocavano a pallacanestro in gonna, che fu premiata da Mussolini, che i nonni la portavano al “Verdi” di Trieste ad ascoltare Wagner e lei sognava sulle scenografie e dormiva sulle note…

Testimone del tempo, l’unica cosa che si rimprovera è di essersi sposata.

Poche paure nella sua vita: nemmeno il pensiero della morte, in fondo, è poi così tragico.

Di seguito proponiamo l’intervista.

Ragazzi, è una vita da raccontare! In 100 anni puoi immaginare quante ne ho passate!

Nome?

Licia

Cognome?

Antonini, sono nata in Slovenia sotto Francesco Giuseppe, e dopo quando sono venuta in Italia ho cambiato il cognome e mi hanno messo Antonini.

Qual è il ricordo più lontano della tua infanzia?

Mi ricordo che avrò avuto 3 anni quando mio papà mi ha portato al mare a nuotare. Sai una volta come si imparava a nuotare? Ti buttavano dal molo e dovevi arrangiarti: se ce la facevi bene, altrimenti tuo papà ti tirava su, ma io ho imparato subito. 

Che uomo era suo padre?

Mio padre era ingegnere navale e quindi tutta la sua vita è stata sul mare; amava il mare e l’ha fatto amare anche a me, e a tutti noi: mio figlio, mio nipote.. tutti, tutti siamo amanti del mare, tutti abbiamo la barca, infatti, senza la barca, noi non viviamo. Quando siamo arrivati a Venezia, la prima cosa che abbiamo fatto è stata una barca.

Se deve dire quale è stata la sua gioia più grande, cosa dice?

La mia gioia più grande è stato sempre il mare, sempre il mare. Mi piaceva andare via con le barche, e nuotare. Mio padre era ingegnere navale, e noi abitavamo in Istria dove costruivano le navi, e a me piaceva tanto salire sulle navi in costruzione e vedere man mano che venivano su, quando cominciavano ad arredarle… era una cosa meravigliosa! Mi piaceva proprio tanto.

Si ricorda qualcosa della seconda guerra mondiale?

Della seconda guerra mondiale mi ricordo che abitavo al Ponte degli Scalzi a Venezia e l’unica bomba che è caduta su Venezia, ha colpito proprio gli scalzi. Ho preso in braccio il bambino che era nato da pochi mesi e siamo andati in cantina. D’altronde, dov’è che si poteva andare? In cantina, nel sottosuolo.

Se potesse tornare indietro nel tempo, cambierebbe qualcosa della sua vita?

Adesso dico: se non mi fossi sposata, sarebbe stato meglio, ma oramai l’ho fatto.

Ha avuto un grande amore?

Sì, ma non era quello, non era quello che ho sposato!

Eh ho capito io…

La vita era quella: il matrimonio. Le ragazze d’oggi, se ne infischiano del matrimonio.

E fanno bene?

Che bene che fanno!  tornassi indietro e avessi vent’anni, mica mi sposerei… Neanche per idea!  Le ragazze d’oggi possono fare tutto quello che vogliono, possono scegliere la loro vita; noi non potevamo scegliere la nostra vita, non avevamo libertà. Io la libertà me la sono presa perché mi sono buttata sullo sport, e con lo sport potevo girare. Mio padre, siccome era anche lui sportivo, apprezzava che io andassi via con lo sport, ma altrimenti non avrei potuto avere libertà. Avevo la libertà di andare con le squadre. Per questo che ho scelto lo sport: per essere più libera. A 10 anni facevo la corsa e salto, poi man mano crescendo, quando sono venuta a Venezia, mi sono subito iscritta alla Reyer per la pallacanestro.

Che cosa provava a stare in campo?

Una gioia immensa! Mi sembrava di conquistare il mondo.liciaantonini_10 

Quando perdeva, come affrontava le sconfitte?

Mi dispiaceva un mondo, mi dispiaceva tanto, ma dicevo: la prossima volta farò meglio.

Cosa avrebbe voluto fare in alternativa allo sport?

Mi sarebbe piaciuto ballare, avrei voluto fare la scuola di ballo, ma non potevo.

Le piaceva andare a teatro?

C’erano i colori, il palcoscenico… Mi piaceva perché non capivo certamente la musica, figurati se potevo capire Wagner o altri musicisti! Probabilmente qualche volta avrò anche dormito, è facile!

Cosa pensa della morte?

Dico: ogni giorno può essere l’ultimo, l’unica cosa che chiedo, è di non soffrire ecco. Questo lo chiedono tutti.

Non ne ha paura?

Sì che ho paura, ho paura sì, eccome!

Potrebbe anche essere finito così…

Sì? Beh, non era nulla di così terribile!liciaantonini_12

Intervista a cura di Giulia e Leonardo, con le prof.sse Pettenà e Prosperi.