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DIALOGO IMMAGINARIO SULLA RES PUBLICA

Introduzione di Leonardo Carniato – IIC Classico

In occasione della quarta edizione de “La Notte Nazionale del Liceo Classico”, alcuni studenti della classe IIC, sotto la guida del professore Giuseppe Scalici, hanno messo in scena un dialogo immaginario e discronico sulla Res Publica, che vede a confronto alcune figure importanti del passato, quali, per citarne alcune, Giordano Bruno, Niccolò Machiavelli, Voltaire…

Riprendendo parte di opere dei personaggi interpretati, si è cercato di trasmettere gli ideali di costoro e di avvicinare il pubblico a tale aspetto della filosofia, spesso trascurato.

 

DRAMATIS PERSONAE: MACHIAVELLI; G. BRUNO; T. CAMPANELLA; T. HOBBES; J. LOCKE; VOLTAIRE.

ACTORES: B. BERNANTE; L. CARNIATO; C. CARRIROLO; D. DEL FREO; A. FONTOLAN; V. TESSER; M. VISENTIN.

L’immaginario e discronico Dialogo si svolge a Venezia, presso il Palazzo ducale, alla vigilia della rivoluzione francese.

VOLTAIRE (parla in modo brillante e arguto): Mi trovavo, alcuni giorni or sono, nel Palazzo dei dogi, nella bella Venezia, ospite della Serenissima Repubblica. Orbene, dopo una cena luculliana, condita da conversazioni stimolanti con i politici veneti e dal loro buonissimo vino, mi ritirai nelle stanze che mi erano state concesse, oppresso da una lieve pesantezza. Coricatomi, dunque, ero ancora in quello stato di dormiveglia semicosciente che precede il sonno, quando mi parve che l’ambiente circostante s’illuminasse e si popolasse. Siano stati i discorsi sullo Stato e sul governo o forse soltanto il vino, vedevo dinanzi a me il geniale Segretario fiorentino Machiavelli; gli acutissimi osservatori britannici Bacone, Hobbes e Locke; gli sfortunati quanto grandiosi nei loro costrutti Giordano Bruno e Tommaso Campanella… e con loro mi trattenni a conversare. Anche qui a Venezia si respira un’aria strana… di decadenza, quasi di torpore che par precedere l’irrompere di nembi e tempeste sul futuro stesso della Repubblica. Come mi piacerebbe, sotto la guida di quella umana Ragione che sempre per me è stata luce, incontrare in questa mirabile sede grandi filosofi del passato, al fine di ricever da loro qualche lume, qualche indizio intorno alle cose della politica e di uno Stato ben concepito.

MACHIAVELLI (prende subito la parola, con veemenza): Molto m’occupai di come dovrebbe essere una repubblica bene ordinata, stante la mia condizione di esiliato in Patria per aver voluto difendere da Segretario la mia Firenze… Dal continuo colloquio co’ Classici giunsi alla conclusione, vergando le pagine de’ Discorsi sopra la prima Deca di Livio, che Roma repubblicana, colla sua armonia de’ poteri: aristocratico, monarchico e popolare, potesse valere quale simbolo dello Stato (termine ch’io ho coniato). Ma guardando alle cose d’Italia, alla sua miseria politica, all’ignavia colpevole dei suoi reggitori, a chi, come l’illuso frate Gerolamo Savonarola, pensava di salvare coi pater noster e con morali argomenti la repubblica, sanza guardare alla reale condizione storica, ben mi resi conto dell’opportunità, anzi della necessità, di indicare un potere forte nelle mani di uno Principe valoroso e capace di opporsi alle insidie della fortuna. Simulatore e dissimulatore, a seconda delle evenienze, astuto come golpe e forte come lione, capace adunque di saper bene usare la bestia che è in lui! Solo un tale Principe potrà, in un futuro spero prossimo, riuscire a fare dell’Italia una Nazione unita e libera dagli egoismi locali, libera dai barbari, forte nelle armi e nelle milizie proprie, libera da’ preti.

HOBBES: Un solo potere, un unico grande Leviatano governi la tua bella Italia, segretario. Ma parlami ancora di questo Principe…

MACHIAVELLI: Io dico che il Principe debbe desiderare di essere tenuto pietoso e non crudele verso il popolo, capace sì di guidare eserciti ma anche di emanare leggi severe e forti, ma di non usare male questa pietà: suo iscopo è difendere, render potente ed allargare lo Stato e sempre vigilare perché non ruini. Era tenuto Cesare Borgia crudele: nondimanco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottala in pace e in fede. Il che, se si considera bene, si vedrà quello essere stato più pietoso che il populo fiorentino, il quale per fuggire el nome del crudele, lasciò destruggere Pistoia. Debbe poi el Principe medesimo farsi temere in modo che, se non acquista lo amore, che fugga l’odio; perché può molto bene stare insieme essere temuto e non odiato: il che farà sempre quando si astenga dalla roba de’ sua cittadini e dalle donne loro, e mostrarsi amatore delle virtù. Debbe, oltre a questo, ne’ tempi convenienti dell’anno, tenere occupati e populi con feste e spettaculi. E perché ogni città è divisa in arte o in tribù, debbe tenere conto di quelle università, raunarsi con loro qualche volta, dare di sé esemplo di umanità, di munificenzia, tenendo sempre ferma nondimanco la maestà della dignità sua. Emerga adunque in Italia un redentore… Sappia egli opporre la sua Virtù alla Fortuna! Sappia liberare le genti nostre dal barbaro dominio. Da tutti sarebbe accolto, tutti gli darebbano obedienzia, acciò che sotto il suo stendardo si verifichi quel detto del Petrarca nostro:

“Virtù contro a furore

prenderà l’arme; e fia el combatter corto,

ché l’antico valore

nell’italici cor non è ancor morto”

VOLTAIRE   E sono le dolenti note di un grande poeta a chiudere il tuo intervento, caro Segretario… Come lui tu canti le sventure di questa bella terra d’Italia. Il tuo Principe, tanto attento alla realtà da essere invero quasi utopistico nella sua concretezza, non ha visto alcun valente a realizzarlo… Ma, ecco, vedo qui presente il Signore illustrissimo Thomas Hobbes.

HOBBES (si esprime in modo compassato ma deciso): Leggendo la Bibbia mi sono imbattuto nell’immagine di quel grande mostro marino che è il leviatano… terrore degli altri pesci, che non esita a distruggere fagocitandoli. Ebbene, io considero lo Stato alla stessa stregua: esso infatti non ammette che possano esistere al suo interno altri poteri sovrani, che ne limitino l’azione. Né feudi, né chiese, né, tanto meno interessi privati di singoli individui o di consorterie possono arrogarsi il titolo di soggetti politici autonomi.

MACHIAVELLI (interrompe): Proprio quel ch’io dicevo! Ciascheduno fia sottomesso al Principe.

HOBBES (riprende forzando un poco la voce): Ma perché nasce lo Stato? Esso non esiste in natura… è una geniale creazione umana, una sorta di divinità artificiale in grado di pacificare e render sicura la convivenza fra gli individui. Loro stessi lo hanno voluto, rinunciando, attraverso un patto d’unione e un patto di sottomissione ad un Sovrano, all’illimitata, ma pericolosissima, libertà dello “stato di natura”, tipico di genti selvagge e primitive, ove a regnare è l’arbitrio del più forte… All’infuori dello Stato ciascuno gode di libertà completa ma inutile, perché chi ha tutto quel che vuole in forza del proprio arbitrio, deve pur sopportare ogni cosa da parte degli altri, che, proprio per la loro libertà, fanno anch’essi quello che vogliono. Invece, quando si è costituito uno Stato, ciascuno dei cittadini conserva quel tanto di autonomia che basta a “vivere bene”, per usare le parole del grande Aristotele, e tranquillamente da “animale sociale”, mentre agli altri ne vien tolta in misura da renderli non più temibili. Il Leviatano, dunque, sia il supremo giudice di tutte le controversie, abbia il sacrosanto diritto di emanare leggi che risulteranno giuste per il semplice fatto d’essere espressione del suo assoluto potere… solo questa condizione permetterà l’osservanza del fondamentale diritto d’ognuno, quello di sopravvivere nella sicurezza e, aggiungerei, la difesa della Civiltà stessa… Tutto il resto è caos, barbarie, disordine, anarchia, vita da bestie…         

VOLTAIRE: Messer Hobbes, la vostra analisi è lucida e sofferta… in effetti, un eccesso di licenza è pericoloso: le masse, si sa, devono aver qualche punto di riferimento, qualche freno… ma scorgo un vostro conterraneo che sta fremendo, e forse n’indovino la causa…

LOCKE (vuole mostrarsi un antidogmatico freddo osservatore): Tutto quanto ha detto Hobbes porta immediatamente all’Assolutismo, ovverosia a un governo arbitrario e dispotico… Noi inglesi ne sappiamo qualcosa: basti ricordare le nostre due rivoluzioni, che hanno voluto affossare l’idea un Sovrano sciolto dalle leggi, magari con l’alone di un prescelto da Dio, arbitro primo del bene e del male.

VOLTAIRE:   Ah, l’assolutismo! tasto dolente…

LOCKE: Mio caro Voltaire, è quel che credo anch’io. E’ vero che un potere ci debba essere, ma esso deve conformarsi alla legge di natura, che è eterna e riguarda tutti gli uomini e i loro inalienabili diritti che nessun sovrano può permettersi di violare. Il potere politico, come ho sostenuto nei miei Trattati sul governo, ha il dovere di formulare leggi scritte che contemplino la pena di morte e, di conseguenza, tutte le pene minori ma solo in vista della regolamentazione e conservazione della proprietà privata e del pubblico bene…

MACHIAVELLI (piano): Ma che va dicendo costui? La pena di morte non serve che a poggiare il potere su solide basi…

LOCKE (infastidito):  …ha il dovere, dicevo, di usare la forza per rendere esecutive quelle leggi e per difendere lo Stato da attacchi esterni. Sappiamo, infatti, che in natura gli individui godono di una perfetta libertà di regolare le proprie azioni e disporre dei propri beni e persone come meglio credono, senza chiedere l’altrui benestare o obbedire alla volontà d’altri. Devo dire, anche se non proprio volentieri, che, da questo punto di vista, il nostro Hobbes non male si è espresso! Ma per quanto sia uno stato di libertà questo non è uno stato di licenza. L’uomo, infatti, non è libero di distruggere sé stesso o altra creatura che gli appartenga. E perché tutti si astengano dall’usurpare gli altrui diritti, perché sia rispettata la legge naturale che vuole la pace e la sopravvivenza di tutti, l’esecuzione di quella legge è affidata a ciascuno, onde ciascuno ha il diritto di punire il trasgressore nella misura bastante.

MACHIAVELLI: Eh, sì, ci vogliono le punizioni. E che siano dure e immediate! Lo Stato, infatti, è difeso da armi e leggi, e se si deve punire qualcheduno, lo si faccia ben tosto.

LOCKE: Messere, io non ho mai interrotto il suo eloquio! Gradirei lo stesso trattamento. Come, dicevo, ciascuno non può esser privato della propria persona, così non può esser violato nella sua proprietà, esito primo del suo lavoro, che giustizia vuole gli sia riconosciuta. Ogni uomo, dunque, consentendo con altri alla costituzione di un sol corpo politico soggetto ad un regime, si sottomette alle decisioni della maggioranza e se ne fa determinare. Se così non fosse, questo patto originario ond’egli con gli altri si incorpora in una sola Società, non significherebbe nulla, e non sarebbe neppure un patto, se egli restasse libero e non soggetto ad altri vincoli che non siano soltanto quelli dello stato di natura. Riconoscendo lo Stato, dunque, gli uomini rinunciano all’eguaglianza, alla libertà e al potere esecutivo di cui godevano nello stato di natura, affidandosi ai propri rappresentanti eletti in Parlamento.

VOLTAIRE: Ma non si corre, in questo modo, mon chéri, un rischio? Va bene il riconoscimento dei diritti inalienabili dell’uomo, ma dalle tue parole sembrano riguardare soprattutto la parte emergente della società… Non si giustifica così un tipo diverso di Assolutismo, tratteggiando una sorta di oligarchia in cui, in fondo, una minoranza decide i destini di tutti? Se guardo le costituzioni politiche finora realizzate, mi rendo conto che un fondo d’ingiustizia v’è sempre. Qualcuno, come il qui presente fra’ Tommaso Campanella, ha preferito guardare non alla storia, ma, platonicamente, a modelli ideali eterni per delineare i contorni di una repubblica perfetta… peccato, però che tutto ciò non esista nei fatti… sia insomma una Utopia!

CAMPANELLA (si esprime in modo solenne): Non necessariamente “utopia”, semmai “anticipazione” di un futuro possibile quanto auspicabile! Ho udito, infatti, da un marinaio genovese, reduce da una spedizione nell’oceano indiano, la descrizione di uno Stato, capace di realizzare sulla terra le armonie dell’eterno ideale di Giustizia, ordine e bellezza. I suoi abitanti, sereni, distaccati e lontani da ogni spirito di faziosità, chiamano quello Stato “Città del Sole”. Esso si dispiega su un colle, diviso in sette gironi, che prendono il nome da ognuno dei sette pianeti che solcano il cielo. Vi si entra attraverso quattro porte, una per ogni punto cardinale, che guardano alle quattro parti del mondo, perché ritengono essere bene mirar prima la vita del tutto, poi quella delle parti. Stupendi palazzi con mirabili stanze vi si trovano. Alla sommità del colle si erge un tempio, superbo per le sue imponenti colonne. Quaranta sacerdoti attendono al culto cosmico mirando sette lampade sempre accese, ognuna coi colori del rispettivo pianeta. La Città del Sole, che mi piace pensare come modello di ogni Repubblica, è governata da un supremo Principe Sacerdote che vien chiamato il Metafisico, reggitore del potere spirituale e temporale: egli è il migliore di tutti ed è aiutato da tre Prìncipi: il Potestà, che ha cura della concordia e dell’arte militare; il Sapiente, che sovrintende a tutte le scienze ed arti; il Maieuta, che ha cura della generazione dei Solariani, studiando i benefici influssi siderali.

MACHIAVELLI: Utopie? Sciocchezze! Non v’è nulla di buono fuori della realtà effettuale!

CAMPANELLA: Perdonate, caro Signore, la mia insistenza. E ricordate che per difendere quelle che voi chiamate “sciocchezze” ho trascorso in carcere più di trent’anni della mia vita… Raccontava, adunque, il Genovese che i primi abitanti della Città s’eran risolti di vivere al sicuro in un’isola, lontana da tiranni, malfattori e despoti. Lì  misero tutto in comune, anche i figli e le spose, secondo l’esempio del divino Platone e della sua Kallipolis; e perciò non nutrono invidia per nessun altro, sono pacifici e vivono secondo virtù, non turbandosi per la ricerca di vani onori o di danaro, che tengono in dispregio. Hanno pochissime leggi, ma la giustizia v’è sommamente onorata. Venerano il sole e le stelle come entità viventi e statue di Dio. Ma nessuna cosa adorano altro che Dio stesso, donde viene la luce e il calore e ogni altra fortuna. Non pensano sia cosa saggia la potenza sulla terra e il dominio materiale su altri popoli: prediligono votarsi alla conoscenza e al divino ben sapendo di vivere in un’età di cupa decadenza dominata da tirannide, sofismi, ignoranza e ipocrisia. Non posso ora non ricordare il mio confratello Giordano Bruno.

VOLTAIRE: Très bien! mente illustre! Ebbe il coraggio di denunziare coram populo la decadenza della religione, ma finì i suoi giorni ardendo sul rogo a Campo de’ Fiori…

CAMPANELLA (commosso): Spesso mi tornano alla mente quelle parole, oserei dire profetiche, che Giordano, dagli antichissimi testi ermetici ispirato, volle far sue:

“Non sai come l’Egitto sia la imagine del cielo e, per dir meglio, la colonia de tutte cose che si governano ed esercitano? A dir il vero la nostra condizione è tempio del Cosmo infinito. Ma, ohimè, tempo verrà che apparirà l’Egitto invano essere stato cultore della divinitade; perché la divinità, ritirandosi nei cieli, abbandonerà l’Egitto che diventerà preda, per essere privato della presenza degli dei, di genti straniere e barbare, senza religione, pietà, legge e culto alcuno. Dell’antica e universal religione rimarranno soltanto favole incomprensibili per le generazioni future. Rimarranno lettere sculpite nelle pietre che nessun uomo della decadenza potrà capire. Le tenebre saranno preferite alla luce, la morte dello spirito sarà giudicata più utile della vera vita ispirata alla beatitudine degli dei. Nessuno alzerà gli occhi al cielo per scorgerne i presagi. Il religioso sarà stimato insano; l’empio sarà giudicato prudente, il pazzo forte e di sé sicuro. E, credetemi, che ancora sarà definita pena capitale a colui che si applicherà alla religione cosmica, modello di ogni Repubblica bene fondata. Verranno imposte ai popoli leggi assurde, nuove giustizie. Nulla si troverà di santo, nulla di religioso. Soltanto angeli perniciosi rimarranno, i quali si mescoleranno agli uomini e li forzeranno a commettere ogni male come fosse giustizia: questa sarà la vecchiaia, il disordine e la irreligione del mondo. Ma non dubitare perché dopo che saranno accadute queste cose, allora il Dio, governatore del mondo, attraverso diluvi d’acqua o di fuoco, morbi o pestilenze, o altri strumenti della sua Giustizia, senza dubbio donarà fine a cotal macchia richiamando il mondo all’antico volto.”

VOLTAIRE: Ma tutto ciò è contro la “raison”, miei stimatissimi signori!!! Quasi quasi concordo col Machiavelli: bisogna guardare al concreto, alla realtà effettuale, senza farsi turbare da miti, superstizioni o imposture… Facile è inventarsi, con voli pindarici, Stati perfetti… Repubbliche modellate addirittura su armonie cosmiche o volontà divine… Diciamolo francamente, noi possiamo fare affidamento soltanto sulle nostre capacità, sul nostro lucido intelletto…

BACONE (è deciso, pensa d’aver risolto il problema!):  Perfetto, ottimo amico, parli da vero “philosophe”… Il nostro intelletto, se rettamente diretto da un metodo, è in grado di pervenire a conoscenze accertate, indiscutibili… del resto il Sapere porta al dominio di ciò che ci circonda; come dico io, sapere è potere!

HOBBES (tra sé): Io pensavo che fosse “volere è potere”…

BACONE: Non importa, ho ragione io, ho sempre ragione io! Abbiamo bisogno, stavo dicendo…, di fare della Natura il nostro esclusivo Regno e, per questo, la nostra Scienza sarà un giorno chiamata, grazie soprattutto alle sue geniali applicazioni tecniche, al governo del genere umano in tutto il pianeta. Superiamo dunque i vincoli della religione, materia da oziosi, ma superiamo anche, finalmente, le ubbie delle ideologie, che variano da epoca a epoca e da popolo a popolo, in nome di una grande Tecnocrazia! Siano dunque gli Esperti, a reggere la Res publica, per il bene e la prosperità di tutti. Io stesso, pur con l’animo affranto per esser stato ingiustamente incarcerato dal mio re… dal mio stesso re…

CAMPANELLA: Beh, mica tanto ingiustamente… a dirla tutta, v’erano contro di te dettagliate accuse di concussione e malversazione…

BACONE: Un politico è quasi sempre oggetto di invidia e calunnie, come è accaduto al nostro Tommaso Moro, messo a morte dal suo re Enrico VIII per disubbidienza e lesa maestà… ma almeno lui ha avuto la tarda soddisfazione di esser proclamato “santo” dai papisti! Ma torniamo alla vexata quaestio. Dicevo… io stesso in un’operetta, La Nuova Atlantide – opera eccelsa, direi…  –, ho prefigurato lo Stato futuro, dove sia assicurato, una volta e per sempre, il benessere autentico dell’uomo. In questa Repubblica un cenacolo di grandi scienziati, come poc’anzi accennavo, dirige ogni settore della pubblica convivenza. Vi si trovano laboratori perfettamente attrezzati, centri di ricerca sperimentale dove vengono poste in essere avanzatissime tecnologie volte a piegare la natura all’utile degli individui.

MACHIAVELLI: Ah, ah!!! Tu ne sai qualcosa, dato che sei morto assiderato conducendo uno sperimento…

BACONE: Stavo dicendo… Coloro che garantiscono il comune progresso vengono onorati e tenuti in suprema considerazione. Ambasciatori vengono inviati per tutta la terra alla ricerca di nuove ed ardite scoperte, da perfezionare e mettere in pratica. Insomma, vedo la Repubblica futura come un grande congegno, un orologio perfettamente sincronizzato ove ogni singola rotella funzioni in relazione al tutto…

LOCKE: Peraltro, affidare tutto a un pugno di esperti, capaci di tutto decider per noi appare piuttosto comodo: in fin dei conti, per quale motivo si dovrebbe esercitare il pensiero in modo critico, indicare mete da raggiungere, qualche idea per cui lottare o soffrire se una macchina, un apparato meccanico e perfetto verrà ad occupare il nostro tempo e il nostro spazio? In fondo… una ben collaudata tecnocrazia garantirebbe un ordine totale, una pace duratura e stabile. Che poi l’uomo si riduca ad automa è una questione secondaria!

VOLTAIRE:  Io non so dire, miei signori, chi di voi più si avvicini alla ragione… Di certo, all’idealità della concezione si deve contrapporre la possibilità di realizzazione… Ha forse ragione il nostro Bacone, a predire una Tecnocrazia che soffocherà libertà ed egoismi umani? Chissà, forse, tra qualche secolo, giungerà il giorno in cui dei tecnocrati governeranno la nostra Europa… Io non so dire, miei signori, quale futuro sorgerà. Mediterò con attenzione le vostre parole. Mi aspetta un’altra bellissima giornata a Venezia… Voglio godermi gli ultimi anni di questa grande Repubblica.