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DIALOGO CON SAMUEL ARTALE, TESTIMONE DI AUSCHWITZ

di Marco Visentin, II C Classico

Il 24 gennaio 2017, presso l’Associazione culturale La Rotonda a Carpenedo, Samuel Artale, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, ha presentato la propria testimonianza.

Ancora durante gli anni della Seconda guerra mondiale, Samuel Artale Von Belskoj Levy è solo un bambino che, nonostante le persecuzioni e i combattimenti, ha vissuto un’infanzia tutto sommato felice. Rampollo di una ricca famiglia ebrea prussiana, quando gli è stato proibito di frequentare le lezioni, ha fatto venire il maestro a casa. E da quella casa, effettivamente, non è mai uscito per lunghi mesi. A parte una volta.

Il fattore, un giorno, lo ha accompagnato in città con la sua auto. Troppo tardi ha frenato e cercato di cambiare direzione: il ragazzo ha visto. Un uomo sul marciapiede, marchiato con la stella di David, viene picchiato e non oppone resistenza alcuna. Quell’uomo è suo padre, e Samuel, da allora, nutrirà per lui (debole e vigliacco!) un odio profondo. L’odio fa ingresso nel suo cuore bambino in quei giorni travagliati e oscuri, e non ne uscirà che dopo decenni; si estenderà, si nutrirà delle disgrazie e diverrà desiderio di rivalsa. Un bambino strappato alla vita a otto anni chiederà indietro la propria felicità.

Nel gennaio del 1944 tutta la sua famiglia è deportata: nonno, zia, padre, madre, sorella, lui. Ovviamente, di questi non si salverà nessuno: Shmuel (ebraico per Samuel) resterà solo già il giorno in cui arriva nel campo, persi di vista alcuni parenti, vista uccidere la madre che lo teneva per mano, non ancora cosciente che la sorella sarà sottoposta agli esperimenti del dott. Mengele, uomo di scienza, “angelo bianco”. Che ne è, in un campo di sterminio, di un bambino, che forse non sa egli neppure se sia davvero vivo o no?

Un vecchio, anima pia, gli ordina di sopravvivere, gli fa ripetere il nome, più e più volte, per impedirgli di dimenticarlo: inutile dire che quel vecchio non è più stato rivisto. È però il testimone che un briciolo di umanità doveva essere rimasto, nascosto tra i cenci e gli stenti, tra i corpi martoriati e gli scrupoli indeboliti dalla prigionia. Ironia della sorte, alla liberazione di Auschwitz-Birkenau, un ufficiale gli chiederà il nome – “Samuel!” – e il cognome – e chi lo ricorda più? tale era la spersonalizzazione che il campo di sterminio causava.

E lui, Shmuel, si sentiva ancora una persona? dopo aver rischiato di subire violenze sessuali dai Kapo? dopo aver fatto parte di un Sonderkommando? Erano, questi Sonderkommandos, gruppi di ebrei costretti dall’amministrazione del campo a contribuire allo sterminio, principalmente spogliando i cadaveri, rimuovendo denti d’oro, radendo i capelli delle donne – utili per l’industria tedesca. Il piccolo Samuel aveva delle dita affusolate: beh, pensarono al campo, e se qualche prigioniero avesse nascosto dei gioielli nell’intestino? quel ragazzino ci può tornare utile, chissà quelle dita quanto in fondo possono arrivare.

Il corpo esile di un bambino è tanto utile quando vi sono pertugi inaccessibili agli adulti, che anche i compagni di campo ritennero giusto approfittarne: scavata una galleria tra una baracca e un deposito di cibo, furono lui e un altro piccolo, con un sacco legato alla caviglia, a fare la spola per il bene di tutti. Un giorno, però, Shmuel si trovò solo – e chissà che fine poteva aver fatto quell’altro… Lo inviarono solo nel deposito, fece incetta di cibo, si accorse troppo tardi che una guardia sonnecchiava dinanzi a lui. Fuggire! Ma l’uomo si svegliò, ed ecco, la distruzione dell’infanzia e dell’umanità è completa: che rimane a un bambino che ha pugnalato a morte un uomo?

E la disgrazia d’essere orfano e bambino è che, dopo che un soldato russo ti ha offerto un’aringa salata, ti deve anche trovare un genitore. O un orfanotrofio, magari negli Stati Uniti. Anni orribili, quelli: Samuel non cresceva, non socializzava, subiva atti di bullismo. Gli chiesero che problema avesse e raccontò tutto: non lo credettero. Così, iniziò a dimenticare.

E studiava, studiava, studiava, perché diventare qualcuno è il solo modo per trovare vendetta. Entrò nell’esercito, divenne ingegnere. L’odio bruciava in lui, ancora da quando aveva visto quel vigliacco di suo padre lasciarsi picchiare. Ci vorranno anni e l’amore di una moglie (italiana) a farlo desistere dai propositi più foschi; a fargli comprendere che il padre avrebbe anche potuto reagire, ma non voleva esporre la famiglia, i figli, lui.

E prima che quel tempo arrivi, Shmuel, vittima di bullismo in un orfanotrofio, vittima dell’orrore efferato nei campi, soffre. Soffre, quando, rotto un manico di scopa, ci percuote la schiena dei compagni che lo perseguitano (sarà poi punito per il danno materiale arrecato all’istituto); non certo quanto soffrì quando fu frustato a sangue e temette – unica volta – di morire, ma comunque molto.

Shalom aleichem, Samuel Artale. Hai perduto Dio, e come darti torto? Per quanto possa essere stato forte l’amore per tua moglie, vi sono ferite ancora peggiori dei colpi di frusta, destinate a non scomparire mai.

Samuel Artale
Samuel Artale