Il nostro angolo

IL FUTURO IN DUE SETTIMANE: UNO STAGE IN MARCIANA

Di Susanna Scagliotti – IIA Classico

M come Marciana

Monumentali mura marcianee mostrano museo mai misoneista, meritevole mentore, modello morale.

Missione: meditare maneggiando meticolosamente manoscritti membranacei, magnifiche miniature, miscellanee musicali, manuali millenari, misteriose missive.

Mormoriamo: “Mamma mia… Mutevole mare magnum, magnifica maestria monaci medievali!”.

Malgrado miasmi malsani, magazzini manifestano massimi memorialisti mistilingui: Mimnermo, Marziale, Machiavelli, Montale…

Molti manoscritti mostransi malridotti, marci, mai meramente matusalemmici, ma meravigliosi, magici.

Miriamo memorabile Marciana: mai morirà!

LO STAGE

Le quattro stagiste, da sinistra: Susanna Scagliotti, Aurora Fiorentino, Nicole Biscaro ed Eva Caruso.

Dal settembre 2015, gli studenti degli ultimi tre anni delle scuole superiori di tutta Italia si impegnano nel progetto di Alternanza Scuola-Lavoro, esplicitato nella Legge 107/2015 (la cosiddetta “Buona Scuola” del governo Renzi). L’Alternanza, per i licei, comprende duecento ore di stage lavorativi in aziende, musei, biblioteche, fondazioni, progetti culturali e un periodo di formazione, che avviene a scuola mediante corsi di Diritto e Sicurezza sul lavoro.

L’anno scolastico 2015/2016 ha segnato il debutto dell’ASL, vedendo i ragazzi della mia generazione protagonisti di questa nuova esperienza.

Una parte delle ore è stata colmata in classe, un’altra invece con stage estivi di due settimane per ogni alunno in diversi enti del territorio. Abbiamo potuto esprimere in quale periodo e in quale settore (umanistico, scientifico, tecnico) avremmo desiderato lavorare; in seguito il Consiglio di Classe ha disposto le collocazioni di ciascuno di noi.

La mia esperienza di ASL ha avuto luogo nel corso del primo periodo, ossia dal 13 al 25 giugno 2016. Poiché avevo espresso la volontà di lavorare in ambito umanistico, ho svolto lo stage alla Biblioteca Nazionale Marciana, in Piazza San Marco a Venezia.

Fin dall’ingresso (ogni mattina alle 8.30, insieme alle mie compagne Aurora, Eva e Nicole) avevo l’impressione di abbandonare il contesto un po’ fatuo di una Piazza San Marco sempre affollata, per immergermi in un’enclave del sapere, un mondo di silenzio meditativo, diventando membro della cerchia elitaria di un microcosmo culturale. Terminate le quotidiane operazioni burocratiche (le firme e la consegna del personale cartellino di riconoscimento) con l’aiuto della tutor del progetto, la dott.ssa Elisabetta Lugato, eravamo pronte ad affrontare la giornata in biblioteca.

Nel corso della prima settimana abbiamo conosciuto i luoghi cardine di questo ente (oltre alla Biblioteca in sé, anche la splendida Libreria Sansoviniana, ora spazio museale) e ci siamo cimentate in alcune attività di servizio al pubblico.

Attualmente solo il piano terra è accessibile ai visitatori, ma sono i piani superiori a rappresentare la zona più stupefacente dell’intera Biblioteca: se dal basso si è convinti che tutti i libri della Marciana si trovino tra gli scaffali dietro le vetrate che circondano la Sala di Lettura, una volta saliti ci si rende conto che dietro quegli scaffali si celano infiniti meandri di tantissimi altri depositi librari che guardano al Palazzo Ducale. È affascinante pensare che vi sia un tale universo nascosto dietro la facciata di quelle librerie che tutti possono vedere e, in un certo senso, era un po’ questo il significato del nostro lavoro: stare dietro le quinte, contribuendo alla fervida attività della Biblioteca e facendo credere al pubblico che essa fosse immutabile ed
eterea.

Esplorando i depositi librari, ci è stato spiegato come i volumi venissero catalogati, così abbiamo potuto imparare più da vicino il tortuoso sistema della collocazione ad ogni piano.

Dotate di queste premesse, siamo state in grado di dedicarci al servizio di prestito di libri e alla loro consultazione. Malgrado il lavoro da svolgere sembri semplice, lo è solo quando è effettuato con attenzione quasi parossistica, altrimenti si rischia di soccombere in un mare di carte, moduli e tessere!

Infatti, dovevamo registrare i prestiti e mandare le richieste di libri o manoscritti al piano superiore mediante un montacarichi, e poi ritirare i libri provenienti da sopra sempre attraverso questo strumento. Dal diverso colore dei foglietti di richiesta dei libri (giallo per i moderni, bianco per gli antichi, verde per i manoscritti) alla loro collocazione, dalla registrazione puntuale dell’intero iter, passando per il rapporto con i lettori, tra i quali ognuno presentava la propria specificità e in alcuni casi doveva anche essere guidato (mi sono spesso rivolta in inglese ai lettori stranieri), non ci siamo mai annoiate.

Talvolta venivamo mandate nella Sala Manoscritti, nella quale catalogavamo le schede che corrispondevano a determinati manoscritti o li consegnavamo all’utente. Potevamo perfino consultare qualche manoscritto sotto la supervisione dei responsabili della sala: lì ho imparato la differenza tra pergamena e carta, come si può evincere la provenienza di un testo, quali sono i caratteri più utilizzati. Una studiosa del Dipartimento di Manoscritti mi ha inoltre spiegato che il progetto di studio dei manoscritti nella Biblioteca Marciana è finanziato con fondi europei, e poi mi ha descritto i passi principali da fare quando si consulta un testo del genere. Le sono davvero grata, le sue spiegazioni mi hanno ulteriormente appassionata a questo tema!

Infine, abbiamo anche lavorato in ufficio orientamento: avevamo il compito di fornire informazioni agli utenti e creare la tessera della biblioteca per chi ne fosse sprovvisto oppure rinnovarla ai possessori. Quell’ufficio era un vero e proprio melting pot culturale: in un solo giorno, ho registrato un francese, un’austriaca, molte persone del Centro e Sud Italia, un’americana, un tedesco e una norvegese! A volte si trattava di giovani o adulti che non erano mai stati in Marciana e desideravano scoprirla, ma più spesso incontravo studiosi, ricercatori e docenti universitari non veneziani (e spesso, appunto, non italiani).

Durante la seconda settimana Aurora e Eva hanno lavorato allo scarto bibliografico (per catalogare i libri senza collocazione precisa), Nicole e io invece alle collezioni musicali.

Situata al secondo piano, la “stanza della musica” (come la chiamavamo noi) si raggiungeva oltrepassando tante scale, porte, corridoi deserti ed empiti di libri che, quando finalmente si arrivava a destinazione, ci si sentiva come un esploratore soddisfatto di aver trovato il proprio eldorado!

A contribuire a questa apparenza misteriosa, il fatto che la porta di legno della stanza della musica fosse sempre chiusa con ben sei mandate (le abbiamo contate!) e che fosse vietato stare da soli in quella stanza (proprio perché così isolata).

L’ambiente era piccolo, buio, molto polveroso (abbiamo indossato dei grembiuli che ci facevano sembrare una via di mezzo tra cuoche, medici e restauratrici); ma una volta che si aprivano i due alti scuri, si poteva ammirare una vista sull’isola di San Giorgio, e l’ambiente si illuminava subito di quella luce propria solo di Venezia.

Nella stanza erano conservate le miscellanee musicali, ossia diversi volumi che a loro volta contenevano periodici musicali, raccolte di spartiti a stampa e anche manoscritti. Le scatole delle miscellanee erano numerate fino circa alla 16.000: per prima cosa dovevamo aprire ogni scatola e controllare che gli inserti al suo interno fossero collocati nel corretto ordine numerico. Le miscellanee erano state revisionate fino alla numero 6000, così ne rimanevano altre diecimila! Detto così, parrebbe un compito titanico; al contrario, se non si riscontravano problemi, il controllo avanzava spedito.

Poteva però avvenire che uno o più scritti mancassero del tutto. In questo caso, dapprima controllavamo di non aver contato male (l’errore umano, soprattutto con il caldo, è sempre possibile!); altrimenti, ci accertavamo che un fascicolo non fosse finito all’interno di un altro e avesse dunque causato lo iato nella numerazione. Facevamo poi un ultimo tentativo esaminando la scatola precedente e quella successiva: un bibliotecario distratto poteva aver messo quel fascicolo nella scatola sbagliata. Se nessuna di queste ricerche andava a buon fine, annotavamo il numero della mancanza. Ciò non significava necessariamente che essa fosse perduta per sempre: magari era in prestito oppure la sua collocazione era stata cambiata e nessuno aveva lasciato traccia di questo spostamento.

L'”ispezione” alle miscellanee musicali è stata appassionante perché mi ha fatto sentire quasi come una garante della giustizia: dipendeva da me il fatto che la biblioteca fosse ordinata oppure no. Inoltre, non mi limitavo a controllare i numeri dei fogli in alto a sinistra: spesso mi soffermavo a contemplare le stampe che avevo davanti, documenti ottocenteschi ormai ingialliti, fitti di note, parole, nomi. Suonando io il flauto traverso, è stata una piacevole sorpresa imbattermi in alcuni compositori che avevo affrontato nel mio percorso di studio, come Benedetto Marcello, Giovanni Battista Pergolesi e Muzio Clementi; e trovare nomi di autori conosciuti (Verdi, Rossini, Wagner, Donizetti…) ma anche di alcuni che di certo non segnarono la storia della musica.

Oltre agli spartiti emergevano anche delle missive, in certi casi solenni, in altri familiari. Interessante è stato leggere la lettera di un padre che, a metà XIX secolo, regalava alla figlia una raccolta di testi per pianoforte; oppure la lettera di un nobile veneziano che invitava un suo conoscente ad assistere alla prima di un’opera di Verdi in Piazza San Marco. Epistole antiche, rovinate, che mi hanno permesso tuffi in un passato irrecuperabile.

Si era previsto di finire questo lavoro nei sei giorni che rimanevano prima della fine dello stage, ma alla fine ne abbiamo impiegati tre! A questo punto siamo passate alla seconda fase del lavoro: mediante l’OPAC (Online Public Access Catalogue, il catalogo informatizzato delle biblioteche) dovevamo, dopo aver inserito il numero delle mancanze che avevamo annotato, appurare che esse fossero definitive o che, al contrario, esistessero in Marciana.

Dopo sistematiche ricerche, abbiamo colmato circa un terzo delle mancanze.

E le altre? “Tutto è perduto”, abbiamo pensato. Ma non era finita lì.

Fase tre: le ricerche incrociate al catalogo, una sorta di “prova del nove” per accertarsi che le mancanze fossero davvero tali. Sempre con l’OPAC, controllavamo nel dettaglio ogni opera inserendo, oltre alla collocazione, anche il titolo, l’autore, la casa editrice; molti dei testi che davamo per perduti avevano solo cambiato posto. Alcune mancanze sono rimaste, ma molte altre sono state trovate grazie a queste indagini incrociate.

Tra il processo di revisione delle miscellanee e quello di lavoro al computer, ci siamo anche dedicate alla manutenzione della stanza della musica. Se le scatole erano troppo danneggiate, le rimettevamo in sesto piantando chiodi oppure ne riscrivevamo la numerazione (lasciando così il segno indelebile della nostra calligrafia alla Biblioteca Marciana!). Abbiamo anche inserito dei foglietti nei posti in cui c’erano mancanze, in modo che chi avesse avuto bisogno di un certo libro che però era mancante non avrebbe perso tempo a cercarlo.

More solito, mi sono lasciata andare nella narrazione, ma questo solo perché desidero che nemmeno il dettaglio più insignificante di questa esperienza venga dimenticato. Non a caso, ho intitolato il mio testo Il futuro in due settimane: in questo lasso di tempo, ho avuto l’occasione di riflettere sulle mie attitudini, sui miei interessi, su ciò che potrei divenire da adulta. Se già prima avevo una predilezione per il mondo umanistico e un’incipiente passione per la filologia classica, dopo questo stage auspico fortemente che il mio avvenire possa essere legato allo studio della cultura classica, alla filologia, ai manoscritti. Perfino l’attività alle collezioni musicali, che può sembrare discostata dai miei propositi, mi è parsa quasi filologica: c’era l’elemento della ricognizione puntuale, dei confronti incrociati, e ricercare le mancanze delle miscellanee mi sembrava un po’ come tentare di risalire all’archetipo di un testo antico.

Ed è stato l’ultimo giorno dello stage che più che mai ho percepito quanto avrei sentito la mancanza della Biblioteca Marciana, soprattutto quando ho avuto il privilegio di visionare il più antico esemplare di manoscritto dell’Iliade di Omero. Sono rimasta in silenzio per un po’, quasi commossa dal bagaglio di Bellezza che quell’oggetto poteva trasmettere a me, ragazza del Duemila così desiderosa di approfondire e amare il passato.

Se mi chiedessero (e me lo chiedono spesso) perché studiare il greco e il latino, prima avrei risposto: “Perché tradurre è bellissimo”, “Perché le lingue classiche sono un ausilio al ragionamento”, “Perché ogni autore ha delle specificità ed è interessante scoprire quali siano” (tutte risposte che, peraltro, condivido ancora); ora invece direi: “Per provare la felicità di leggere un manoscritto e capire che cosa ci sia scritto”, “Perché il greco e il latino sono le lingue delle due civiltà su cui fondiamo la nostra identità di europei, e solo conoscendo queste lingue se ne possono carpire i segreti”, “Perché niente, niente potrà eguagliare la gioiosa consapevolezza di non essere separati dal passato, in rotta verso un futuro ignoto la cui unica base è il presente, ma di essere per sempre legati a un tempo andato incredibilmente affascinante”.

Da un punto di vista più pratico, lo stage alla Marciana mi ha aperto gli occhi sui meccanismi e le peculiarità del mondo del lavoro, seppur per un periodo ridotto. Infatti, prima di giugno non avevo mai avuto esperienze del genere (né di stage né di piccoli lavori), dunque ciò mi è stato molto utile per avere la panoramica di un vero contesto lavorativo.

A questo proposito, sono profondamente grata a tutti coloro, tra i lavoratori alla Marciana, che ci hanno aiutato, consigliato, fornito spiegazioni, e anche a chi abbiamo solo intravisto per poco tempo, ma che ugualmente ha contribuito a trasmetterci una bella immagine della Biblioteca.

Ringrazio infine anche il nostro tutor scolastico nonché docente di Storia dell’Arte, il prof. Umberto Daniele, per averci indirizzato e incoraggiato nella nostra esperienza di Alternanza Scuola-Lavoro.