Il nostro angolo

L’EMANCIPAZIONE UMANA ATTRAVERSO LA CONSAPEVOLEZZA

di Marco Visentin, II C Classico

Scrive Giulia Formenton sulle nostre colonne che la donna, quanto all’aborto, “rivendica il pieno possesso e controllo del proprio corpo, la scelta, non facile ovviamente, di poter interrompere una gravidanza in totale sicurezza per la persona”. Dopotutto, motiva non senza avere alcune ragioni, la gravidanza comporta “un mutamento non indifferente per il corpo della donna” e, nonostante i passi avanti compiuti, “ancora degli svantaggi dal punto di vista lavorativo”. “Come si può togliere alla donna il diritto di decidere liberamente sul proprio corpo?”

Prima ancora di questa, vorrei sottolineare un’altra questione: nel suo pezzo, Giulia non manca di notare che il presidente americano Donald Trump, mentre firmava l’atto che cessa i finanziamenti alle organizzazioni che praticano o informano sull’interruzione di gravidanza, era “circondato da soli uomini, i quali di fatto stanno decidendo probabilmente della vita di decine di migliaia di donne se non più”. L’uomo ha l’autorità di decidere per le donne, insomma? Non dovrebbero essere le donne a decidere per se stesse?

No. No, perché la democrazia non funziona a questo modo: per analogia, allora, la regolamentazione delle unioni civili non dovrebbe essere decisa solo da omosessuali? e le leggi sui diritti dei bambini, le facciamo decidere a loro? la depenalizzazione delle droghe leggere la lasciamo ai già consumatori o agli spacciatori? Se il popolo ha eletto dei rappresentanti in Parlamento, quelli hanno diritto di legiferare intorno a tutto quanto la Costituzione concede loro: potrebbero essere tutti conservatori, e le voci di cui sopra avrebbero una determinata risoluzione; o, al contrario, tutti progressisti, latori di conclusioni opposte.

L’ho già ricordato quando si parlava dell’elezione di Trump alla presidenza, e lo ripeterei se un partito ostile alle mie convinzioni vincesse le venture elezioni politiche: se ci professiamo democratici, dobbiamo esserlo fino in fondo, non a modo nostro e quando ci va bene. Se gli elettori americani hanno scelto un gruppo di biechi tradizionalisti iper-religiosi, devono sottostare alle loro decisioni – quando legittime, è chiaro. Punto.

In secondo luogo, l’analisi di Giulia è tutta puntata sulla donna: ella ha diritto di scegliere il suo destino (giusto) anche attraverso l’interruzione di gravidanza (ehm…), considerando anche che quasi tutto il peso dell’educazione dei figli grava su di lei (purtroppo è così). A questo punto, da uomo, sono io a pormi una domanda: se mia moglie mi dicesse che un figlio hic et nunc le impedirebbe di vivere appieno la propria vita, che farei? Le suggerirei di abortire o mi prenderei carico della mia parte di responsabilità, condividendo le fatiche in misura il più possibile eguale?

E se mia moglie mi rispondesse che non c’è alternativa, abortirà e ne ha il diritto, di quella creaturina che porta in grembo che sarebbe? Quel figlio – per metà mio, tra l’altro, e su cui gradirei accampare qualche diritto – non ancora nato ma già vivo dovrebbe scomparire, ucciso?

Ciò che nella riflessione di Giulia manca completamente è proprio la considerazione per il figlio: che lei lo voglia o no, non è una pietra quella che una donna incinta porta in sé, ma un essere vivente: è giusto sacrificarlo alle ambizioni, alla carriera o soltanto al desiderio di serenità?

Vi sono casi-limite, certo, in cui riconosco la possibilità (ma non sempre l’opportunità) dell’aborto: il rischio per la vita della madre, la presenza di malformazioni incompatibili con una vita “normale” (anche qui, bisognerebbe capire bene che cosa si intenda con “vita normale”) o aver subito una violenza sessuale. Personalmente, la mia coscienza di cattolico limiterebbe la possibilità al primo caso e a condizioni estreme del secondo, ma non vedo perché questa mia coscienza dovrebbe limitare l’azione altrui.

Anzi, sia ben chiaro che ritengo giusto e imprescindibile che lo Stato riconosca a ogni donna la possibilità di abortire, in qualunque caso. L’ordine esecutivo di Trump è sbagliato a prescindere, perché nega alla donna la possibilità di scegliere in materia. Diciamo che è un diritto della cui attuazione, però, non vorrei mai rendermi responsabile: sarò esagerato, ma il pensiero corre subito al fatto che mia madre avrebbe ben potuto decidere di usufruirne, se il mio concepimento fosse stato “di intralcio”.

Non posso credere che, con tutti gli svariati metodi anticoncezionali che esistono, non sia possibile ridurre (generalmente, gli “imprevisti” poi possono sempre accadere) ai tre casi di cui sopra la necessità di abortire. Vi è ben differenza tra impedire il concepimento e sopprimere una vita!

Forse sono troppo conservatore, troppo ancorato a una visione del mondo – quella cattolica, seppur con alcuni distinguo – che è ormai superata… Mi pongo però un problema etico, e mi sembra che sarebbe riduttivo ricondurlo soltanto ai diritti e all’indipendenza delle donne.