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IL TRADIMENTO E IL SUO GRIDO

di Lectrix

Prendiamo un uomo e una donna: lui, un eroe di guerra, lei, una colta straniera dalla personalità complessa, con una storia di sangue alle spalle. Hanno due figli piccoli. La scena è scontata. Senti, fra noi non funziona più. E poi, ho un’altra. Sì, più giovane. Sì, me ne vado. Sì, la sposerò.

Che dice, lei, in questo tremendo frangente?

Lei: «Disgraziato! Non so quale più grave ingiuria / ti può fare la mia lingua per codesta viltà».

[Lui: Fare ingiuria con la lingua? Oh, hai tre anni che fai gli sberleffi e le linguacce?]

Lei (idem): «Ah vile, scellerato! Io non so trovare nel mio linguaggio altra parola che pareggi la tua viltà»

[Lui: Pareggiare? Mmmacccheè? ti sei messa a guardare il calcio adesso?]

Lei (idem di nuovo): «O tristo, o scellerato – altro non so / per la tua codardia maggiore oltraggio / tu vieni a me, tu che odïoso piú / mi sei d’ogni altro? Ardire e forza d’animo / questa non è, fissare in viso i cari / tratti a rovina; è il piú funesto morbo / che fra gli uomini sia: spudoratezza».

[Lui: Otristooscellerato… questa passa dal football al melodramma… e poi si dice triste, e non tristo, caruccia. E se poi me chiami infame me ffai penza’ ar libro Cuore. Me ne vo’ cch’è mejo].

Parla forse così una donna tradita? Ci pare difficile. Ma che cosa dice, allora? e come lo dice? con che registro linguistico, con che tono, con che rapidità? con che pathos? Alludendo a che cosa? Insomma: qual è la traduzione «meno sbagliata» di questa battuta di Medea? Come si può renderla «viva» adesso, a 2450 quasi dalla sua messa in scena? come farle produrre quell’eco che risuonava sulle scene antiche?

Tali, e altri di maggior finezza, sono stati gli esempi del seminario tenuto il 16 febbraio, al ‘Franchetti’, dal prof. Condello, Ordinario di Filologia latina e greca all’Università di Bologna e anima del TraSLA, il Laboratorio di Traduzione Specialistica delle lingue antiche.

La traduzione e il suo valore, sia per le lingue classiche, sia per le moderne, è serissimo, e coinvolge tutti coloro che non possono accedere ai testi in lingua originale, che leggano Omero o Pamuk, la Ólafsdóttir o Tolstoj. Specificamente, il greco e il latino propongono problemi risolvibili solo con i testi scritti: non c’è ‘Use of Ancient Greek’, non c’è ‘Conversation’, e spesso pare poco proficua anche la Prova-di-Vocaboli. Il greco, poi, è frammentato fra i dialetti, gli usi, i generi, i tempi, i luoghi… E poi gli antichi sono vecchi, e i vecchi sono noiosi a prescindere. Già Shakespeare:

Cassius: Did Cicero say any thing?

Casca: Ay, he spoke Greek.

Cassius: To what effect?

Casca: Nay, an I tell you that, I’ll ne’er look you i’ the face again: but those that understood him smiled at one another and shook their heads; but, for mine own part, it was Greek to me.

E quindi sì, i “prof” del Franchetti insegnano una lingua affetta da jet-lag cronologico e stilistico, lessicale e sintattico, come ci ha mostrato Condello: com’è facile riconoscere gli alunni del classico per il loro classichese... Solo nei quaderni degli studenti del classico i ragazzi si chiamano fanciulli; essi non arrivano ma giungono, elogiano o ammoniscono; disonorano e, ahinoi, macchinano; il puer è valente, probo, nobile, o ignobile, malvagio, e, alla buon’ora, tracotante; solo lì si apre l’interrogativa con un ‘Non è forse vero che’ e si esprime un desiderio dicendo ‘Volesse il cielo che’

Non è forse vero che l’Egitto è assolato? Volesse il cielo che lei mi preparasse un caffè, signorina.

A quale scopo al Franchetti si insiste sulle conoscenze linguistiche, le si pretende, le si inculca, o almeno ci si prova? Lo scopo sta nelle risposte alle domande “ma di che sto parlando?” e “capisci ciò che ti sto dicendo?”, che paiono due norme di comprensione umana e civile ancor prima di due pilastri (!) della versione del testo antico, che ci dice appunto “fammi parlare” come i biscotti dicono ad Alice ‘mangiami”: e passare dal classichese, dal ‘traduttese’, come dice Condello, è il primo passo per sceverare un testo.

Ma non finisce qui. Le traduzione diffuse, anche quelle dei lemmi dei vocabolari, sono spesso spiegazioni, chiose esegetiche del senso del testo, e dicono sempre di più, o di meno, e quindi comunque qualcosa di diverso da qual che dice il testo da tradurre. Con risultati spesso magniloquenti, ardui, oscuri, ‘respingenti’. Dopo il classichese, quindi, vanno cercati il senso, la vita, il respiro del testo.

Se togliamo il fiato alle lingue antiche allora sì che le facciamo cadaveri.

Hai demolito la bellezza della lingua antica, tu, bieco traduttore tracotante. Ah, stramaledetto! Ti odio! ti odio a morte, classichese scolastico altisonante coturnato…

Ah, stramaledetto! Ti odio! ti odio a morte! Verme, dove trovi il coraggio… direbbe oggi, forse, Medea. Resterebbe tradita da Giasone; la sua ira sarebbe, però, meno tradita.

Prof. Federico Condello
Momenti del seminario