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DAL PIREO A ROMA, DA MASACCIO ALL’ARTE POVERA: ADDIO A KOUNELLIS

Di Susanna Scagliotti – IIA Classico

Due anni fa, alla mostra del Padiglione Italia alla Biennale d’arte di Venezia, Jannis Kounellis si presentava con “i grandi baffi e i capelli lunghi e grigi, l’abito nero spiegazzato se non addirittura impolverato dai suoi amatissimi materiali, l’aspetto trasandato, la sigaretta sempre accesa” (lo racconta Stefano Bucci sul Corriere della Sera).

Mostrandosi povero come la propria arte, sentendosi ricco come il più grande dei rivoluzionari, Jannis Kounellis è morto lo scorso 16 febbraio a ottant’anni.

Arrivato a Roma dalla Grecia, il giovanissimo Jannis studiò all’Accademia di Belle Arti. Già nel 1960, grazie all’interessamento del mentore Toti Scialoja, venne allestita la sua prima mostra personale.

E furono proprio i Sessanta a segnare l’inizio del prolifico successo di un Kounellis che sarebbe diventato uno dei perni della fioritura artistica della Roma di allora.

La Capitale ospitava creativi del calibro di Mario Schifano, Mario Ceroli e Tano Festa; Kounellis divenne uno di loro, ma volgendosi verso un nuovo indirizzo: l’Arte Povera.

Portando avanti un sincretismo tra antico e contemporaneità, Kounellis riuscì a trasformare legno, acciaio, pietra, carbone da materiali di uso comune ad agglomerati di ricordi e sensazioni, opere foriere di grande coinvolgimento emotivo. Era quella la vera proporzione della realtà, il vero metro per la comprensione del rapporto tra l’uomo e la natura, e per l’indagine di un’interiorità tormentata e irriverente.

Irriverente, appunto. Come dimenticare l’esposizione, nel 1969, di dodici cavalli vivi alla Galleria L’Attico di Roma; o l’installazione di bombole a gas su un tabellone metallico in piazza Plebiscito a Napoli nel 1995; o, molto più recentemente (l’anno scorso, alla mostra Imagine al Guggenheim di Venezia), la sua Margherita di fuoco, scultura dalla quale scaturiva una fiamma al centro della corolla?

Amante dell’arte italiana di Caravaggio, Tiziano e soprattutto Masaccio, Kounellis non nascose mai la propria somiglianza con quest’ultimo: i materiali dell’artista greco sono elementi di una Storia eterna, eroica, profondamente umana, proprio come una Trinità o una Maddalena masaccesca; e il suo (il loro) approccio trascurato – solo in apparenza – al mondo esterno si fa espressione di un indescrivibile amore per l’arte e per la vita.

Un po’ come per un altro sommo “collega” di Jannis, che nello stesso periodo operava nel nord Italia: Tancredi Parmeggiani.

Con un’unica grande differenza: Masaccio e Tancredi, spiriti bohémien e artisti consumati dalla vita, morirono presto, lasciandoci un’eredità di questioni irrisolte. Jannis Kounellis, dall’alto del suo analogo anticonformismo, ci ha lasciati da anziano. Eppure, come dice Bucci con un nostalgico gioco di parole, di sicuro “ora l’arte è più povera”.