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MALATTIE DEMOCRATICHE (E DOVE TROVARLE)

di Marco Visentin, II C Classico

Ci sorprendiamo a veder languire le nostre democrazie occidentali – democrazie di lunga data, solide, di provata efficienza. Dopo aver esportato a forza il nostro modello ovunque possibile, in un tentativo di “colonialismo istituzionale” mosso da un cosmopolitismo di comodo, ci troviamo dinanzi a un dilemma sconfortante: il nostro entusiasmo democratico, che per un certo periodo potrebbe essere stato addirittura sincero, è stato fuori luogo?

Ci siamo convinti che la democrazia sia la migliore forma istituzionale, in quanto è la sola a fare dei sudditi cittadini sovrani, sottoposti unicamente a una legge dettata dal potere che essi stessi esercitano. Questo, non soltanto perché un governo della maggioranza sia naturale espressione dei suoi interessi: in tal caso, infatti, una monarchia illuminata, attenta ai bisogni della collettività, avrebbe il medesimo valore. La vera ragione per cui il governo deve essere affidato al popolo, come già riconosceva (seppur a malincuore) il “vecchio oligarca” della Costituzione degli Ateniesi, è che lo Stato proprio su esso si fonda.

Questo modello presenta, chiaramente, un limite intrinseco: quando il popolo, per una serie di ragioni ormai sin troppo chiare, perde entusiasmo e si ritira dai giochi della politica, essa rimane nelle mani di un’élite oligarchica. Pericle diceva, nel suo celebre epitafio riportato da Tucidide, che la democrazia è attività costante e che sono tranquille solo le città sottomesse; che ad Atene, città democratica per eccellenza, chi non si curasse degli affari dello Stato era definito non “disinteressato”, ma “inutile”.

Inutile, appunto. Noi, invece, quando non partecipiamo alla vita del nostro Paese, definiamo inutile la politica. Prospettiva diversa. Ad Atene c’era un “totalitarismo democratico”, considerato con preoccupazione dalla fazione oligarchica come una dittatura del proletariato ante litteram; la preoccupazione degli oligarchici dinanzi al governo dei “molti” (dispregiativo) doveva essere simile a quella di un buono e devoto borghese alle prese con il marxismo. Noi, al contrario, stiamo sviluppando un totalitarismo dell’antipolitica, per cui è positivo tutto ciò che se ne discosta, mentre essa è per natura marcia, il peggio della società.

Consideriamo la sfiducia come primo disturbo, nella nostra tentata diagnosi delle malattie democratiche: questa diagnosi, tarda, delinea una profonda disaffezione del corpo elettorale, che si traduce nel mancato rinnovamento delle élite di potere.

L’organismo così indebolito è quindi sottoposto a un nuovo e più potente assalto: dopo aver ridotto gli interessati alla politica a pochi (che interessati, spesso, lo sono per tornaconto personale), questi non solo non apportano nuova linfa, lasciando “invecchiare” gli schemi politici, ma pensano addirittura di approfittare della situazione in modo esagerato. Il cittadino medio si risveglia con una forte rabbia nei confronti del “sistema”. Condanna la classe politica per aver tradito le sue idee, quando di idee, in realtà, non ne ha.

L’organismo agonizzante ha un sussulto e sembra riprendersi: emergono nuovi volti, energici, carismatici, affascinanti. In realtà, sono solo i primi sintomi di un nuovo male: la personificazione. Di idee, non ce n’è più una neanche tra gli uomini politici; d’altra parte, sarebbe inutile averne, nell’era della post-verità: solo slogan, grida, mosse a sorpresa. Questa pseudo-politica, è il calcolo, deve interessare più dei polpettoni televisivi e dei corsi di cucina, o chi se ne curerà? Qui i programmi sono cose da parrucconi, i dibattiti strida; quella metà a stento che ancora si interessa di politica non segue un’ideologia e nemmeno il proprio pensiero, ma pende dalle labbra del leader (del giornale, del blog…) di riferimento. La politica diviene una forma religiosa cui aggrapparsi in tempo di crisi.

Dalla debolezza della democrazia nascono i sistemi autoritari, non certo dalla sua solidità. Vari Paesi europei stanno ora affrontando una fase di debolezza istituzionale inedita per la sua diffusione e legata a doppio filo con la crisi economica che ha stremato milioni di persone in tutto il continente. Se anche la politica sana volesse riscattarsi, temo che la zizzania sia tanto cresciuta, da consentire solo al futuro un giudizio obiettivo (se un futuro vi sarà…).