DUE CHIACCHIERE CON … TIZIANO SCARPA

Giovanna Longobardi/ Febbraio 26, 2019/ Accade da noi, Il nostro angolo, Recensioni/ 0 comments

di Giovanna Longobardi, V A classico

L’adolescenza è un periodo difficile e Cecilia, protagonista delle pagine amare e disilluse del romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa, lo sa bene. Siamo ad inizio Settecento e Venezia è un po’ diversa da come la conosciamo. Energica e cosmopolita, era una città di mare militarmente impegnata, pericolosa e complicata, in cui all’opulenza dei ricchi si contrapponeva la miseria di molti. Le calli, da una parte stracolme di merci esotiche e gremite di gente da ogni dove, dall’altra erano affollate da bambini che chiedevano la carità, destinati a una vita di fame, malattie, soprusi e depravazione.

Al problema però, che rappresentava una vera e propria piaga sociale, una soluzione, all’epoca, era già stata trovata. A partire dal Trecento infatti, grazie all’operato e alla campagna di sensibilizzazione di fra Petruccio D’Assisi, vennero costruiti nell’isola ben quattro orfanotrofi, in cui i maschi imparavano a diventare carpentieri o maestri d’ascia mentre le ragazze si dedicavano alla produzioni di broccati, paramenti sacri o sapone. Alcune di esse, invece, le cosiddette “figlie di Choro”, venivano indirizzate allo studio della musica. Le giovani erano abituate fin dalla nascita a un rigoroso decoro ed a una silenziosa obbedienza; sebbene ricevessero un’istruzione dignitosa, crescevano senza identità, sole e ignoranti.

La più sola di tutte però è lei, Cecilia, che suona il violino nell’orchestra dell’Ospedale della Pietà. Di notte non riesce a dormire, in preda all’angoscia, e allora, di nascosto, scrive alla madre, mai conosciuta. La vita tra le mura dell’orfanotrofio è opprimente, la realtà grigia e cupa e anche la musica appare come un tedioso obbligo cui adempiere. Un giorno però arriva un nuovo compositore, il giovane Antonio Vivaldi, un maestro diverso che chiede alle sue allieve di riprodurre il verso delle rondini e ripete loro “siate tempesta”. Don Antonio e la sua musica scuotono e galvanizzano la coscienza di Cecilia; la risvegliano dalla solitudine e dalla sofferenza. La ragazza allora, conciliata con il suo passato e finalmente artefice del suo futuro, scappa dall’Ospedale, inseguendo il proprio destino.

Quella di Stabat Mater, libro vincitore nel 2009 del Premio Strega, è una trama suggestiva e introspettiva e, sebbene semplice e lineare, di grande impatto. Il suo autore, Tiziano Scarpa, nasce a Venezia nel 1963 e scrive di tutto: dalla prosa alla poesia, nonché testi per il teatro e la radio. I suoi libri sono tradotti in numerose lingue.

Venerdì 25 gennaio, nell’aula magna del Franchetti, grazie al progetto della casa editrice Einaudi, Lo struzzo a scuola, abbiamo avuto il piacere di incontrarlo e discutere di Stabat Mater. Di seguito vi proponiamo l’intervista.

 

Cosa significa per uno scrittore vincere il premio Strega?

Il Premio Strega è una di quelle istituzioni in Italia che fanno sì che un libro diventi molto popolare; ha la forza di far arrivare certe opere nelle mani di alcune persone che hanno meno dimestichezza con la frequentazione di librerie, o la curiosità per le novità editoriali, o sono meno informate e conoscono solo gli autori e le autrici che si vedono in televisione. Il libro di cui abbiamo discusso, Stabat Mater, scritto in maniera tutto sommato semplice e diretta, non troppo sofisticata come invece lo sono altri miei libri, ha delle caratteristiche che lo rendono un libro in grado di parlare anche a persone che leggono un po’ di meno. Il Premio Strega è stato essenziale per far arrivare questo libro a lettori e lettrici difficilissimi da raggiungere.

 

In cosa consiste il mestiere dello scrittore?

Il mestiere dello scrittore consiste interiormente in un’attenzione alle idee ricorrenti: bisogna dare spazio a ciò che si pensa spesso e alle intuizioni. D’altra parte bisogna avere una certa disciplina e scrivere ogni giorno se possibile, soprattutto con i romanzi, mentre se parliamo di poesie, parlo per me, sono come delle piante che spuntano dal terreno e non puoi piantarle, nascono da sole chissà da quali pollini, da quali semi portati dal vento. Poi c’è anche un lavoro esteriore: alla pubblicazione dei libri io ho sempre accostato il lavoro coi giornali, conferenze e letture a teatro.

 

Ha senso la poesia nel XXI secolo?

In questi anni vedo che ha senso nei social perché con Instagram, Facebook e Twitter e le altre “reti sociali” la poesia è citabile, è ritagliabile, si può fotografare e circola tantissimo. A differenza di un romanzo, la poesia sui social è passeggiare per la strada e imbattersi in quelle piantine che spuntano tra i mattoni, sui muri, chiamate piantine interstiziali; e a volte ci sono queste “poesie interstiziali” che spuntano negli interstizi della rete. Rispetto ad altri generi letterari la poesia riesce a incunearsi in questi interstizi e circola bene, gode di ottima salute secondo me.

 

La vicenda di Stabat Mater è ambientata a Venezia. Qual è il suo rapporto con questa città?

È un rapporto di appartenenza sconfinata, di radicamento totale, a volte con una parte di insofferenza anche fisica perché è una città tutto sommato piccola, ha un centro storico ritagliato con le forbici e messo in mezzo all’acqua; percepisco anche i limiti fisici della città e sento questa limitatezza anche come stato d’animo. Venezia poi, cosa un po’ strana, è una città sia internazionale sia molto dialettale: da una parte hai la Biennale, le grandi star del cinema, artisti e studiosi che vengono da tutto il mondo, dall’altra però è pur sempre una città piccola e si vive quasi come in un villaggio. Ovviamente la amo tantissimo.

Quando stavo a Milano invece avevo tutta la fascia di mezzo, la città un po’ più anonima, più diluita, una città normale.

In Stabat Mater ho fatto di tutto per non nominare Venezia, eliminarne la riconoscibilità e quella presenza un po’ troppo ovvia e conosciuta, volevo un po’ sfasarla.

 

Oltre che con Venezia, ha un legame speciale con la musica?

Penso che tutti abbiamo un legame speciale con la musica. Io non ho avuto una famiglia di musicisti, non ho suonato: sono un ascoltatore appassionato! E come ascoltatore ho un rapporto di profonda gratitudine verso i musicisti, mentre magari quando vedo un film o leggo un libro posso essere micragnoso, più critico e pensare anche un po’ presuntuosamente di avere gli strumenti per poter cambiare qualcosa.

Con la musica posso solo pormi in un atteggiamento recettivo, per me purificante: vedo queste persone che muovendo le dita o facendo passare delle immissioni di fiato attraverso le corde vocali erogano meraviglie e io ho poco da dire. Rispetto ad altre arti sono più recettivo e più disarmato, quindi più capace di assorbire.

 

“Se avessi suonato il mio violino nella chiesa di notte, prima o poi qualcuno mi avrebbe scoperta. Ma nessuno può sentire la musica segreta che suona nel nostro animo. Nessuno può impedire che risuoni dentro di noi. Nessuno può rubarcela.”

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