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RECENSIONE DI “DRONES” DEI MUSE

Drones è il settimo album in studio dei Muse, pubblicato nel 2015. Qui il gruppo britannico ̶ artefice dei due più begli album della storia, Showbiz e Origin of Symmetry ̶ sembra troncare la sua folle fase di sperimentazione tra sintetizzatori, elettronica e orchestrine, riprendendo in mano il buon vecchio trio rock di chitarra, basso e batteria.

Album fortemente criticizzato, odiato da un gruppo ben nutrito di fan e non, delusi nelle aspettative dopo il successo delle prime due opere e dopo aver concesso loro tutte le chance per tornare in pista e scatenare un altro colpo di fulmine ̶ erano lasciati giocare, suonare senza filo logico, buttarsi a capofitto in sonorità che non appartenevano loro, ne conseguirono infatti tutti gli album intermedi, seguiti quasi sempre a debita distanza dai fan, annuendo ̶ ma per quale motivo?

La cosa più interessante del disco è che nasce con un concept. Bellamy, frontman del gruppo, prima della pubblicazione, dichiarava:

«Per me, i droni sono metaforicamente psicopatici che permettono comportamenti psicopatici senza possibilità di appello. Il mondo è dominato da droni che utilizzano altri droni per trasformarci tutti in droni. Questo album analizza il viaggio di un essere umano, dalla sua perdita di speranza e dal senso di abbandono, al suo indottrinamento dal sistema per divenire un drone umano, fino all’eventuale defezione da parte dei loro oppressori.»

A partire dalla traccia Dead Inside fino ad Aftermath, si racconta, per medias res, di un misterioso personaggio, già vittima delle macchine e dei droni, polverizzato dalla solitudine e piegato all’assoggettamento di certe forze oscure; quando non tollera più tale condizione, impugna un primo tentativo di ribellione, per sfuggire al controllo e riprendersi la propria identità ̶ la propria umanità ̶ ed effettivamente ci riesce. Tutto è bene quel che finisce bene. Ma non è finita qua, perché le due tracce finali, The Globalist e Drones, rivelano un finale alternativo alla storia, quello negativo, in cui si percepisce la natura effimera, pateticamente fallace delle solite ed eccessivamente romanzate scene di eroismo.

Sei in un mondo dominato da droni, forze incredibili, fossi da solo, non potresti di certo uscirne sbandierando cose come la giustizia, l’amore e qualsiasi altro valore morale. Occorrerebbe innescare diverse bombe atomiche in una volta, quanto basta ber disintegrare il mondo insieme a tutti i mali che ne concerne, e morire insieme ad essi. Fatto sta che in Drones, la title-track, il protagonista torna al punto di partenza, ma questa volta è sfinito e, reso apatico dalle inutili lotte, non tenterà più di opporsi. Nell’ultimo verso della canzone, difatti, recita Amen.

Nell’album sono presenti anche un intermezzo recitato che ricrea un dialogo ispirato a Full Metal Jacket, di Stanley Kubrick, e un monologo di Kennedy, il famoso discorso al Waldorf-Astoria il 27 aprile 1961.

Direi una straordinaria favola apocalittica sul processo di disumanizzazione, tutt’altro che banale.

Chi ha odiato questo album, oltre a ridicolizzarne il concept stesso perché ritenuto iperbolico, “la terza guerra mondiale immaginata da un bambino di terza media”, si è lamentato principalmente perché i Muse, non solo non hanno complessivamente generato un granché di album, si sono anche permessi di avvalersi di plagio.

Ebbene, l’album è effettivamente un mosaico di riferimenti ad altri classiconi del rock, dai Queen, gli AC/DC, U2, fino ai Coldplay e i Bon Jovi. Molte volte hanno persino ragione. Il riff di Psycho è del tutto identico a quello di Like! degli italiani Autumn’s Rain. Obbiettivamente un atto imperdonabile, ma anche il riff di Like! è anch’esso preso di peso, o quasi, da Roadhouse Blues dei Doors, che a loro volta avranno scopiazzato da qualche altro pezzo blues dimenticato. C’è invece chi la associa, arrabbiandosene, alle sonorità caratteristiche di Marilyn Manson, solo perché c’è scritto psycho nel titolo, insomma.

A me l’album, personalmente, è piaciuto davvero tanto, ne sono stata veramente entusiasta sin dall’inizio, ma voglio precisare che non ero affatto al corrente, durante i miei iniziali ascolti, di tutti i suoi deep sides, né del plagio. Ignara di tutte le fenditure dell’opera, ingenuamente mi è piaciuto. E in realtà continua a piacermi tutt’ora. Sono ancora troppo affezionata forse alla mia primordiale impressione, ma pensateci: è davvero necessario adirarsi e sentirsi presi in giro, nel mio singolare caso, per un plagio di cui non sarei mai venuta a conoscenza se avessi voluto?

Nell’immaginario comune, l’arte viene quasi sempre associata al suo autore. Idea plausibile, senza l’autore l’opera non esisterebbe. Nella mia idea invece, a volte è importante isolare il prodotto da tutte le articolazioni e vicissitudini che lo hanno implementato; compilare un giudizio secondo queste circostanze, incorrotto da vincoli parassitari, conferisce allo stesso giudizio più attendibilità e più attinenza alle proprie emozioni e coscienza. Sbaglio?

Mi viene in mente, a tal proposito, il caso di Kevin Spacey qualche tempo fa, che fu accusato di molestie sessuali poco prima dell’uscita del suo ultimo film, e per tale motivo, il primo giorno del debutto in sala incassò solo 126 dollari. Immaginate adesso se il film fosse uscito prima dello scandalo: eppure è sempre lo stesso, è sempre Kevin Spacey. Essendo un attore, non sarebbe dovuto essere giudicato come tale? O ancora Louis C.K, sempre soggetto alle stesse accuse, e additato pesantemente dai fan, costretto addirittura a prendere una pausa dal lavoro nonostante fosse sempre Louis CK, uno dei migliori stand-up comedian della scena contemporanea.