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DSA: come convivere con i superpoteri

Illustrazione di Sofia Favaro I Acl

Vi parlerò di qualcosa di fin troppo poco conosciuto, sul quale vige, per i molti, una ferrea ignoranza che, per dire il vero, anch’io condividevo e sciorinavo davanti agli occhi di coloro che provavano questa condizione. Vi parlerò del DSA disturbo specifico dell’apprendimento) sigla che comprende disgrafia, disortografia, dislessia e discalculia. Sono disturbi neurologici, caratteristiche con le quali si nasce, ma non sono una malattia o un handicap; migliorabili, ma di cui non si può cambiare la natura. La discalculia penalizza la capacità di calcolo; la disortografia si manifesta con frequenti, più o meno gravi, errori ortografici; la dislessia riguarda la capacità di lettura, spesso caratterizzata da omissioni e ritmo molto lento. Ora vi spiegherò la realtà di questo fenomeno; voglio precisare che questo è quello che penso io e che, comunque, i dsa sui quali si è scritto molto hanno ancora tanto da dire, poiché ogni caso è diverso, come lo è ogni persona. Cominciamo dalle difficoltà che possono nascere da questa condizione.

Bassa autostima e il sentirsi poco adatti sono molto comuni, in questo caso, fanno, però, solo da mantello a tutta una serie di problemi.

La lettura: per un ragazzo dislessico diventa più un momento di negotium che di otium. Spesso, durante la lettura, si confondono lettere come la m e la n, la b e la d, oppure capita di invertire le lettere nelle sillabe, clo per col, o le sillabe nelle parole, carpa per capra. Spesso la lettura a voce alta viene evitata perché, concentrandosi sulla lettura, in cui si cerca la correttezza, non si capisce ciò che si legge. Queste difficoltà emergono di più nelle lingue anglofone, nelle quali il grafema non concorda con il fonema.

Una situazione, correlata con la lettura, è quella della pagina bianca, succede tante volte. Immaginatevi sul vostro divano, a leggere un libro, ma, quando voltate pagina, come in brutto sogno, come per prendersi gioco di voi, le parole sono sparite; hanno lasciato il posto a lunghe corvine strisce, come petrolio sulla sabbia bianca, come la scia delle lumache. Ora sospirate, prendete i vostri occhiali, date loro una pulita, tornate a sedere: non cambia nulla e voi provate a girare pagina, ma ancora nulla. Le parole sono migrate dal foglio e lo hanno lasciato bianco, svuotato, come morto. Può cominciare a fiorire, con l’evolversi del tempo, anche un odio per tutto ciò che è scuola e imparare; questa, più che una difficoltà può essere un limite, infatti la maggior parte dei ragazzi che hanno un DSA lasciano presto la scuola.

Vengono fatte tante affermazioni, perché non si capisce, alcune narrano di quanto mostruosamente sia schivo verso lo studio un ragazzo con dsa, quanto abbia sempre la testa tra le nuvole etc.

Mi ricordo un episodio: ero una bambina, dovevo essere in prima elementare. Dovevamo fare il dettato, io odiavo il dettato: non sapevo mettere l’acca, le doppie né andare a capo, non c’era differenza tra la b e la d (in realtà il problema più grande per i primi tre anni di dettato è stato come scrivere la parola “dettato”).

Passando ad un altro episodio: pochi giorni fa mi è successo che una compagna, rispetto ad un semplice schema di appunti che io avevo e lei no, mi dicesse: “Ma perché lei sì ed io no?”. La frase le è sfuggita, scappata, le è sgattaiolata fuori dalla bocca; dopo è successo ancora, ancora e ancora, di queste affermazioni mi punge il fatto che anche io ho ne ho fatte a volte di simili, a tutti quelli che secondo me erano “facilitati”. E’ allora che ho deciso di scrivere questo articolo.

Bisognerebbe riuscire a smettere di sottolineare le differenze come vantaggi o svantaggi; cominciare a fare critiche costruttive, capire che ogni ragazzo ha delle potenzialità, un ruolo, che nessuno deve essere fermato come nessuna farfalla è fermata nel suo volo.

Ma ci sono cose che un DSA ha e che nessuno avrà mai? Qualcosa che lo aiuti a compensare le piccole mancanze della sua condizione? Sì, sono dei superpoteri. Una volta ho conosciuto un bimbo che si chiamava Jacopo. Aveva un dono: immaginava. Per provarvi la sua unicità vi chiedo di fare una cosa, una cosa che avevo chiesto anche a Jacopo. Create nella vostra mente un albero; ora immaginatevi anche il paesaggio intorno, sterminate vallate o fitte selve; immaginatevi ora di girare intorno all’albero, fermatevi; riuscite a vedere come siete vestiti? Com’è l’erba sotto i vostri piedi? Se alzare gli occhi cosa vedete in cielo? Se non siete riusciti a percepire tutto questo sappiate che è normale, questa cosa la sa fare solo lui.

Una volta conobbi una bimba, Erika, lei, come Jacopo, era dislessica e discalculica; aveva solo 6 anni, ma quando cantava sembrava di sentire la voce di Calliope scesa dall’Olimpo per deliziare noi con il suo canto.

Conoscevo un’altra bambina lei  fotografava, ma non aveva bisogno di una macchinetta per catturare gli attimi. Fotografava mentalmente: poesie, pagine di libri, paesaggi.

Quella bambina sono io e, con il tempo, questa caratteristica si è spinta oltre, ora colleziono anche sensazioni, sguardi, frasi. Nella mia mente figurano come enormi librerie con tanti cassetti. Da aprire all’occorrenza: se sono triste apro lo sportellino dei bei ricordi e ne tiro fuori uno. Questo può essere difficilmente usato per lo studio. Infatti ciò che è stato chiuso nel cassetto è qualcosa che è diventato mio, qualcosa che mi ha colpita, mi ha fatta crescere. Tutti questi elementi sono come un regalo; un piccolo dono di qualcuno che ci ha tolto qualcosa che chiunque sa fare: capire subito cosa c’è scritto, scrivere in modo che non sembri una mala copia del lineare a, riuscire a fare 7×12, non scrivere “poliziotti” con due z. Per darci qualcosa di speciale ed unico, un piccolo dono che resterà sempre con noi, che con noi crescerà, invecchierà ed esalerà l’ultimo respiro; un po’ come il nostro dsa.

L’unica cosa che, dal canto nostro, noi ragazzi, noi tutti, possiamo fare è amare ciò che vogliamo, non abbatterci mai; combattere ogni giorno. L’unica differenza notabile da dislessico a dislessico, da persona a persona, è l’amore che si prova per quello che si fa, quell’amore che ti tiene sveglia la notte e che ti fa battere il cuore, ma che è impercettibile: materialmente non c’è, ma tu lo senti come una buona, cara, fedele amica, la passione irrazionale per qualcosa che senti dentro e che vuoi avere. È questo amore irrazionalmente immenso il deus ex machina di tutto quello che ho potuto fare, quasi per uno scherzo del destino: ho avuto la forza di imparare a leggere e a scrivere, perché mi piaceva troppo per gettare la spugna, e lo ammetto, ero anche troppo orgogliosa per parlare della fatica che facevo. L’amore che mi ha portata in questa scuola, non mi poteva portare in nessun altro posto se non qui, tra persone che apprezzano, amano, bramano la conoscenza; tra quelli come me, pazzi tanto quanto, amanti tanto quanto. Sappiate, lo dico a me in primis, ci saranno momenti in cui vi sembrerà di non essere capaci di far nulla, in cui vi rivolgerete all’inquilino del piano di sopra e gli chiederete “perché?”. Non sto parlando di DSA, ora; sto parlando di tutto il resto, sto parlando della società attonita che guarda i suoi figli sfracellarsi con le proprie mani, parlo delle difficoltà di uno e mille giorni, delle difficoltà che si incontrano e alle quali non sembra esserci soluzione. Lo chiedo a voi, voi che, forse, queste situazioni le avrete viste un millanta di volte, vi chiedo se ne vale davvero la pena; di questa bellissima maledetta scuola, di questa distruttissima vita costretta.

Voglio chiedervi se anche a voi succedeva di avere paura della vostra paura, di un sentimento descritto come così umano e che, però, fa tanti danni e da’ sofferenza. Vi chiedo se vi è mai capitato di amare così tanto una cosa da non poterne fare a meno; negli ultimi mesi ho imparato più sulla vita di quanto abbia mai imparato; ho imparato che le persone sono diverse tra loro e che non si saprà mai che battaglia qualcuno stia combattendo, né quanto questa sia dura fin quando non la si vive; che la realtà è sempre più complessa di ciò che pare, come nelle persone, così nel greco. Ho imparato che la tenacia non basta, ma fa la differenza; ho capito l’importanza del passato tanto simile all’oggi da far bruciare il sangue; ho capito che bisogna crederci, con il cuore lottare per ciò che si vuole, senza sosta, senza abbattersi mai, perché ciò che amiamo troverà sempre un modo di arrivare a noi.