Il nostro angolo

Il dolore nel mare

di Daiana Padeanu

Mai avrei pensato che il mare potesse essere tanto malvagio quanto è scellerata la nostra condotta negli ultimi tempi.

Partendo con ordine e sistematicità, ogni mia parola sarà volta agli eventi accaduti in laguna durante la notte del dodici novembre, quando la marea ha raggiunto un picco di 187 centimetri, spargendo così devastazione per tutta la città: muri abbattuti, alberi sradicati, danni artistici e molte altre sciagure.

Se ci addentrassimo per un attimo, col pensiero, negli interni dei palazzi storici o delle chiese, vedremmo circuiti elettrici andare in tilt e opere fondersi con l’indeterminatezza del mare, mentre di sottofondo regnerebbe l’amaro e il potente fragore dell’acqua nella sua penosa invasione dell’isola. Nel frattempo scorgeremmo in lontananza sagome che da lontano parrebbero uomini, e sarebbero difatti veneziani e turisti paralizzati dalla veemenza del flusso tiranno, timorosi di perdere la vita, come quelli intrappolati in battelli oscillanti all’impazzata. Intanto attività e botteghe perderebbero anche loro ogni fondamento. Libri, quadri, sculture, reperti, testimonianze storiche, preziose architetture; un cumulo di meraviglie tristemente irrorate dal mare della nostra negligenza crescente.

Sebbene simili calamità siano accadute anche in passato, non è giustificabile trattare tali disgrazie come normali, o come regolari dinamiche attribuibili ai moti della marea. Difatti, per prender coscienza della gravità che oscura il nostro presente, è opportuno contestualizzare il caso in questione, poiché, come vuol ragione, ogni concetto assume una declinazione differente in base alle circostanze in cui è posto. Dunque, parlando nel presente e del presente, e considerando la salute precaria del nostro pianeta, è prudente assegnare alla tragedia di poche notti fa una connotazione più nera di quella che già avrebbe di per sé. Sarebbe irresponsabile troncare simile correlazione e vedere l’evento sciagurato solo come tale, senza preoccuparsi di confrontarlo con la realtà attuale e con le allarmanti previsioni sul futuro della terra. Per questo motivo mi permetto di dire che tutto ciò che manca è amore. Amore per noi stessi, per l’umanità e il gruppo di esseri che siamo. Amore per l’avvenire delle prossime generazioni e per il loro benessere: che non si lasci a loro, ai ragazzi delle generazioni future, il compito di porre rimedio a un’ignavia morale a cui ancora si può rimediare. L’invito è quello di non aderire a teorie complottistiche che smentiscono con furiosa arroganza ogni affermazione nata dal rigore scientifico: si indirizzi piuttosto lo sguardo alle lacrime dei veneziani avviliti e si prenda coscienza di quanto, e come, l’aspro corso del nostro pianeta stia prendendo vie riprovevoli.

Che si guardi agli umani e al gentile mondo con serietà e autoesame, solo così vi è una parvenza di salvezza.

“Acqua Alta” a Venezia

 

 

Il mare nella bottega 

Il muro regge un triste Conte

nella bagnata bottega in laguna

d’una calle avidamente riposta.

Sotto gli occhi corrono le onde,

mosse da noi, non dalla luna,

mentre la terra, Madre, vuole risposta.

L’acqua investe e maligna ingloba

preziosi reperti d’epoche addietro,

e lo Scirocco la scaglia sull’isola tutta.

La bestia sovverte quel che trova

scaricando la sua potenza senza metro

e il mare sul mare, crudele, butta.

Le lacrime dei cuori locali innalzano

più ancora la penosa impronta

nostra, mandria forsennata d’ingrati,

e i pensieri agili ovunque balzano

assieme alla coscienza che nulla affronta

ignorando della terra i sofferti conati.

Oh la mia Venezia affoga e l’arte bella

assieme a lei, nella notte dodicesima

di novembre, ahimè una di venture mille!

Siamo l’umanità che tutto trova e macella

ma questa volta non sarà l’ennesima,

ché pian piano ci spegneremo sotto alle scintille.