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L’Amore come Sublime

di Daiana Padeanu, 5B Scientifico, ‘G. Bruno’

Nella storia della filosofia il Sublime è sempre stato un sentimento che ha oltraggiato il principio di non contraddizione: ha difatti una natura antitetica, dal momento che ospita in sé estasi e terrore.

Partendo da Burke, il Sublime è visto come delightful horror (piacevole paura), come la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire dinnanzi a un pericolo imminente potenzialmente mortale per il soggetto che lo contempla, una minaccia che segna in maniera molto marcata la distanza tra la natura dell’oggetto e quella del soggetto. Può essere un buon esempio la scena di un uomo che osserva da vicino il mare in tempesta: trovandosi davanti a un simile spettacolo naturale, la consapevolezza che l’uomo ha di essere fragile, e dunque inferiore alla potenza del mare (elemento che distanzia il soggetto dall’oggetto), gli provoca nell’animo un sentimento di paura nei confronti della superiorità del fenomeno di cui è spettatore; nonostante ciò, rimane inamovibile e appagato alla vista dello spettacolo mortale. Secondo Burke, dunque, il Sublime è ciò limita l’essere dell’uomo alla sua essenza debole ed effimera, opponendolo alla forza inarrestabile della Natura.

Il concetto di Sublime viene ripreso da Kant nella Critica del Giudizio dove il sentimento in questione è ancora terrore ed estasi: difatti esso in primo luogo provoca nell’uomo una depressione emotiva, poi un’esaltazione del sentimento vitale. Contrariamente a Burke, per Kant la dignità del soggetto viene innalzata dalla consapevolezza dello stesso di essere superiore alla Natura in quanto dotato di ragione e moralità.

L’Amore, che è crepa profonda nell’animo dell’amante, percorre all’interno dell’emotività umana un cammino che ha come meta l’identificazione con il Sublime.

Tutto parte dalla vista, che coglie il Bello nell’amato e lo porge all’Io, parte cosciente della mente. Nel momento in cui il Bello si manifesta nella psiche, questo viene scisso in terrore ed estasi: prima viene il terrore (primo momento), causato dalla rottura di una quiete emotiva preesistente che deprime il tono emotivo fino a porre l’amante, perso in se stesso, in una posizione di inferiorità rispetto all’amato, che assume nell’immediato la figura di tiranno. L’inferiorità che si attribuisce all’amante è da contestualizzare solo a livello emotivo, e non nell’ambito che lo vede come persona dotata di potenzialità e ragione. Successivamente arriva l’estasi (secondo momento), in cui l’Io riacquista gradualmente le energie vitali, prima grazie all’accettazione e poi all’interiorizzazione del Bello che, concettualizzato, diventa idea su cui l’immaginazione può lavorare.

In questo modo l’amato, idea dilettevole, trasforma la sopravvivenza dell’amante in vita, come sostiene Christos Yannaras, dimensione in cui ai sensi del soggetto viene esaltata la percezione del mondo che è ora vivido e pieno di sapori; nuova e bella fantasia.

Così l’Amore, passando attraverso la vista, la percezione del Bello, l’inferiorità di Burke, la depressione emotiva e l’esaltazione del sentimento vitale di Kant (quest’ultimo anche di Yannaras) e chiudendosi con l’idealizzazione, giunge ad identificarsi con un Sublime tutto umano.

In questo senso l’Amore è il Sublime che la Natura ha impresso nella sua parte cosciente: l’uomo.

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