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RECENSIONE DI “TUTTO IL MIO FOLLE AMORE”

di Eleonora Franchini, classe VB scientifico

Recensione consegnata in questa forma nell’ambito del concorso “David Giovani”.

“Tutto il mio folle amore” del regista premio Oscar Gabriele Salvatores è stato il film che, tra tutti quelli in concorso, mi ha più piacevolmente colpito.

La storia è ambientata inizialmente a Trieste, dove Elena (Valeria Golino) vive con suo figlio Vincent, affetto da un grave disturbo di personalità sin dalla nascita, l’autismo, e l’attuale marito Mario (Diego Abatantuono) che si è preso cura del ragazzo come se fosse suo figlio naturale, adottandolo legalmente. Una sera, inaspettatamente, Willi (Claudio Santamaria), il padre biologico di Vincent, si presenta a casa di Elena, la compagna che aveva abbandonato una volta scoperta la sua gravidanza. Willi è un cantante da matrimoni, definito il “Modugno della Dalmazia”, prossimo ad una tournée nei Balcani; proprio quando parte da Trieste, dopo essere stato cacciato da Elena, si ritrova nel furgone il figlio Vincent, il quale si era intrufolato dentro la sera prima. Inizia così l’avventuroso viaggio di un padre con un figlio del quale non conosce la malattia. Nel frattempo Mario ed Elena si mettono anch’essi in viaggio per recuperare Vincent, convinti che sia stato lo stesso Willi a rapirlo. Alla fine si rivelerà un viaggio che ha aiutato un padre a conoscere un figlio di 16 anni mai incontrato prima, instaurando in poco tempo e da quel momento un rapporto solido e di fiducia tra i due.

Il film è ispirato al romanzo “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas ed è un ritorno per il regista Salvatores al “Road movie”. Viene infatti rappresentato un viaggio interpretabile non solo come lo intendiamo, ovvero quello lungo una strada con la propria auto, esterno, ma anche interiore dove padre e figlio si scontrano, si divertono e scoprono attraverso l’altro. Vengono inoltre affrontati temi importanti; ad esempio la diversità, che presuppone l’amare chi è diverso da noi, in questo caso una diversità caratterizzata dall’autismo di Vincent. In una scena Willi ammette di non essere a conoscenza della malattia del figlio e per questo motivo lo ritiene strano per i suoi comportamenti; ma allo stesso tempo lui si autodefinisce una persona “strana” per la sua deludente carriera da cantante da matrimoni e si chiede a questo punto dove andranno a finire due “strani” come loro. Altro tema alla base del film è la paternità che, come afferma lo stesso Claudio Santamaria in un’intervista, “è una cosa che si impara”. Willi infatti, prima di sedici anni non si era mai fatto vivo, non aveva mai provato l’esperienza di essere padre e rapportarsi con un figlio, prendendosene cura. Il viaggio però lo aiuterà, oltre che a conoscere Vincent come persona, anche a rendersi più responsabile nei suoi confronti e ad amarlo alla follia. Temi che vengono affrontati nel complesso con semplicità, ma non superficialmente, e non risultando pesanti nel corso della pellicola. Mi ha particolarmente colpito la performance degli attori, soprattutto del giovane Giulio Pranno (Vincent), ruolo di grande importanza ed impegnativo, dovendo interpretare un ragazzo affetto da autismo. In generale ritengo che la selezione degli attori, sia protagonisti che non, da parte del regista sia stata accurata; con la loro bravura sono riusciti a trasmettere al pubblico messaggi forti e importanti. Un film che rispetto agli altri in concorso, mi ha emozionato e divertito per le diverse avventure e disavventure affrontate da Willi e Vincent nel corso del loro viaggio. Ne consiglio vivamente la visione a chiunque abbia voglia di passare una serata serena, sia con gli amici che con la famiglia, anche a coloro che non amano particolarmente il cinema italiano e preferiscono le commedie straniere. Come diceva Thomas Eliot: “Quello che conta è il percorso del viaggio e non l’arrivo”, citazione che può riassumere nel miglior modo possibile, il contenuto di questo film.

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