Recensioni

RECENSIONE DE “IL COMPLOTTO CONTRO L’AMERICA” DI PHILIP ROTH

Con questa recensione di Andrea Maurin (I C classico) avviamo una nuova annata della Voce del Bruno-Franchetti; nonostante le difficoltà del momento, molti pensieri ed energie sono sul tavolo della redazione e stanno per farsi sentire: in attesa di leggere il primo numero bimestrale, che sarà pubblicato poco prima delle festività natalizie, ascoltate la voce di Andrea e Philip Roth. Buona lettura!

 

«Votate per Lindberg o votate per la guerra!». Che cosa fareste se una persona vi ponesse queste due alternative? «C’è bisogno di chiederlo?», qualcuno potrebbe rispondermi. Del resto, quando mai scegliere la guerra si è dimostrata una decisione sensata? Tuttavia altri, forse i più curiosi, potrebbero rivolgermi ben altri quesiti: «Chi è Lindberg? Di che guerra stiamo parlando?».

Siamo nel 1940, in un’America che vive tranquilla e ignara (o forse volutamente inconsapevole) della guerra infernale che si sta svolgendo al di fuori dei propri confini: la Germania di Hitler ha assoggettato mezza Europa e bombardato l’altra metà, il Giappone sta devastando la Cina, ma gli americani non si sono mai sentiti così bene nell’ultimo decennio. Dopotutto la Grande depressione sembra essere ormai acqua passata soprattutto grazie a FDR, il presidente Franklin Delano Roosevelt, democratico, che con il suo New Deal ha aiutato i suoi concittadini a rialzare la testa, a sperare ancora nel futuro, e tutto sembra presagire che a novembre gli elettori gli riconsegneranno le chiavi della Casa Bianca, per la terza volta consecutiva. A un presidente così amato i repubblicani (la destra USA) non sanno quale candidato contrapporre, perché è chiaro che tutti andrebbero incontro a una sconfitta certa. Tutti tranne uno: Charles Lindberg. Sì, è proprio quel Lindberg che nel 1927 ha trasvolato l’Atlantico, primo uomo a farlo, e per questo è un eroe nazionale, una specie di pop star. Ma non è solo la popolarità il punto di forza di questo outsider: è anche un fervido isolazionista, cosa che FDR non può dire di sé stesso. E nonostante Lindberg venga additato (e non senza motivo) come filonazista e antisemita, gli americani capiscono che se vogliono continuare a vivere con tranquillità la scelta da fare è una sola, e il giorno delle elezioni non hanno dubbi sul proprio futuro.

Lindberg viene eletto presidente e sembra che non sia cambiato nulla in America, ma non è così. Infatti per Philip Roth, l’autore del romanzo che nel 1940 ha solo sette anni, questo evento è l’inizio di un incubo. La famiglia Roth, padre, madre, Philip e il fratello maggiore Sandy, è una famiglia semplice e felice che abita nel New Jersey, ma agli occhi del nuovo presidente ha un difetto: è ebrea. Vive in un quartiere di soli ebrei, manda i figli in scuole private ebraiche, frequenta la sinagoga locale; ma nonostante ciò, a detta dei Roth, non esiste nessuno più fiero di loro di essere americano. Però questo spassionato patriottismo non basta a far cambiare idea alla gente che incontrano per strada e che non li guarda più come prima ma li osserva con gli occhi del sospetto; tantomeno può farla cambiare al nuovo presidente. Dopo il mantenimento della promessa di neutralità statunitense, che si compie con un patto con Hitler e un definitivo abbandono degli Alleati, il popolo adora sempre di più la propria guida e non si accorge che nel frattempo Lindberg sta portando avanti il suo progetto di soluzione della questione ebraica, per giunta nel modo più meschino possibile: mettendo genitori contro figli. Infatti a scuola di Sandy Roth arriva una proposta apparentemente innocua dal neocostituito Ufficio per l’Assimilazione Americana: una esperienza estiva in un ranch del tradizionalissimo Kentucky, un’occasione in cui anche i ragazzi ebrei possono forgiare la propria identità americana. Sandy accetta e al suo ritorno non è più il ragazzo di prima: loda Lindberg, disprezza i suoi parenti ebrei e soprattutto è indifferente di fronte all’imbarbarimento progressivo della società che li circonda. Per i Roth, i loro vicini e tutti gli ebrei d’America inizia una stagione buia, in cui ogni giorno si fa sempre più forte il timore che in un futuro imminente anche il loro amato paese possa trasformarsi in un regno del terrore.

Per somma fortuna della famiglia Roth, e anche per la nostra, questa non è la Storia che si studia sui manuali perché non è mai accaduta negli stessi esatti termini in cui Philip Roth ce la racconta; perché questo libro, Il complotto contro l’America (2004), è un romanzo ucronico e distopico. Ucronico, come suggerisce la parola stessa, indica che il tempo della narrazione è un ‘non-tempo’, ma non per questo non potrebbe essere Storia. Infatti questi terribili accadimenti sarebbero potuti succedere, o potrebbero esserlo in futuro, ovviamente con altri attori e in altri contesti. A mio avviso è proprio qui che sta la forza di questo romanzo, così come dello studio della vera Storia: ci ricorda sempre cosa potrebbe succedere se noi ci dimenticassimo di scegliere il bene per la società in cui viviamo, tenendo conto anche, e soprattutto, delle fasce più deboli e più a rischio. Il complotto contro l’America ci mostra, attraverso la purezza degli occhi di un bambino, come un desiderio di pace per noi stessi, di mantenimento dello status quo, possa portare a farci imboccare strade sbagliate, spesso guidati dalle persone sbagliate: i demagoghi. Ancora oggi, dopo sedici anni dalla sua pubblicazione, il romanzo ci manda un messaggio importante: ci invita a non cedere alla tentazione di semplificare i problemi, di banalizzare le situazioni, di restringere la visione d’insieme, altrimenti nella società ci sarà sempre qualcuno a farne le spese, e magari un domani potrebbe toccare a noi. Philip Roth tesse con maestria una trama che a poco a poco, pagina dopo pagina, diviene sempre più tesa e che raggiunge il suo apice nel finale a sorpresa stupendo tutti i lettori, anche i più arguti. Consiglio questo libro sia perché è ben costruito e avvincente sia soprattutto perché ci sprona a cercare di costruire un mondo migliore: solo conoscendo il buio si desidererà veramente la luce.