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Il diritto alla giustizia: due brevi interventi di Laura Pacquola e Giulia Mezzadri (II A scientifico)

Alcuni giorni prima dell’uscita dell’ultimo numero ordinario pubblichiamo due scritti sulla giustizia (tema che sarà ripreso anche nell’ultimo numero). Buona lettura!

 

L’Egitto non è mai stato un posto in cui i diritti di tutti vengono egualmente tutelati e in cui esiste una grande libertà di pensiero ed espressione.

Ad esempio, nel 2011, durante la Rivoluzione del 25 Gennaio contro l’ex presidente Hosni Mubarak, moltissimi manifestanti furono arrestati, torturati. Molti rimasero feriti o uccisi da colpi d’arma da fuoco da parte dell’esercito. La commissione per l’accertamento dei fatti sulle proteste non è stata esaustiva nelle ricerche quanto invece avrebbe dovuto, e il governo egiziano non si è impegnato a garantire giustizia a tutte le vittime della violenta repressione. In più molte persone arrestate durante la protesta, oltre a essere state torturate, furono processate da tribunali militari, nonostante fossero civili. Ciò viola i requisiti fondamentali del giusto processo e dei processi equi.

Il sistema giudiziario in Egitto è infatti ancora molto carente. Persiste la mancanza di rappresentanza legale (fondamentale per un sistema giudiziario ben funzionante), nonostante la costituzione garantisca assistenza legale e libero accesso al sistema giudiziario, e le Nazioni Unite si siano interessate in più occasioni a questo argomento: nel 2012 l’Assemblea generale ha adottato i principi e le linee guida sull’accesso agli aiuti legali nei sistemi di giustizia penale e nel 2015 ha emesso un’altra risoluzione che identificava diciassette obiettivi per la sua agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, compreso un uguale accesso alla giustizia per tutti.

Un altro esempio che riguarda l’attualità è il caso di Patrick George Zaki, attivista e ricercatore egiziano, studente all’Università di Bologna, che si trova chiuso in carcere in Egitto dall’8 febbraio 2020 con l’accusa di propaganda sovversiva dopo dieci post pubblicati su Facebook da un account che la sua difesa considera falso, ma che le autorità egiziane hanno associato a lui consentendo così di formulare le pesanti accuse di incitamento alla protesta e istigazione a crimini terroristici. Questo caso ha creato molta discussione in tutto il mondo. Nonostante la difesa richieda costantemente nuove udienze, esse vengono rifiutate o hanno esiti negativi.

Questi sono solo alcuni degli esempi a dimostrazione che la giustizia egiziana ha ancora molto da migliorare e risolvere: moltissime, troppe volte sono stati violati diritti umani di egiziani e non, da parte del governo e delle forze armate.

Laura Pacquola

 

La pena di morte è una sanzione penale la cui esecuzione consiste nel togliere la vita al condannato. È stata abolita o non è applicata nella maggioranza degli stati del mondo, mentre, come punizione per i crimini ritenuti più gravi, è ancora in vigore ad esempio in Cina, India, Giappone, Corea del Nord, Iran e in certi stati degli Stati Uniti d’America.

La Cina rimane oggi il maggior esecutore al mondo, ma la reale entità dell’uso della pena di morte in questo paese è sconosciuta perché i dati sono classificati come segreto di stato.

Ritengo che la pena di morte sia una punizione crudele che viola il diritto alla vita, può essere inflitta a innocenti e per di più il suo uso sproporzionato contro poveri ed emarginati è sinonimo di discriminazione e repressione.

Questo lo abbiamo potuto vedere nel film di Destin Daniel Cretton Il diritto di opporsi (2019), basato su una storia di vera ingiustizia, che racconta con Jamie Foxx, Michael B. Jordan e Brie Larson la vicenda di Johnny D., condannato alla sedia elettrica alla fine degli anni ’80, e la storica battaglia del suo avvocato, Bryan Stevenson.

Quella di Walter McMillian, detto Johnny D., è solo una tra le moltissime storie di giustizia che hanno consegnato un numero imprecisato d’innocenti a una vita nel braccio della morte e alla pena capitale. Loro unica colpa era essere afroamericani. Ma se pensiamo che si tratti di un problema essenzialmente americano, Il diritto di opporsi ci ricorda come il caso McMillian parli al presente, e al mondo occidentale in genere: racconta solo una delle tante storie di uomini fermati senza ragione, condannati in conformità a testimonianze prive di riscontro.

Giulia Mezzadri