Eco dal mondo

Dai classici alle missioni internazionali con la stessa passione per l’humanum

Dai classici alle missioni internazionali con la stessa passione per l’humanum

Intervista a Maria Laura Conte

 

di Myriam Businello

 

La signora Conte in Kenya
La signora Conte in Kenya

Durante gli anni del liceo Franchetti – che continua a considerare con orgoglio la scuola migliore dell’universo – ha scoperto una passione esagerata per i classici greci e latini. Si è laureata in Lettere classiche. Pensava che si sarebbe dedicata a loro per tutta la vita, finché non ha cominciato a fare la giornalista in un settimanale, poi alla radio, infine in un ufficio stampa. La comunicazione è diventata il suo mestiere. Cos’hanno in comune gli studi del liceo e il suo ruolo di direttrice della comunicazione in una delle più grandi ONG italiane? Risposta: la stessa curiosità e passione per il mistero dell’humanum.

Sposata (con un ex studente del Bruno), ha tre figli (tutti ex o ancora studenti del Bruno-Franchetti) e pratica con devozione Nordic Walking, la corsa e la lettura.

 

Come descriverebbe gli obiettivi dell’AVSI (Associazione Volontari per il Servizio Internazionale, n.d.r.)?

«La missione di AVSI è lavorare perché ogni persona possa essere protagonista del proprio sviluppo e della comunità in cui vive. Questo sintetizza un lavoro articolato in 300 progetti di sviluppo, al momento attivi in 40 paesi, con uno staff di 3000 persone, in settori che vanno dall’educazione alla lotta contro la fame, all’accompagnamento di rifugiati e migranti, all’inserimento lavorativo, alla tutela dei diritti umani e molto altro.»

Fondazione AVSI | Sito web ufficiale
Logo AVSI – Associazione Volontari per il Servizio Internazionale

In cosa consiste il suo lavoro per l’AVSI?

«Come direttrice della comunicazione mi occupo insieme a un team di Communication officers (in parte basato a Milano, in parte nei vari nostri Paesi) di seguire i processi di comunicazione del nostro lavoro verso l’esterno. Raccontiamo, quindi, i nostri progetti e come cambiano le vite dei nostri beneficiari su giornali, social media, siti, blog, tv, eventi. Curo anche la comunicazione interna, per permettere che i nostri Paesi e i nostri colleghi conoscano cosa accade dentro la nostra organizzazione, che è tanto grande e bella quanto complessa.»

 

Secondo lei, la sua formazione al Franchetti è stata utile per svolgere il suo attuale lavoro? 

«Sì, sono stati estremamente importanti. Non voglio dire utili. Spesso, mi sono sentita ripetere la domanda tendenziosa: “A cosa serve studiare greco e latino? A cosa servono gli studi umanistici?”. A nulla. Non servono, infatti, come invece  un martello o una forbice. Questi studi nutrono, ti mettono addosso una fame e un’inquietudine che generano energia e dinamismo per tutta la vita. Gli strumenti di cui si ha bisogno per studiare una campagna di comunicazione, per prendere un aereo e viaggiare per ore su strade dissestate, per stare di fronte alle situazioni di povertà e vulnerabilità estrema e continuare a credere che la ripartenza è possibile. Lo sviluppo è possibile perché negli uomini e nelle donne esiste una dignità insopprimibile da cui sempre si può ripartire. Se hai letto i tragici greci, se hai letto di Ulisse o Orazio, beh, era già tutto là questo mistero umano.»

La signora Conte di spalle ad Haiti bello slum
La signora Conte di spalle ad Haiti bello slum

Per gli studenti che oggi, come me, frequentano il linguistico lavorare in una ONG in futuro potrebbe rappresentare uno sbocco professionale interessante? Quali percorsi universitari potremmo seguire per orientarci in questa direzione? 

«Credo proprio di sì, poiché penso che chi studia lingue cerchi il paragone con mondi e culture diverse. Lavorare in una ONG costringe a questo quotidianamente.

Inoltre padroneggiare le lingue straniere è una porta  di accesso straordinaria per raggiungere le persone e comprenderne i bisogni.

Per quanto riguarda i percorsi universitari, ti dirò una cosa un po’ azzardata: penso che la cosa migliore sia scegliere di seguire e approfondire la propria passione. Filosofia? Giurisprudenza? Fisica? Scienze politiche? Matematica? A ciascuno il suo. Poi al termine bisogna prevedere un biennio o un master di specializzazione nell’ambito della cooperazione. 

In questo campo, infatti, ci vogliono sicuramente skills e competenze tecniche (gestire un budget, rispondere a una call, minutare progetti), ma anche un’intelligenza del reale alimentata dalla passione. Per esempio, un mio collega ha fatto un dottorato di storia mentre era in Congo a seguire un progetto. Ora è security manager per tutta la nostra ONG e conosce perfettamente i protocolli da usare quando bisogna eseguire un’evacuazione da un Paese in guerra civile o in caso di eruzione vulcanica, ma anche come  avvennero  tutte le battaglie di Napoleone. Un altro collega sa leggere in lingua originale i romanzi russi e ora segue con competenza tecnica i progetti di capacity building di associazioni locali in Sierra Leone. O ancora il nostro regional manager della West Africa è laureato in filosofia, ha il brevetto di volo e gestisce progetti di milioni di euro in Paesi complicatissimi.»

 

Come affronta il divario linguistico nei vari Paesi che visita?

«Dove posso uso l’inglese e il francese, altrimenti mi devo affidare al servizio di traduzione dei miei colleghi del posto. Tuttavia, è pesantissimo non poter rivolgersi direttamente alle persone quando si fa loro visita. A me pesa non poter cogliere le loro parole nel modo in cui escono dalla loro bocca e dover passare attraverso un filtro.

L’anno scorso allo scoppio della crisi in Ucraina, per parlare con gli sfollati in fuga dalle città bombardate, usavamo le applicazioni di traduzione sui loro cellulari. Un orrore, che però ci permetteva di intenderci almeno sulle questioni essenziali. Tuttavia, sapere la loro lingua resta fondamentale.»

 

Ci potrebbe raccontare un aneddoto che l’ha particolarmente colpita relativo alla cultura di uno dei paesi che ha visitato? 

«Ero in Costa d’Avorio e stavamo visitando delle famiglie protagoniste di alcuni nostri progetti per sapere come stesse andando. 

Seppur molto povere, erano molto ospitali. Imbandivano tavoli con cibo preparato con cura: riso, pollo ed erbe, un menù classico africano. Al momento dei saluti sentivo che i miei colleghi ivoriani sempre nel congedarsi da loro chiedevano: “Je vous demande la route” (“Vi chiedo la strada”, n.d.r.). E io pensavo: ”Che strano, non conoscono la strada”. Alla terza o quarta volta ho chiesto spiegazioni e mi hanno detto che si trattava di una sorta di rito. L’ospite in genere risponde “Je vous donne la moitié” (“Vi dono la metà”, n.d.r.).

Tu mi chiedi la strada, io te ne do la metà, perché voglio che torni a trovarmi.

Ecco, mi è rimasto impresso come nella loro lingua sia rimasta impigliata la trama delle relazioni umane e del desiderio di averne cura, come le parole siano sempre affascinanti e mai casuali, perché ci “dicono” qualcosa.»

 

Se si può dire, qual è, invece, l’esperienza che emotivamente l’ha messa più alla prova?

«Sicuramente una missione nel marzo 2022 in Ucraina. Non tanto per gli allarmi aerei o per le file ai confini delle donne sole con i loro bambini piccoli attaccati al trolley per scappare, quanto per la paura e la mancanza di certezza sul futuro che si respirava nei centri per sfollati. Paura e incertezza hanno un peso insostenibile per tutti.»

 

 Qual è stato il consiglio più utile che ha mai ricevuto nel suo lavoro?

«Il mio primo direttore quando facevo la giornalista mi disse: “Ricordati, Maria Laura, nel tuo lavoro devi risolvere problemi, non crearli.” 

Ci penso ancora dopo decenni.»

 

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