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Fogli bianchi e tanto coraggio

La protesta cinese

Nelle grandi città della Cina, si sta diffondendo il malcontento contro il governo e l’operazione “zero covid”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato un incendio scoppiato nella città di Urumqi (乌鲁木齐市), dove sono morte dieci persone poiché le misure di isolamento ne hanno impedito il  salvataggio.

Ma cosa ha davvero spinto la popolazione a protestare? Come stanno avvenendo queste manifestazioni, con quali mezzi e simboli? Ma soprattutto, perché abbiamo scelto di raccontarvele? 

Innanzitutto, perché non se ne parla abbastanza, a causa della censura del partito comunista cinese che impedisce o comunque manipola la diffusione delle informazioni dentro e fuori i confini nazionali. Inoltre, ciò che  ha particolarmente colpito è la grande mobilitazione studentesca e giovanile che ci consente di entrare ancor di più in empatia con i manifestanti, di comprenderne le istanze e di pensare a cosa faremmo noi al loro posto. 

Quando e dove

È la notte del 24 novembre quando, probabilmente a causa di un guasto elettrico, un incendio divampa al quindicesimo piano di un palazzo residenziale della capitale regionale dello Xinjiang. Con un intervento tempestivo, forse non ci sarebbero state vittime, ma i pompieri hanno potuto intervenire solo irrorando l’edificio da lontano perché la zona era stata confinata a causa delle restrizioni Covid. Già all’indomani, le immagini del disastro fanno il giro del web.  L’accaduto ha inoltre immediata risonanza sulle piattaforme social locali, come Weibo, equivalente dell’occidentale Twitter: una delle tag che vi alludono riceve più di un miliardo e mezzo di visualizzazioni, tuttavia non entra nella lista delle tendenze per effetto della censura che vige all’interno della piattaforma.

Non è la prima volta che in Cina la politica “zero covid” porta a esiti disastrosi. Lo scorso settembre ventisette persone hanno perso la vita in un incidente d’autobus nella provincia di Guizhou. Il motivo del loro viaggio? Il trasferimento forzato in un centro per la quarantena.

Evidentemente la popolazione cinese non è più disposta ad accettare che il presunto tentativo di evitare delle morti ne causi delle altre. Questo è il motivo, almeno iniziale, dello scoppio delle proteste che, cominciate già il giorno successivo all’incidente proprio a Urumqi, si sono diffuse nei più grossi centri, tra cui Pechino e Shanghai. È proprio il carattere nazionale di questa ondata di manifestazioni a renderla la più significativa degli ultimi trent’anni, nonostante rimostranze isolate siano invece all’ordine del giorno in Cina.

La protesta con i fogli bianchi

I manifestanti, tra cui studenti in varie università, espongono fogli di carta bianchi oppure leggono la Costituzione per aggirare la censura ed evitare di essere arrestati. Altri accendono candele e depositano fiori per le vittime a Urumqi .

Fogli di carta bianchi erano stati sventolati già a Hong Kong nel 2020 per evitare la censura e quest’anno anche a Mosca per protestare contro l’invasione dell’Ucraina.

In Cina i fogli hanno due significati: in parte ricordano le vittime dell’incendio di Urumqi, perché il bianco è il colore del lutto nella tradizione cinese. Ma il significato più importante è una protesta piuttosto esplicita contro la censura. L’idea è che, poiché ogni singola espressione di dissenso viene sistematicamente repressa dal regime, il foglio bianco finisce per diventare il simbolo di tutte le cose che in Cina non si possono dire. «Il foglio bianco rappresenta tutto ciò che vogliamo dire ma che non possiamo dire», ha detto un manifestante di Pechino a Reuters. 

I manifestanti hanno anche usato i fogli bianchi per effetti scenografici, illuminando da dietro con la torcia dei loro cellulari.

 Esiti e reazioni

Come sta reagendo a queste sommosse il regime comunista cinese? Potremmo dire con una politica di compromesso che mira da un lato a mantenere l’ordine sociale, anche mediante l’uso della forza, e dall’altro a celare il fallimento della politica governativa anti-covid. Se dunque il 28 novembre la Commissione centrale per gli Affari legali e politici, il più importante organismo di controllo del Paese, ha chiesto “una repressione” delle “forze ostili” e la polizia continua a interrogare manifestanti incarcerati, è pur vero che i massimi funzionari sanitari hanno affermato di volersi impegnare “a rettificare le misure di controllo” del Covid-19 per ridurne l’impatto sulla vita delle persone. A loro parere poi i problemi non derivano dalle norme in sé stesse quanto piuttosto dalla loro eccessivamente zelante e inflessibile applicazione da parte dei funzionari locali. In effetti, stando alle ultime informazioni, già a Guangzhou sono usciti dal lockdown diversi distretti e in alcuni hanno riaperto scuole, ristoranti e cinema. Persino in molte zone di Pechino, dove la cautela è tradizionalmente maggiore, chi è positivo può ora trascorrere la quarantena in casa senza che si renda necessaria la chiusura dell’edificio. I media, soprattutto quelli locali, provano a ridurre lo stigma sociale: il Beijing News ha pubblicato alcune interviste a malati guariti mentre lo Zhejiang Daily ha addirittura sottolineato che gli interessi delle persone vengono prima di quelli del controllo epidemico.

Luci e ombre sul movimento

Alcuni si domandano se l’allentamento delle misure non sia la causa dell’aumento dei contagi che sta interessando la Cina in quest’ultimo periodo. Gli esperti stimano una media di 9000 casi al giorno e certi paesi, tra cui l’Italia, ora consentono l’entrata all’interno dei propri confini ai turisti cinesi solo con un certificato di negatività. Risulta tuttavia evidente come la strategia del partito comunista fosse fallimentare già in partenza e come la situazione attuale non tolga né credibilità né legittimità al movimento ma metta piuttosto in evidenza il fatto che misure di eccessiva severità risultano inutili oltre che lesive della dignità delle persone. 

Nel frattempo però le proteste cominciano a passare sotto silenzio perché si sono in effetti attenuate a causa degli interventi di polizia e dell’efficace sistema tecnologico di censura. La fortuna del movimento dipenderà dunque dalla sua capacità di organizzazione e dalla determinazione dei suoi membri.

Sembra incredibile nella Cina di oggi. Il Partito Comunista controlla internet, i media, l’esercito, il parlamento, i tribunali e le scuole. Il Partito Comunista crede di essere glorioso e pretende di essere nel giusto, dalla parte della storia e del popolo, ma si affida alle menzogne, al terrore e ai tranelli per reprimere il desiderio di democrazia del popolo, sostenendo addirittura di essere la più grande democrazia del mondo (n.d.r. la testimonianza di uno studente cinese).

 

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